Strangers in a Strange Land
“We must simply remember that we are strangers—misunderstood and barely tolerated—because we have no other Destiny than that of The Risen One.”
Simone Riva - The Christian lives as a stranger—trusting only the Risen Christ, whose friendship alone saves this world.
"Beloved, if you call him Father who, without partiality, judges each one according to his works, conduct yourselves with reverence during the time you live here as strangers" (1 Pet 1:17). Maybe we've fallen for it again. After a week of distancing ourselves, of scandalized posturing, of declarations of solidarity, we have to admit we've stumbled into the same old trap. We forgot to live as strangers.
"Peace be with you all! Dearest brothers and sisters, this is the first greeting of the Risen Christ, the Good Shepherd, who gave his life for the flock of God. I too would like this greeting of peace to enter your hearts, to reach your families, all people, wherever they may be, all nations, the whole earth. Peace be with you!"
Leo XIV addressed the world with these words on May 8, shortly after his election. Simple words—a wish for peace—words to which we've grown far too accustomed.
But imagine, for a moment, that we are there. We are with the apostles in the Upper Room on Easter Sunday, the way John tells it: "On the evening of the first day of the week, while the doors of the place where the disciples were gathered were locked for fear of the Jews, Jesus came and stood among them and said to them, 'Peace be with you!' Having said this, he showed them his hands and his side. And the disciples rejoiced when they saw the Lord. Jesus said to them again, 'Peace be with you! As the Father has sent me, so I send you'" (Jn 20:19–21).
There was no greater distance in the world than the one that hung between Jesus and his disciples in the moments before that appearance behind closed doors. Fear had become the insidious companion of those hours. Disillusioned, darkened, they were forced to come to terms with the unexpected. From bewildered followers, they had become strangers in their own country, in their own land.
The Risen One does not appear to leave them comfortable. He appears to send them out—challenging their reason to verify what they have experienced. And these men will go, as if they no longer had a homeland on earth—unappreciated, often rejected, misunderstood, barely tolerated—to carry the Easter message, the news of a peace otherwise impossible, to every corner of the earth.
Jesus had prepared them for everything. But only when they are sent do they begin to grasp the scope of what has been asked of them. Every time they forget they are strangers—every time they turn a blind eye to desolation, to the usual drift, to idle talk—Christ becomes like a ghost in their eyes. They fear him. They no longer recognize him.
This is the experience of the two on the road to Emmaus. The mysterious Wayfarer does not reveal himself during their discussion. He reveals himself in a gesture—the body given, the bread broken. We must not chase after declarations, the statements of the bewildered, or interpretations of what has been said or done. We must simply remember that we are strangers—misunderstood and barely tolerated—because we have no other Destiny than that of The Risen One.
It is the gestures, the facts, the events—often unexpected—that speak, restoring flesh to that Presence which, alone, is capable of bringing peace. Not by needing enemies or rivals, not by taking pleasure in finally having a name to rail against, but in the recognition that the true homeland is still entirely to be discovered.
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Stranieri o straniti?
Simone Riva
“Vivere quaggiù come stranieri”: è la condizione del cristiano, che confida solo in Cristo Risorto. Solo la sua amicizia salva questo mondo
“Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri” (1Pt 1,17). Forse ci siamo cascati un’altra volta. Dopo una settimana di prese di distanza, di reazioni scandalizzate, di dichiarazioni di sostegno, dobbiamo ammettere di essere caduti ancora una volta nella stessa trappola, abbiamo dimenticato di “vivere quaggiù come stranieri”.
“La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi!”. Si era rivolto a tutto il mondo con queste parole Leone XIV, l’8 maggio scorso, appena eletto Papa. Parole semplici, quelle dell’augurio di pace, alle quali ci siamo troppo abituati.
Immaginiamoci per un attimo di essere lì, con gli apostoli, nel cenacolo il giorno di Pasqua, come racconta l’evangelista Giovanni: “La sera del primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: ‘Pace a voi!’. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: ‘Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi’” (Gv 20, 19-21).
Non c’era distanza più radicale al mondo di quella che si poteva respirare tra Gesù e i suoi fino a un istante prima di quella apparizione a porte chiuse. La paura era diventata l’insidiosa compagna di quelle ore. Disillusi e incupiti sono stati costretti a fare i conti con un imprevisto. Da straniti che erano si ritrovano stranieri nel loro stesso paese, nella loro terra.
Il Risorto, infatti, non appare per lasciarli comodi, ma per inviarli, sfidando la loro ragione alla verifica di ciò che avevano vissuto. E andranno, questi uomini, come se non avessero più una patria sulla terra, non capiti, spesso rifiutati, incompresi e mal tollerati a portare l’annuncio di Pasqua, quello di una pace altrimenti impossibile, in ogni angolo della terra.
