Saying Yes Without Skipping a Step

The Church is a womb always fruitful, always maternal, ready for anything so that each person can take their own step and say their own ‘yes,’ without skipping anything.
— Simone Riva

Simone Riva - Saying “Yes” Without Skipping a Step

To be recognized in its divine nature, the Church—that is, Christ—must be lived again as An Event. Help comes fromthe Spirit, and from his Mother.

The setting is the Last Supper. The atmosphere is among the most charged in Christ’s human journey with his own. The human drama defies description—and yet, right in the middle of it, one of the boldest requests of the Gospels gets made: “Lord, show us the Father, and that will be enough for us” (Jn 14:8).

In these words that the apostle Philip addresses to Jesus lies the most dangerous and recurring temptation of all: to bypass the I—Christ’s, and, inevitably, our own. How is it possible to reach the climax of the Last Supper still carrying that question in your heart? The Lord himself sounds astonished: “Philip, I have been with you all this time, and you still do not know me?” (Jn 14:9).

Such is the fate of those who say: “We’ve been here from the beginning. We saw the whole thing get built. We were here before you were even born. We’ve been working on this for years and we’ve always done it this way.”

This Sunday’s Gospel seems to answer back: “You were here from the beginning, and you haven’t even begun.” There isa way of being absent from reality that spares no one. No degree, no career, no skill set, no company can save you from it. It’s like running on a treadmill: you can run as long as you want, but you don’t move forward a single inch. You stay right where you are.

The ailment of the “veterans”—those who have no time left over for wonder—is highly contagious. It can go so far as to erase the definitive sign the Father placed in history so he might be known: the humanity of the Son.

Living alongside him was not enough. Hearing what he said and watching what he did was not enough. Even being called by name was not enough—if all of it does not happen again now, as An Event in the present.

Even the Church, the contemporary sign of the humanity of the Incarnate Word, can be treated the same way. We talk about her, we argue about her, we restate her demands, we organize one event after another in her name—without any of it happening again as A Presence in our own being.

Sooner or later, the people who run into us figure out that something doesn’t add up. That is why Jesus does not brush off Philip’s words. He uses them to restate the method of his presence: “Whoever sees me sees the Father. How can you say, ‘Show us the Father’? Do you not believe that I am in the Father and the Father is in me? … Believe me: I am in the Father and the Father is in me” (Jn 14:9–11).

Without that little word—“in”—the whole of Jesus would look like something we could get past on our own. The reality of Trinitarian unity is what shows itself in every detail of the Son’s life. But how could the apostles experience it—and so begin to grasp it—without the gift of the Spirit?

Here we run straight into the structural disproportion of the I: the heart asks for the Father, and on its own it cannot reach him. Pentecost would come as the great chance to recover everything that, while it was happening in front of them, found them absent and distracted.

Before that event, however, God did not press “pause.” Hanging on the cross, before he gave up his spirit, Jesus entrusted his Mother. He knew his own would need a human womb, skilled at waiting, so that fear and confusion would not get the last word. We can picture her this way—that girl who had now become a woman, and who never for one moment stopped being a Mother.

How many of her silences, how many of her quiet acts of compassion, how much intensity in those unmistakable looks of hers did the apostles need—to arrive at Pentecost with their hearts wide open, and not be found absent one more time?

This is the Church: a womb always fruitful, always maternal, ready for anything so that each person can take their own step and say their own “yes,” without skipping anything. Not their own humanity.

Not anyone else’s. The irreducibility of the I is the very thing the Church refuses to lose along the way—because it is the very thing the Mystery has chosen to meet.

  • Dire il proprio sì, senza saltare nulla

    Simone Riva

    Per essere riconosciuta nella sua natura divina, la Chiesa, cioè Cristo, deve riaccadere come esperienza. L'aiuto viene dallo Spirito e da sua Madre

    Il contesto è quello dell’ultima cena, il clima uno dei più intensi della vicenda umana di Cristo coi suoi, il dramma umano non ha parole per essere descritto, eppure arriva una delle richieste più azzardate: “Signore, mostraci il Padre, e ci basta” (Gv 14,8). In queste parole che l’apostolo Filippo rivolge a Gesù c’è la tentazione più pericolosa e ricorrente di sempre: saltare l’umano, di Cristo e, inesorabilmente, il nostro. Ma come è possibile arrivare fino al vertice dell’ultima cena covando nel cuore una domanda così? Lo stesso Signore pare meravigliato: “Filippo, da tanto tempo sono con voi e ancora non mi conosci?” (Gv 14,9).

