Need, Data, Desire
Costantino Esposito - Reflecting on the chain of need-consumption-value.
“The new driving force of history is no longer labor, but the universal need that generates digital value through every click and ‘like.”
In a programmatic section of his book Digital Communism, Maurizio Ferraris poses a solemn question: “Is a great spiritual and material project capable of restoring hope and well-being where fear and hatred prevail possible?” The answer is “Yes.” However, a shift in our way of thinking is required. The name of this project—or rather, this political proposal, which calls for a genuine conversion of human thought and action on a global scale—is “communism.” It is an ancient name, once glorious as a revolutionary ideal, yet fraught with violence in its historical implementation.
But Ferraris adds a qualifier to that name: “capitalist communism.”
For Marx, the force behind economic and social revolution resided in capital; it was from capital’s contradictions and eventual overthrow that communism would emerge. Today, this idea must be revisited by decoupling communism from revolutionary violence and subjecting it to genuine capitalization. This would involve a fair redistribution of the value humanity produces through its interaction with the digital world. Yet, if the meaning and scope of communism change, so too does the trajectory of the capitalist force—offering an alternative to both liberal and Bolshevik capitalism.
Ferraris also subverts the famous reflection of his mentor, Jacques Derrida. In Specters of Marx (1993, new Italian edition 2025), Derrida pointed to the persistence of Marxian "ghosts" in contemporary society, urging us to heed the disturbing lessons of the thinker from Trier, “despite his communism,” as a “prophecy of justice to come.”
Ferraris, conversely, asserts that while Marx is indeed dead, the communism that many believed would bury him is very much alive. This is true only on one condition: it must no longer be based on labor and production, but on the needs and consumption we fulfill daily through digital devices. These actions generate immense value: the data deposited, collected, and stored every time we use an app or “like” a post on Instagram. By declaring our preferences, we allow commercial platforms to leverage enormous intangible capital, creating significant added value for their businesses. In this view, the new capital is “documedial,” or it is not capital at all.
Consequently, the real engine of human dignity is now a universal need. This need drives consumption and generates documedial value without traditional "merit" (which historically benefited only a few). Such an epochal shift requires a new mythology—a new symbolic-economic order. This serves as a genuine alternative to the narrative that has prevailed for centuries: the concept of human dignity rooted in "creatureliness." Ferraris argues this older model is no longer viable because it exposes us to the devastating fallout of the “death of God.”
Incidentally, this inference isn't entirely convincing; it is as if a person had to deny being their parents' child simply because of the shock of their passing (though that enters the territory of “nihilism”). Returning to Ferraris, it is helpful to understand that, with or without God, humans are needy beings. As such, they deserve and demand respect—especially when, in the realm of media capital, need produces value.
Everything hinges on our definition of “need.” Ferraris interprets it as the driving force behind both material and spiritual consumption. It is a mechanism that resolves itself by dissolving into the consumed object; only through this process can meaning and value be assigned to the world. In other words, the world’s value coincides exactly with our consumption of it. Period. Our needs return indefinitely, driven by a "repetition compulsion," generating an ever-expanding volume of documedial value.
However, our needs can be viewed differently: as evidence of something that cannot be consumed. If reduced to a mere object of consumption, the need is not satisfied—it is pathologically diminished. From this perspective, need cannot be separated from "work"—not just capitalist production, but the labor of searching for meaning. This is a meaning claimed, not just consumed, by the need itself.
In short, need is inherently valuable because it is fueled by an irreducible force: the need for meaning, or the "desire to be." This is not a mere psychological or metaphysical distraction from the technical problem of organizing platforms for global redistribution. Rather, it is an "unsolvable" ontological condition within the need-consumption-value chain—one that ensures human existence does not terminate in a hollow "digital happiness."