Gesù li aveva preparati a tutto, ma solo quando sono inviati iniziano a capire la portata della loro missione. Ogni volta che si dimenticheranno di essere stranieri, strizzando l’occhio alla desolazione, alle solite cose, ai discorsi, Cristo diventerà ai loro occhi come un fantasma, fino ad averne paura, fino a non riconoscerlo più.
Fu l’esperienza dei due di Emmaus. Il misterioso Viandante non si fa riconoscere durante le loro discussioni, ma in un gesto, quello del corpo dato, del pane spezzato. Non c’è dunque da rincorrere le dichiarazioni, le affermazioni degli straniti, le interpretazioni di quello che è stato detto o fatto, ma c’è solo da ricordare di essere stranieri, incompresi e mal tollerati, perché non abbiamo altro destino che quello del Risorto.
A parlare sono i gesti, i fatti, gli avvenimenti, spesso imprevisti, che arrivano a ridare carne a quella Presenza che, unica, è in grado di portare la pace, senza bisogno di nemici o rivali, senza godere di poter finalmente avere un nome contro cui scagliarsi, ma del fatto che la vera patria è ancora tutta da scoprire.
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¿Extranjeros o desorientados?
Simone Riva
«Vivir aquí abajo como extranjeros»: esa es la condición del cristiano, que confía únicamente en Cristo Resucitado. Solo su amistad salva este mundo
«Queridísimos, si llamáis Padre a aquel que, sin hacer distinciones, juzga a cada uno según sus obras, comportáos con temor de Dios durante el tiempo que vivís aquí abajo como extranjeros» (1 P 1,17). Quizá hayamos vuelto a caer en la trampa. Tras una semana de distanciamiento, de reacciones escandalizadas, de declaraciones de apoyo, debemos admitir que hemos caído una vez más en la misma trampa, hemos olvidado «vivir aquí abajo como extranjeros».
«¡La paz sea con todos vosotros! Queridos hermanos y hermanas, este es el primer saludo de Cristo Resucitado, el Buen Pastor, que dio su vida por el rebaño de Dios. Yo también deseo que este saludo de paz entre en vuestros corazones, llegue a vuestras familias, a todas las personas, dondequiera que estén, a todos los pueblos, a toda la tierra. ¡La paz sea con vosotros!». León XIV se dirigió al mundo entero con estas palabras el pasado 8 de mayo, nada más ser elegido Papa. Palabras sencillas, las de un deseo de paz, a las que nos hemos acostumbrado demasiado.
Imaginemos por un momento que estamos allí, con los apóstoles, en el Cenáculo el día de Pascua, tal y como lo cuenta el evangelista Juan: «La tarde del primer día de la semana, estando cerradas las puertas del lugar donde se encontraban los discípulos por miedo a los judíos, vino Jesús, se puso en medio y les dijo: “¡La paz sea con vosotros!”. Dicho esto, les mostró las manos y el costado. Y los discípulos se alegraron al ver al Señor. Jesús les dijo de nuevo: “¡La paz sea con vosotros! Como el Padre me envió, así también yo os envío”» (Jn 20, 19-21).
No había distancia más radical en el mundo que la que se respiraba entre Jesús y los suyos hasta un instante antes de aquella aparición a puerta cerrada. El miedo se había convertido en la insidiosa compañera de aquellas horas. Desilusionados y abatidos, se vieron obligados a hacer frente a un imprevisto. De desconcertados que estaban, se encontraron extranjeros en su propio país, en su tierra.
El Resucitado, de hecho, no se les aparece para dejarlos tranquilos, sino para enviarlos, desafiando su razón a verificar lo que habían vivido. Y estos hombres irán, como si ya no tuvieran patria en la tierra, incomprendidos, a menudo rechazados, mal entendidos y mal tolerados, a llevar el anuncio de Pascua, el de una paz de otro modo imposible, a todos los rincones de la tierra.
Jesús los había preparado para todo, pero solo cuando son enviados comienzan a comprender el alcance de su misión. Cada vez que se olviden de ser extranjeros, haciendo la vista gorda ante la desolación, ante las cosas de siempre, ante los discursos, Cristo se convertirá a sus ojos en un fantasma, hasta el punto de temerlo, hasta el punto de no reconocerlo ya.
Fue la experiencia de los dos de Emaús.
El misterioso Viajero no se da a conocer durante sus discusiones, sino en un gesto, el del cuerpo entregado, del pan partido. No hay, pues, que perseguir las declaraciones, las afirmaciones de los desconcertados, las interpretaciones de lo que se ha dicho o hecho, sino que solo hay que recordar que somos extranjeros, incomprendidos y mal tolerados, porque no tenemos otro destino que el del Resucitado.
