“A judgment is the one word in which we feel known—recognized—at the deepest level, a word so true that it takes concrete form in glances and gestures of attention that reveal who we are.”
Pierluigi Banna | Cesare Maria Cornaggia - Before we condemn or excuse, Nathanael’s story asks whether we have truly seen anyone.
In recent days, as protests have disrupted public order, it seemed we had to take sides before anything else: “condemn” or “listen,” “understand” or “crack down.” It was easy to fall for judgments that seemed to bring the situation into focus. For a moment, at least, we were flattered by the idea that understanding could begin only with a “clear and distinct judgment.” Then we realized it was a defense mechanism, a way of avoiding real engagement with what lay in front of us and underneath it. Taking a stance wasn’t a “judgment” at all. It was an “analysis,” good for winning arguments and reassuring ourselves, and little else.
To grasp the difference between “judgment” and “analysis,” we went back to a scene in the Gospel. Jesus sees Nathanael coming toward Him. He doesn’t set him straight—“I know you’re suspicious of anyone from Nazareth. You’re trapped in your prejudices, and you need to change.” He simply looks at him and says, “Here is a true child of Israel. There is no duplicity in him”. Did Jesus hold back from giving a “clear and distinct judgment” on a man who distrusted Him? Did He compromise—or worse, tell a convenient lie—to win over a future disciple?
Neither. He didn’t respond with an “analysis” of Nathanael’s behavior. He offered a true “judgment,” born of looking deeply and fully into the soul of the man in front of Him. Nathanael’s reaction proves that Jesus had grasped the truth of who he was. “How do you know me?” he asks at once. And Jesus answers, “Before Philip called you, I saw you under the fig tree.”
That is how you know a “judgment” is true, and why we have to learn to tell it apart from “analysis.” “Judgment” is the one word in which we feel known—recognized—at the deepest level, a word so true that it takes concrete form in glances and gestures of attention that reveal who we are. “Analysis” of behavior is a smarter form of commentary. It never goes deep enough to grasp the truth of another person; it stops at approval or condemnation.
The person on the receiving end senses the difference instinctively, often right away, between true, compassionate “judgments” and partial “analyses” that too often push people apart. “Analysis” leaves people feeling enslaved by their own behavior, exposed to the gaze and verdict of others, because it reduces them to an object to approve of, not a unique and new reality to encounter. A true “judgment” does the opposite. It sets us free and opens our horizons, because, as with Nathanael, it goes to the root of where we come from and who we are.
That’s why confusing “analysis” with “judgment” is no small thing. All too often, as we can see, it breeds dependence and violence, even abuse. People who live under the pressure of an “analysis” inevitably feel at fault. They keep justifying their behavior to win the other’s approval or to escape a condemnation that is always hanging over them. Don’t our community life, the Christian message itself, and even our closest relationships so often get put to this test of approval? No wonder, then, that the violence of such an “analysis” can, in time, give way to the violence of rebellion. People see no other way to express themselves than to overturn that “analysis”—with another “analysis.” That’s what we’re seeing at various levels of society.
“Judgment,” on the other hand, is the word that springs from the heart beneath the rubble of ideas, hierarchies, and behaviors, and doesn’t stop until it reaches the heart of the other and brings it back to life. Maybe then we’ll stop talking about “young people,” “maranza,” “casseurs,” and “cops.” Setting our “analyses” aside, we’ll move past those labels until we finally encounter the person who is waiting for us.
Faced with Jesus’ “judgment,” Nathanael saw that Jesus wanted only to encounter him as a person—without pigeonholing him or measuring him against His own standards, the very thing Nathanael had done to the one he went out to meet. Before a true “judgment,” every defense crumbles, and all we experience is the presence of the person in front of us, with all his humanity, especially in the face of our mistakes. He is a true father. Only then do words become a balm for a wounded, frightened soul. We see it in people who look for healing or comfort and find themselves reborn—not through an “analysis” of their behavior, but in the freedom of being understood by a “judgment” that goes straight to the heart (heart-felt).
That’s why only “judgment” is true fatherhood: through that good and heart-felt gaze, it introduces the other to total reality and to the ultimate meaning of the self. And that gaze can be what it is only if it is the same gaze the one who looks has felt upon himself, the gaze that generated him. Not once, long ago, but in the experience he keeps living today, which regenerates him every time.