    È il destino di quelli che dicono: “Noi siamo qui dall’inizio, abbiamo visto nascere tutto, c’eravamo quando tu non eri ancora nato, lavoriamo a quest’opera da anni e abbiamo sempre fatto così…”. Il Vangelo di questa domenica pare rispondere: “Eravate qui sin dall’inizio ma non avete ancora incominciato”. C’è un modo di essere assenti alla realtà, infatti, che non guarda in faccia nessuno. Non c’è titolo di studio, carriera, abilità, compagnia che tengano. È come quando ci si allena sul tapis roulant: si può correre quanto tempo si vuole, ma non si avanza neanche di un metro, si rimane sempre nello stesso punto.

    La malattia dei “veterani”, che non hanno tempo per lo stupore, è molto contagiosa, e può arrivare persino a far fuori il segno definitivo che il Padre ha posto nella storia per poter essere conosciuto: l’umanità del Figlio. Non è bastata la convivenza, non è bastato sentire quello che diceva e vedere quello che faceva, non è bastato l’essere stati chiamati, se tutto ciò non riaccade come avvenimento nel presente.

    Antonello da Messina, “Annunciata di Palermo” (1475, particolare)

    Anche la Chiesa, segno contemporaneo dell’umanità del Verbo incarnato, può essere trattata alla stessa maniera. Se ne parla, se ne discute, se ne ribadiscono le insistenze, si organizzano eventi su eventi in suo nome, ma senza che riaccada come esperienza nelle nostre viscere. Così, chi ci incontra, prima o poi si accorge che i conti non tornano. Per questo Gesù non lascia cadere la frase di Filippo, ma la usa per rilanciare il metodo della sua presenza: “Colui che vede me, vede il Padre. Come puoi tu dire: ‘Mostraci il Padre’? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? … Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14, 9-11).

    Senza questo “in” tutto di Gesù apparirebbe superabile. L’avvenimento dell’unità trinitaria è ciò che si manifesta in ogni dettaglio della vita del Figlio. Ma come potranno sperimentarlo, e dunque comprenderlo, gli apostoli senza il dono dello Spirito? La Pentecoste arriverà come la grande possibilità di recuperare tutto ciò che, mentre accadeva, li trovava assenti e distratti.

    Prima di quell’evento, però, Dio non ha premuto il tasto “pausa”. Appeso alla croce, prima di consegnare lo spirito, Gesù ha consegnato la Madre. Sapeva che i suoi avrebbero avuto bisogno di un grembo umano, esperto nell’attesa, per non lasciare alla paura e alla confusione l’ultima parola. Possiamo immaginarla così, quella ragazza divenuta ormai una donna, che non ha smesso un istante di essere Madre.

    Di quanti suoi silenzi, di quante sue compassionevoli premure, di quanta intensità dei suoi inconfondibili sguardi avranno avuto bisogno gli apostoli per arrivare a Pentecoste con il cuore spalancato, senza essere trovati un’altra volta assenti? Questa è la Chiesa, un grembo sempre fecondo, sempre materno, disposto a tutto purché ciascuno possa fare il suo passo, dire il proprio sì, senza saltare nulla, né il proprio, né l’altrui umano.

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  • Decir «sí», sin omitir nada

    Simone Riva

    Para ser reconocida en su naturaleza divina, la Iglesia —es decir, Cristo— debe volver a vivirse como experiencia. La ayuda viene del Espíritu y de su Madre

    El contexto es el de laÚltima Cena, el ambiente uno de los más intensos de la historia humana de Cristo con los suyos, el drama humano no tiene palabras para describirse, y sin embargo surge una de las peticiones más arriesgadas: «Señor, muéstranos al Padre, y nos basta» (Jn 14,8). En estas palabras que el apóstol Felipe dirige a Jesús se encuentra la tentación más peligrosa y recurrente de todas: saltarse lo humano, lo de Cristo y, inexorablemente, lo nuestro. Pero, ¿cómo es posible llegar hasta el momento culminante de la Última Cena albergando en el corazón una pregunta así? El mismo Señor parece sorprendido: «Felipe, ¿hace tanto tiempo que estoy con vosotros y aún no me conoces?» (Jn 14,9).