Son los gestos, los hechos, los acontecimientos, a menudo imprevistos, los que hablan, los que llegan a dar carne a esa Presencia que, única, es capaz de traer la paz, sin necesidad de enemigos ni rivales, sin disfrutar de poder tener por fin un nombre contra el que arremeter, sino del hecho de que la verdadera patria aún está por descubrir.
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Étrangers ou déconcertés ?
Simone Riva
« Vivre ici-bas comme des étrangers » : telle est la condition du chrétien, qui ne place sa confiance que dans le Christ ressuscité. Seule son amitié sauve ce monde
« Bien-aimés, si vous appelez Père celui qui, sans faire de distinction, juge chacun selon ses œuvres, conduisez-vous avec crainte de Dieu pendant le temps où vous vivez ici-bas comme des étrangers » (1 P 1,17). Peut-être sommes-nous tombés dans le piège une fois de plus. Après une semaine de prises de distance, de réactions scandalisées, de déclarations de soutien, nous devons admettre que nous sommes tombés une fois de plus dans le même piège, nous avons oublié de « vivre ici-bas comme des étrangers ».
« Que la paix soit avec vous tous ! Très chers frères et sœurs, voici la première salutation du Christ ressuscité, le Bon Pasteur, qui a donné sa vie pour le troupeau de Dieu. Moi aussi, je voudrais que cette salutation de paix pénètre dans vos cœurs, qu’elle atteigne vos familles, toutes les personnes, où qu’elles soient, tous les peuples, toute la terre. Que la paix soit avec vous ! ». C’est par ces mots que Léon XIV s’était adressé au monde entier, le 8 mai dernier, dès son élection au pontificat. Des mots simples, ceux d’un vœu de paix, auxquels nous nous sommes trop habitués.
Imaginons un instant que nous soyons là, avec les apôtres, dans le Cénacle le jour de Pâques, comme le raconte l’évangéliste Jean : « Le soir du premier jour de la semaine, alors que les portes du lieu où se trouvaient les disciples étaient fermées par crainte des Juifs, Jésus vint, se tint au milieu d’eux et leur dit : « La paix soit avec vous ! ». Après avoir dit cela, il leur montra ses mains et son côté. Et les disciples se réjouirent de voir le Seigneur. Jésus leur dit encore : « Paix à vous ! Comme le Père m’a envoyé, moi aussi je vous envoie » (Jn 20, 19-21).
Il n’y avait pas de distance plus radicale au monde que celle qui régnait entre Jésus et les siens jusqu’à l’instant précédant cette apparition à huis clos. La peur était devenue la compagne insidieuse de ces heures-là. Désillusionnés et assombris, ils ont été contraints de faire face à un imprévu. D’étrangers qu’ils étaient, ils se retrouvent étrangers dans leur propre pays, sur leur propre terre.
Le Ressuscité, en effet, n’apparaît pas pour les laisser tranquilles, mais pour les envoyer, mettant leur raison au défi de vérifier ce qu’ils avaient vécu. Et ces hommes partiront, comme s’ils n’avaient plus de patrie sur terre, incompris, souvent rejetés, mal tolérés, pour porter l’annonce de Pâques, celle d’une paix autrement impossible, aux quatre coins de la terre.
Jésus les avait préparés à tout, mais ce n’est qu’une fois envoyés qu’ils commencent à comprendre l’ampleur de leur mission. Chaque fois qu’ils oublieront qu’ils sont des étrangers, en cédant à la désolation, aux choses habituelles, aux discours, le Christ deviendra à leurs yeux comme un fantôme, jusqu’à ce qu’ils en aient peur, jusqu’à ne plus le reconnaître.
Ce fut l’expérience des deux d’Emmaüs.
Le mystérieux Voyageur ne se fait pas reconnaître au cours de leurs discussions, mais par un geste, celui du corps donné, du pain rompu. Il ne faut donc pas courir après les déclarations, les affirmations des étrangers, les interprétations de ce qui a été dit ou fait, mais il faut seulement se rappeler d’être des étrangers, incompris et mal tolérés, car nous n’avons d’autre destin que celui du Ressuscité.
Ce sont les gestes, les faits, les événements, souvent imprévus, qui parviennent à redonner corps à cette Présence qui, seule, est capable d’apporter la paix, sans avoir besoin d’ennemis ou de rivaux, sans se réjouir de pouvoir enfin avoir un nom contre lequel s’en prendre, mais du fait que la véritable patrie reste encore à découvrir.