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Se non riconosciamo chi abbiamo davanti. Oltre il giudizio alla ricerca dell’uomo di CESARE MARIA CORNAGGIA e PIER LUIGI BANNA
Nei giorni scorsi, a fronte dei diversi moti di protesta che hanno turbato l’ordine pubblico, ci è sembrato quasi necessario dovere anzitutto prendere posizione e scegliere: «condannare» o «ascoltare», «comprendere» o «reprimere». È stato facile essere preda di giudizi che si rilevavano di farci mettere a fuoco quanto stava accadendo. Per almeno un momento ci ha lusingato la convinzione che solo dare un «giudizio chiaro e distinto» potesse segnare l’inizio della comprensione. Invece abbiamo capito che si trattava soltanto di un nostro meccanismo di difesa, che utilizzavamo per non entrare veramente in contatto con ciò che stava prima e sotto a quello a cui eravamo dinanzi. Quel prendere una posizione non era infatti un «giudizio», ma semplicemente una «analisi» finalizzata solo alla dialettica ed al rassicurarci.
Per capire meglio la differenza che corre tra «giudizio» ed «analisi», ci è tornato alla memoria un episodio del Vangelo, quando Gesù, scorto Natanaele venirgli incontro, non mette le cose subito in chiaro dicendogli: «So che tu sospetti di quelli che vengono da Nazareth: sei chiuso nei tuoi pregiudizi e li devi cambiare», ma semplicemente lo guarda e gli dice: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità» (Gv 1,45-51). Forse Gesù si è trattenuto dal dare un «giudizio chiaro e distinto» su quell’uomo che sospettava di lui? O forse è sceso a compromessi o, ancor peggio, ha capziosamente mentito per conquistare la fiducia del suo futuro discepolo?
Niente di tutto questo, semplicemente non ha reagito mettendo in atto una «analisi» del comportamento di Natanaele, bensì un vero «giudizio» che partiva dall’osservare nel profondo ed in toto l’animo di chi gli stava davanti, tanto che la reazione di lui conferma che Gesù aveva colto la verità della sua personalità («prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi»). Infatti, subito esclama: «Come mi conosci?».
Questa è la verifica della verità di un «giudizio», che dobbiamo imparare a ben distinguere dall’«analisi». «Giudizio» è solo quella parola da cui ci si sente (ri)conosciuti nel profondo, quella parola tanto vera da concretizzarsi in sguardi e gesti di attenzione che dicono chi siamo, mentre l’«analisi» dei comportamenti è la sorella intelligente del commento, non scende mai nel profondo per cogliere la verità dell’altro, ma si ferma semplicemente ad approvare o a biasimare.
Dal punto di vista del soggetto chiamato in causa, è istintivo e spesso immediato riconoscere la differenza tra «giudizi» veri e comprensivi ed «analisi» parziali e troppo spesso distanzianti. La «analisi» infatti fa sentire la persona schiava del suo comportamento, sottomessa allo sguardo ed alla valutazione dell’altro, perché ridotta ad oggetto da approvare, non a novità unica da incontrare. Il vero «giudizio» al contrario libera e spalanca il suo orizzonte, perché, come per Natanaele, va alla radice della sua origine e della sua essenza.
Confondere pertanto «analisi» con «giudizio» è cosa grave e produce troppo spesso, e noi lo vediamo, dipendenza e violenza sino all’abuso, perché quando una persona vive sotto la pressione di una «analisi», si sentirà comunque in difetto e dovrà cercare di giustificare sempre il proprio comportamento per accreditarsi davanti all’altro o per riscattarsi da una condanna imminente. Non è forse vero che tante volte anche le nostre dinamiche comunitarie o lo stesso annuncio cristiano od ancora le nostre relazioni private sono sottomesse a questo esame di approvazione? Non c’è pertanto da stupirsi se alla violenza di una simile «analisi» nel tempo potrà seguire anche la violenza della ribellione, perché non si vedrebbe altra via per l’espressione di sé che quella del sovvertimento di quella «analisi», ma con un’altra «analisi». E questo è ciò a cui stiamo assistendo ai diversi livelli sociali.
Il «giudizio» è invece quella parola che, sotto i detriti delle idee, delle gerarchie e dei comportamenti, parte dal cuore e non si ferma finché non raggiunge il cuore dell’altro per rianimarlo. Forse così si smetterà di parlare di «giovani», di «maranza», di «casseur», di «poliziotti» e, mettendo in sospensione le nostre «analisi», si andrà oltre, finché non si incontrerà finalmente l’uomo che ci sta aspettando.