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Costantino Esposito
In una pagina programmatica del suo Comunismo Digitale, Maurizio Ferraris si chiede con tono solenne: «È possibile un grande progetto spirituale e materiale capace di restituire speranza e benessere laddove prevalgono paura e odio?» La risposta è: «Sì». Ma è necessaria una metamorfosi del nostro modo di pensare. Il nome di questo progetto — o meglio, di questa proposta politica che invoca una vera e propria conversione della mente e dell’agire umano su scala planetaria — è appunto «comunismo». Un nome antico, glorioso come ideale rivoluzionario, ma gravido di violenza nelle sue concrete realizzazioni storiche.
A quel nome, però, Ferraris accosta un aggettivo: «comunismo capitalista».
Già per Marx la forza motrice della rivoluzione economico-sociale risiedeva proprio nel capitale, dalle cui contraddizioni e dal cui rovesciamento sarebbe dovuto scaturire il comunismo. Oggi, tuttavia, questa idea va ripresa svincolando il comunismo dalla violenza rivoluzionaria e sottoponendolo a una vera e propria capitalizzazione. Essa consisterebbe in una redistribuzione equa del valore che l’umanità produce nella sua interazione con il mondo digitale. Ma se cambiano il senso e la portata effettiva del comunismo, mutano anche la direzione e il significato di quella forza capitalista che si pone come alternativa sia al capitalismo liberale che a quello bolscevico.
Ferraris capovolge anche la celebre riflessione di uno dei suoi maestri, Jacques Derrida, che in Spettri di Marx (1993, nuova edizione italiana 2025) aveva evidenziato la persistenza, nella società e nella critica contemporanee, di uno o più fantasmi marxiani, invitando ad ascoltare ancora l’inquietante lezione del pensatore di Treviri, «nonostante il suo comunismo» e, piuttosto, «nella direzione di una profezia di giustizia a venire».
Ferraris afferma invece che Marx è morto per davvero, ma che a restare vivo — o a poter continuare a vivere — è proprio quel comunismo che, secondo molti, lo avrebbe ucciso o reso spettrale. A condizione, però, che esso non si fondi più sul lavoro e sulla produzione, bensì sul bisogno e sul consumo che realizziamo quotidianamente attraverso i device digitali. Sono questi a generare un valore immenso: quello depositato, incamerato e conservato ogni volta che utilizziamo un’app o mettiamo un «like» su Instagram. Dichiarando le nostre preferenze, permettendo ai gestori delle piattaforme commerciali di attingere a un capitale immateriale enorme, creiamo un plusvalore evidente per il loro business. Il nuovo capitale o è «documediale» o non è più tale.
Dunque, il vero motore della storia e della dignità umana è ormai il bisogno comune. Un bisogno che spinge al consumo e genera valore documediale senza alcun merito particolare (che altrimenti spetterebbe a pochi). Questo cambiamento epocale richiede una nuova mitologia e un nuovo ordine simbolico-economico. Sarebbe questa la reale alternativa alla narrazione invalsa per secoli, ovvero il «concepire la dignità umana in base alla creaturalità». Secondo Ferraris, tale modello non è più percorribile poiché ci esporrebbe, come avvenuto storicamente, agli esiti devastanti della morte di Dio.
Detto incidentalmente, l’inferenza non appare del tutto convincente: è come se un essere umano dovesse negare di essere figlio dei propri genitori solo per lo shock causato dalla loro scomparsa... (ma questo sarebbe un altro discorso, legato al tema del «nichilismo»). Tornando a Ferraris, è utile comprendere che, con o senza Dio, l'essere umano è un essere bisognoso e, come tale, merita e reclama rispetto, soprattutto se — come avviene nel capitale documediale — il bisogno produce valore.
Qui tutto si gioca sul concetto di bisogno. Ferraris lo interpreta come la molla che spinge al consumo, sia materiale che spirituale; un meccanismo che si risolve esaurendosi in ciò che si consuma, poiché solo così si può dare senso al mondo e ai suoi beni. In altri termini, il valore del mondo coincide con il valore prodotto dal nostro consumo di esso. Punto. E questo è tutto, perché i nostri bisogni tornano a porsi indefinitamente, quasi in una coazione a ripetere, generando una grandezza indefinita, una sorta di progressione geometrica del valore documediale.