    Es el destino de quienes dicen: «Estamos aquí desde el principio, lo hemos visto todo nacer, estábamos aquí cuando tú aún no habías nacido, llevamos años trabajando en esta obra y siempre lo hemos hecho así…». El Evangelio de este domingo parece responder: «Estabais aquí desde el principio, pero aún no habéis comenzado». Hay una forma de estar ausente de la realidad, de hecho, que no hace distinciones. No sirven de nada los títulos, la carrera, las habilidades ni la compañía. Es como cuando se entrena en la cinta de correr: se puede correr todo el tiempo que se quiera, pero no se avanza ni un metro, siempre se permanece en el mismo punto.

    La enfermedad de los «veteranos», que no tienen tiempo para el asombro, es muy contagiosa, y puede llegar incluso a borrar la señal definitiva que el Padre ha puesto en la historia para poder ser conocido: la humanidad del Hijo. No bastó la convivencia, no bastó escuchar lo que decía y ver lo que hacía, no bastó haber sido llamados, si todo eso no vuelve a suceder como acontecimiento en el presente.

    Antonello da Messina, «Annunciata di Palermo» (1475, detalle)

    También la Iglesia, signo contemporáneo de la humanidad del Verbo encarnado, puede ser tratada de la misma manera. Se habla de ella, se discute sobre ella, se reiteran sus insistencias, se organizan eventos tras eventos en su nombre, pero sin que vuelva a suceder como experiencia en nuestras entrañas. Así, quien se encuentra con nosotros, tarde o temprano se da cuenta de que las cuentas no cuadran. Por eso Jesús no deja pasar la frase de Felipe, sino que la utiliza para relanzar el método de su presencia: «El que me ve, ve al Padre. ¿Cómo puedes decir: “Muéstranos al Padre”? ¿No crees que yo estoy en el Padre y el Padre está en mí? … Creedme: yo estoy en el Padre y el Padre está en mí» (Jn 14, 9-11).

    Sin este «en» todo lo de Jesús parecería superable. El acontecimiento de la unidad trinitaria es lo que se manifiesta en cada detalle de la vida del Hijo. Pero ¿cómo podrán experimentarlo, y por tanto comprenderlo, los apóstoles sin el don del Espíritu? La Pentecostés llegará como la gran oportunidad de recuperar todo aquello que, mientras sucedía, los encontraba ausentes y distraídos.

    Antes de ese acontecimiento, sin embargo, Dios no pulsó el botón de «pausa». Colgado de la cruz, antes de entregar su espíritu, Jesús entregó a la Madre. Sabía que los suyos necesitarían un seno humano, experto en la espera, para no dejar que el miedo y la confusión tuvieran la última palabra. Podemos imaginárnosla así, a esa joven convertida ya en mujer, que no dejó de ser Madre ni un instante.

    ¿De cuántos de sus silencios, de cuántas de sus compasivas atenciones, de cuánta intensidad de sus inconfundibles miradas habrán necesitado los apóstoles para llegar a Pentecostés con el corazón abierto, sin que se les encontrara ausentes una vez más? Esta es la Iglesia, un seno siempre fecundo, siempre maternal, dispuesta a todo con tal de que cada uno pueda dar su paso, decir su sí, sin saltarse nada, ni lo propio ni lo ajeno.

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  • Dire son « oui », sans rien omettre

    Simone Riva

    Pour être reconnue dans sa nature divine, l’Église, c’est-à-dire le Christ, doit se renouveler en tant qu’expérience. L’aide vient de l’Esprit et de sa Mère

    Le contexte est celui de laCène, l’atmosphère est l’une des plus intenses de l’histoire humaine du Christ avec les siens, le drame humain est indescriptible, et pourtant survient l’une des demandes les plus audacieuses : « Seigneur, montre-nous le Père, et cela nous suffit » (Jn 14,8). Dans ces paroles que l’apôtre Philippe adresse à Jésus se cache la tentation la plus dangereuse et la plus récurrente qui soit : sauter l’humain, celui du Christ et, inexorablement, le nôtre. Mais comment est-il possible d’arriver jusqu’au sommet de la Cène en nourrissant une telle question dans son cœur ? Le Seigneur lui-même semble s’en étonner : « Philippe, je suis avec vous depuis si longtemps et tu ne me connais pas encore ? » (Jn 14,9).