All’uomo Natanaele, davanti al «giudizio» di Gesù, è diventato palese come lui desiderasse soltanto incontrare un altro uomo, il quale non lo inquadrasse o sottomettesse alle sue tabelle (proprio come lui aveva fatto nei confronti di chi andava ad incontrare). Davanti ad un «giudizio» vero cade qualsiasi meccanismo di difesa e si vive solo la presenza della persona che sta davanti a noi, soprattutto davanti ai nostri errori, con tutta la sua umanità, cioè un padre vero. È solo allora che le parole si trasformano in un balsamo per la personalità ferita e impaurita. Questo è ciò che vediamo in coloro, ad esempio, che cercano una cura o un conforto e che rinascono non per l’«analisi» dei loro comportamenti, ma dentro alla libertà del conoscimento che proviene da un «giudizio» che arriva dritto al cuore (a-corato).
Per questa ragione solo il «giudizio» è paternità vera, perché introduce l’altro alla realtà totale ed al significato ultimo di sé attraverso quello sguardo buono e a-corato. E quello sguardo può essere tale solo se è lo stesso sguardo che lui ha sentito su di sé e che lo ha a sua volta generato, non soltanto un tempo magari lontano, ma nell’esperienza che oggi continuamente fa e che lo rigenera ogni volta.
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Si no reconocemos a quien tenemos delante. Más allá del juicio, en busca del ser humano, de CESARE MARIA CORNAGGIA y PIER LUIGI BANNA
En los últimos días, ante las diversas manifestaciones de protesta que han alterado el orden público, nos ha parecido casi necesario tener que posicionarnos y elegir en primer lugar: «condenar» o «escuchar», «comprender» o «reprimir». Era fácil caer en juicios que, al parecer, nos ayudaban a centrarnos en lo que estaba ocurriendo. Al menos por un momento, nos halagó la convicción de que solo emitir un «juicio claro y distinto» podía marcar el inicio de la comprensión. En cambio, nos dimos cuenta de que se trataba únicamente de un mecanismo de defensa propio, que utilizábamos para no entrar realmente en contacto con lo que estaba antes y más allá de aquello a lo que nos enfrentábamos. Esa toma de posición no era, de hecho, un «juicio», sino simplemente un «análisis» destinado únicamente a la dialéctica y a tranquilizarnos.
Para comprender mejor la diferencia que existe entre «juicio» y «análisis», nos vino a la memoria un episodio del Evangelio, cuando Jesús, al ver que Natanael venía a su encuentro, no le dejó las cosas claras de inmediato diciéndole: «Sé que sospechas de los que vienen de Nazaret: estás encerrado en tus prejuicios y debes cambiarlos», sino que simplemente lo miró y le dijo: «He aquí, verdaderamente, un israelita en quien no hay falsedad» (Jn 1,45-51). ¿Acaso Jesús se abstuvo de emitir un «juicio claro y distinto» sobre aquel hombre que sospechaba de él? ¿O tal vez cedió a compromisos o, peor aún, mintió con argucias para ganarse la confianza de su futuro discípulo?
Nada de eso; simplemente no reaccionó llevando a cabo un «análisis» del comportamiento de Natanael, sino un verdadero «juicio» que partía de observar en lo más profundo y en su totalidad el alma de quien tenía delante, hasta tal punto que la reacción de este confirma que Jesús había captado la verdad de su personalidad («antes de que Felipe te llamara, yo te vi cuando estabas bajo la higuera» ). De hecho, enseguida exclama: «¿Cómo me conoces?».
Esta es la prueba de la verdad de un «juicio», que debemos aprender a distinguir bien del «análisis». «Juicio» es solo aquella palabra con la que uno se siente (re)conocido en lo más profundo, aquella palabra tan verdadera que se materializa en miradas y gestos de atención que revelan quiénes somos, mientras que el «análisis» de los comportamientos es la hermana inteligente del comentario: nunca desciende a lo más profundo para captar la verdad del otro, sino que se limita simplemente a aprobar o a censurar.
Desde el punto de vista de la persona implicada, resulta instintivo y, a menudo, inmediato reconocer la diferencia entre los «juicios» verdaderos y comprensivos y los «análisis» parciales y, con demasiada frecuencia, distanciadores. De hecho, el «análisis» hace que la persona se sienta esclava de su comportamiento, sometida a la mirada y a la valoración del otro, porque queda reducida a un objeto que hay que aprobar, y no a una novedad única con la que encontrarse. El verdadero «juicio», por el contrario, libera y abre de par en par su horizonte, porque, como en el caso de Natanael, llega a la raíz de su origen y de su esencia.