Il punto è che il nostro bisogno può essere visto anche in un altro modo: come l’attestazione di qualcosa che non è oggetto di consumo e che, se ridotto a tale, lungi dal soddisfare il bisogno, lo isterilisce in modo patologico. Da questo punto di vista, il bisogno non è concepibile senza il lavoro: non solo quello della produzione capitalistica, ma il lavoro inteso come domanda e ricerca di senso; un senso reclamato, e non semplicemente consumato, dal bisogno stesso.
In breve, il bisogno è, in quanto tale, valore (sebbene il termine sia ormai logoro), proprio perché animato da una forza irriducibile che possiamo chiamare bisogno di significato o desiderio di essere. Ciò non ha nulla a che fare con nostalgie psicologiche o metafisiche; riguarda invece il problema economico e politico di organizzare piattaforme di capitalizzazione e redistribuzione su larga scala per tutta l’umanità (tema su cui, in calce al volume, Ferraris dialoga con i colleghi torinesi Tania Cerquitelli e Pauldin Lawrence). È piuttosto una condizione ontologica «irrisolta» nella catena bisogno-consumo-valore: una condizione che genera tale catena continuamente e fa sì che essa non si chiuda mai in un’impossibile felicità digitale.
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Costantino Esposito
Dans une page programmatique de son ouvrage Comunismo Digitale (Communisme numérique), Maurizio Ferraris pose solennellement la question suivante : « Est-il possible de mettre en place un grand projet spirituel et matériel capable de redonner espoir et bien-être là où règnent la peur et la haine ? » La réponse est « oui ». Mais cela nécessite une métamorphose de notre façon de penser. Le nom de ce projet – ou plutôt de cette proposition politique qui invoque une véritable conversion de l'esprit et de l'action humaine à l'échelle planétaire – est précisément « communisme ». Un nom ancien, glorieux en tant qu'idéal révolutionnaire, mais lourd de violence dans ses réalisations historiques concrètes.
À ce nom, cependant, Ferraris ajoute un adjectif : « communisme capitaliste ».
Pour Marx déjà, la force motrice de la révolution économique et sociale résidait précisément dans le capital, dont les contradictions et le renversement auraient dû donner naissance au communisme. Aujourd'hui, cependant, cette idée doit être reprise en dissociant le communisme de la violence révolutionnaire et en le soumettant à une véritable capitalisation. Elle consisterait en une redistribution équitable de la valeur que l'humanité produit dans son interaction avec le monde numérique. Mais si le sens et la portée effective du communisme changent, la direction et la signification de cette force capitaliste qui se présente comme une alternative au capitalisme libéral et au capitalisme bolchevique changent également.
Ferraris renverse également la célèbre réflexion de l'un de ses maîtres, Jacques Derrida, qui dans Spectres de Marx (1993, nouvelle édition italienne 2025) avait souligné la persistance, dans la société et la critique contemporaines, d'un ou plusieurs fantômes marxistes, invitant à écouter encore la leçon inquiétante du penseur de Trèves, « malgré son communisme » et, plutôt, « dans le sens d'une prophétie de justice à venir ».
Ferraris affirme au contraire que Marx est bel et bien mort, mais que ce qui reste vivant – ou peut continuer à vivre – c'est précisément ce communisme qui, selon beaucoup, l'aurait tué ou rendu spectral. À condition, cependant, qu'il ne soit plus fondé sur le travail et la production, mais sur les besoins et la consommation que nous réalisons quotidiennement à travers nos appareils numériques. Ce sont ces derniers qui génèrent une valeur immense : celle qui est déposée, accumulée et conservée chaque fois que nous utilisons une application ou que nous mettons un « like » sur Instagram. En déclarant nos préférences, en permettant aux gestionnaires des plateformes commerciales de puiser dans un capital immatériel énorme, nous créons une plus-value évidente pour leur activité. Le nouveau capital est soit « documedial », soit il n'en est plus un.