    C’est le sort de ceux qui disent : « Nous sommes là depuis le début, nous avons tout vu naître, nous étions là quand tu n’étais pas encore né, nous travaillons à cette œuvre depuis des années et nous avons toujours fait ainsi… ». L’Évangile de ce dimanche semble répondre : « Vous étiez là depuis le début, mais vous n’avez pas encore commencé ». Il existe en effet une manière d’être absent de la réalité qui ne fait aucune distinction. Aucun diplôme, aucune carrière, aucune compétence, aucune compagnie n’y change quoi que ce soit. C’est comme lorsqu’on s’entraîne sur un tapis roulant : on peut courir aussi longtemps qu’on veut, mais on n’avance pas d’un mètre, on reste toujours au même endroit.

    La maladie des « vétérans », qui n’ont pas le temps de s’émerveiller, est très contagieuse, et peut aller jusqu’à effacer le signe définitif que le Père a placé dans l’histoire pour pouvoir être connu : l’humanité du Fils. Il n’a pas suffi de vivre avec lui, il n’a pas suffi d’entendre ce qu’il disait et de voir ce qu’il faisait, il n’a pas suffi d’avoir été appelés, si tout cela ne se reproduit pas comme un événement dans le présent.

    Antonello da Messina, « Annunciata di Palermo » (1475, détail)

    Même l’Église, signe contemporain de l’humanité du Verbe incarné, peut être traitée de la même manière. On en parle, on en discute, on en réaffirme l’importance, on organise événement sur événement en son nom, mais sans que cela ne se reproduise comme une expérience au plus profond de nous-mêmes. Ainsi, ceux qui nous rencontrent finissent tôt ou tard par se rendre compte que quelque chose cloche. C’est pourquoi Jésus ne laisse pas passer la remarque de Philippe, mais s’en sert pour relancer la méthode de sa présence : « Celui qui me voit, voit le Père. Comment peux-tu dire : “Montre-nous le Père” ? Ne crois-tu pas que je suis dans le Père et que le Père est en moi ? … Croyez-moi : je suis dans le Père et le Père est en moi » (Jn 14, 9-11).

    Sans ce « en » de Jésus, tout semblerait surmontable. L’événement de l’unité trinitaire est ce qui se manifeste dans chaque détail de la vie du Fils. Mais comment les apôtres pourraient-ils en faire l’expérience, et donc le comprendre, sans le don de l’Esprit ? La Pentecôte viendra comme la grande occasion de rattraper tout ce qui, alors que cela se passait, les trouvait absents et distraits.

    Avant cet événement, cependant, Dieu n’a pas appuyé sur le bouton « pause ». Suspendu à la croix, avant de rendre l’esprit, Jésus a confié sa Mère. Il savait que les siens auraient besoin d’un sein humain, expert dans l’attente, pour ne pas laisser la peur et la confusion avoir le dernier mot. Nous pouvons l’imaginer ainsi, cette jeune fille devenue désormais une femme, qui n’a pas cessé un seul instant d’être Mère.

    De combien de ses silences, de combien de ses attentions compatissantes, de combien d’intensité de ses regards incomparables les apôtres auront-ils eu besoin pour arriver à la Pentecôte le cœur grand ouvert, sans être trouvés une fois de plus absents ? Telle est l’Église, un sein toujours fécond, toujours maternel, prêt à tout pour que chacun puisse faire son chemin, dire son oui, sans rien sauter, ni le sien, ni celui de l’autre.

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Simone Riva

Don Simone Riva, born in 1982, is an Italian Catholic priest ordained in 2008. He serves as parochial vicar in Monza and teaches religion. Influenced by experiences in Peru, Riva authors books, maintains an active social media presence, and participates in religious discussions. He's known for engaging youth and connecting faith with contemporary

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