Por lo tanto, confundir «análisis» con «juicio» es algo grave y, como vemos, produce con demasiada frecuencia dependencia y violencia hasta llegar al abuso, porque cuando una persona vive bajo la presión de un «análisis», se sentirá siempre en falta y tendrá que intentar justificar constantemente su comportamiento para ganarse el reconocimiento del otro o para redimirse de una condena inminente. ¿No es cierto que, en muchas ocasiones, incluso nuestras dinámicas comunitarias, el propio anuncio cristiano o incluso nuestras relaciones privadas están sometidas a este examen de aprobación? No es de extrañar, por tanto, que a la violencia de un «análisis» de este tipo le siga, con el tiempo, también la violencia de la rebelión, porque no se vería otra vía para la expresión de uno mismo que la de subvertir ese «análisis», pero con otro «análisis». Y esto es lo que estamos presenciando en los distintos niveles sociales.
El «juicio», en cambio, es esa palabra que, bajo los escombros de las ideas, las jerarquías y los comportamientos, parte del corazón y no se detiene hasta que llega al corazón del otro para reanimarlo. Quizá así se deje de hablar de «jóvenes», de «maranza», de «casseur», de «policías» y, dejando en suspenso nuestros «análisis», se vaya más allá, hasta que por fin se encuentre al hombre que nos está esperando.
Al hombre Natanael, ante el «juicio» de Jesús, le quedó claro que él solo deseaba encontrarse con otro hombre, uno que no lo encasillara ni lo sometiera a sus esquemas (tal y como él mismo había hecho con aquellos a quienes iba a encontrar). Ante un «juicio» verdadero, cualquier mecanismo de defensa se desmorona y solo se vive la presencia de la persona que está ante nosotros, sobre todo ante nuestros errores, con toda su humanidad, es decir, un verdadero padre. Solo entonces las palabras se transforman en un bálsamo para la personalidad herida y asustada. Esto es lo que vemos, por ejemplo, en quienes buscan una cura o un consuelo y renacen, no por el «análisis» de sus comportamientos, sino en la libertad del conocimiento que proviene de un «juicio» que llega directamente al corazón (sin corazón).
Por esta razón, solo el «juicio» es verdadera paternidad, porque introduce al otro en la realidad total y en el significado último de sí mismo a través de esa mirada bondadosa y «a-corada». Y esa mirada solo puede serlo si es la misma mirada que él ha sentido sobre sí mismo y que, a su vez, lo ha generado, no solo en un tiempo quizá lejano, sino en la experiencia que hoy vive continuamente y que lo regenera cada vez.
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Si nous ne reconnaissons pas celui qui se trouve devant nous. Au-delà du jugement, à la recherche de l’homme, par CESARE MARIA CORNAGGIA et PIER LUIGI BANNA
Ces derniers jours, face aux différentes manifestations de protestation qui ont troublé l’ordre public, il nous a semblé presque nécessaire de prendre d’abord position et de choisir : « condamner » ou « écouter », « comprendre » ou « réprimer ». Il était facile de se laisser aller à des jugements qui semblaient nous aider à mettre le doigt sur ce qui se passait. L’espace d’un instant au moins, nous avons été flattés par la conviction que seul un « jugement clair et net » pouvait marquer le début de la compréhension. Au contraire, nous avons compris qu’il ne s’agissait là que d’un mécanisme de défense de notre part, que nous utilisions pour ne pas entrer véritablement en contact avec ce qui se trouvait avant et au-delà de ce à quoi nous étions confrontés. Cette prise de position n’était en effet pas un « jugement », mais simplement une « analyse » visant uniquement à la dialectique et à nous rassurer.
Pour mieux comprendre la différence entre « jugement » et « analyse », un épisode de l’Évangile nous est revenu à l’esprit : lorsque Jésus, apercevant Nathanaël venir à sa rencontre, ne met pas immédiatement les choses au clair en lui disant : « Je sais que tu te méfies de ceux qui viennent de Nazareth : tu es prisonnier de tes préjugés et tu dois les changer », mais se contente de le regarder et de lui dire : « Voici vraiment un Israélite en qui il n’y a pas de fausseté » (Jn 1, 45-51). Peut-être Jésus s’est-il abstenu de porter un « jugement clair et net » sur cet homme qui se méfiait de lui ? Ou peut-être a-t-il fait des compromis ou, pire encore, a-t-il menti de manière spécieuse pour gagner la confiance de son futur disciple ?
Rien de tout cela : il n’a tout simplement pas réagi en procédant à une « analyse » du comportement de Nathanaël, mais en portant un véritable « jugement » qui partait d’une observation profonde et complète de l’âme de celui qui se tenait devant lui, à tel point que la réaction de ce dernier confirme que Jésus avait saisi la vérité de sa personnalité (« avant que Philippe ne t’appelle, je t’ai vu quand tu étais sous le figuier » ). En effet, celui-ci s’écrie aussitôt : « Comment me connais-tu ? ».
C’est là la preuve de la vérité d’un « jugement », que nous devons apprendre à bien distinguer de l’« analyse ». Le « jugement » est ce mot unique par lequel on se sent (re)connu au plus profond de soi, ce mot si vrai qu’il se concrétise en regards et en gestes d’attention qui révèlent qui nous sommes, tandis que l’« analyse » des comportements est la sœur intelligente du commentaire : elle ne descend jamais en profondeur pour saisir la vérité de l’autre, mais se contente simplement d’approuver ou de blâmer.
Du point de vue de la personne concernée, il est instinctif et souvent immédiat de reconnaître la différence entre les « jugements » véritables et compréhensifs et les « analyses » partielles et trop souvent distanciantes. L’« analyse », en effet, donne à la personne le sentiment d’être esclave de son comportement, soumise au regard et à l’évaluation de l’autre, car réduite à un objet à approuver, et non à une singularité à découvrir. Le véritable « jugement », au contraire, libère et ouvre grand son horizon, car, comme pour Nathanaël, il va à la racine de son origine et de son essence.
Confondre donc « analyse » et « jugement » est grave et engendre trop souvent, comme nous le constatons, dépendance et violence pouvant aller jusqu’à l’abus, car lorsqu’une personne vit sous la pression d’une « analyse », elle se sentira toujours en défaut et devra chercher à justifier sans cesse son comportement pour se faire accepter par l’autre ou pour se racheter d’une condamnation imminente. N’est-il pas vrai que, bien souvent, nos dynamiques communautaires, l’annonce chrétienne elle-même ou encore nos relations privées sont soumises à cet examen d’approbation ? Il n’est donc pas étonnant que la violence d’une telle « analyse » puisse, avec le temps, être suivie de la violence de la rébellion, car on ne verrait d’autre voie d’expression de soi que celle du renversement de cette « analyse », mais par une autre « analyse ». Et c’est ce à quoi nous assistons à différents niveaux sociaux.
Le « jugement », en revanche, est ce mot qui, sous les débris des idées, des hiérarchies et des comportements, part du cœur et ne s’arrête pas tant qu’il n’a pas atteint le cœur de l’autre pour le ranimer. Peut-être cessera-t-on ainsi de parler de « jeunes », de « maranza », de « casseurs », de « policiers » et, en mettant nos « analyses » entre parenthèses, ira-t-on plus loin, jusqu’à ce que l’on rencontre enfin l’homme qui nous attend.
Pour Nathanaël, face au « jugement » de Jésus, il est devenu évident que celui-ci ne souhaitait qu’une chose : rencontrer un autre homme, qui ne le cataloguerait pas ni ne le soumettrait à ses schémas (tout comme lui-même l’avait fait envers ceux qu’il allait rencontrer). Face à un « jugement » authentique, tout mécanisme de défense s’effondre et on ne vit plus que la présence de la personne qui se tient devant nous, surtout face à nos erreurs, avec toute son humanité, c’est-à-dire un véritable père. Ce n’est qu’alors que les mots se transforment en baume pour la personnalité blessée et effrayée. C’est ce que nous observons, par exemple, chez ceux qui cherchent une guérison ou un réconfort et qui renaissent non pas grâce à l’« analyse » de leurs comportements, mais au sein de la liberté de la connaissance qui découle d’un « jugement » qui va droit au cœur (sans cœur).
C’est pour cette raison que seul le « jugement » est une véritable paternité, car il initie l’autre à la réalité totale et au sens ultime de soi à travers ce regard bienveillant et « a-corato ». Et ce regard ne peut être tel que s’il est le même regard qu’il a lui-même ressenti sur lui et qui l’a à son tour engendré, non seulement à une époque peut-être lointaine, mais dans l’expérience qu’il vit aujourd’hui sans cesse et qui le régénère à chaque fois.