Ainsi, le véritable moteur de l'histoire et de la dignité humaine est désormais le besoin commun. Un besoin qui pousse à la consommation et génère une valeur documédia sans aucun mérite particulier (qui, sinon, reviendrait à quelques-uns seulement). Ce changement historique nécessite une nouvelle mythologie et un nouvel ordre symbolique et économique. Ce serait là la véritable alternative au récit qui prévaut depuis des siècles, à savoir « concevoir la dignité humaine en fonction de la créature » . Selon Ferraris, ce modèle n'est plus viable car il nous exposerait, comme cela s'est produit historiquement, aux conséquences dévastatrices de la mort de Dieu.
Soit dit en passant, cette inférence ne semble pas tout à fait convaincante : c'est comme si un être humain devait nier être le fils de ses parents uniquement à cause du choc causé par leur disparition... (mais cela serait un autre débat, lié au thème du « nihilisme »). Pour en revenir à Ferraris, il est utile de comprendre que, avec ou sans Dieu, l'être humain est un être dans le besoin et, en tant que tel, il mérite et réclame le respect, surtout si — comme c'est le cas dans le capital documédia — le besoin produit de la valeur.
Tout repose ici sur le concept de besoin. Ferraris l'interprète comme le ressort qui pousse à la consommation, tant matérielle que spirituelle ; un mécanisme qui se résout en s'épuisant dans ce qui est consommé, car c'est seulement ainsi que l'on peut donner un sens au monde et à ses biens. En d'autres termes, la valeur du monde coïncide avec la valeur produite par notre consommation de celui-ci. Point final. Et c'est tout, car nos besoins se posent indéfiniment, presque comme une compulsion à répéter, générant une grandeur indéfinie, une sorte de progression géométrique de la valeur documédia.
Le fait est que notre besoin peut également être considéré d'une autre manière : comme l'attestation de quelque chose qui n'est pas un objet de consommation et qui, s'il est réduit à cela, loin de satisfaire le besoin, le stérilise de manière pathologique. De ce point de vue, le besoin n'est pas concevable sans le travail : non seulement celui de la production capitaliste, mais le travail compris comme demande et recherche de sens ; un sens revendiqué, et non simplement consommé, par le besoin lui-même.
En bref, le besoin est, en tant que tel, une valeur (même si le terme est désormais galvaudé), précisément parce qu'il est animé par une force irréductible que nous pouvons appeler besoin de sens ou désir d'être. Cela n'a rien à voir avec des nostalgies psychologiques ou métaphysiques ; il s'agit plutôt du problème économique et politique de l'organisation de plateformes de capitalisation et de redistribution à grande échelle pour l'humanité tout entière (thème sur lequel, à la fin du volume, Ferraris dialogue avec ses collègues turinois Tania Cerquitelli et Pauldin Lawrence). Il s'agit plutôt d'une condition ontologique « non résolue » dans la chaîne besoin-consommation-valeur : une condition qui génère continuellement cette chaîne et fait en sorte qu'elle ne se referme jamais sur un bonheur numérique impossible.
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Costantino Esposito
En una página programática de su Comunismo Digital, Maurizio Ferraris se pregunta con tono solemne: «¿Es posible un gran proyecto espiritual y material capaz de devolver la esperanza y el bienestar allí donde prevalecen el miedo y el odio?». La respuesta es «sí». Pero es necesaria una metamorfosis de nuestra forma de pensar. El nombre de este proyecto —o mejor dicho, de esta propuesta política que invoca una verdadera conversión de la mente y la acción humana a escala planetaria— es precisamente «comunismo». Un nombre antiguo, glorioso como ideal revolucionario, pero cargado de violencia en sus realizaciones históricas concretas.
A ese nombre, sin embargo, Ferraris añade un adjetivo: «comunismo capitalista».
Ya para Marx, la fuerza motriz de la revolución económico-social residía precisamente en el capital, de cuyas contradicciones y cuyo derrocamiento debería surgir el comunismo. Hoy, sin embargo, esta idea debe retomarse desvinculando el comunismo de la violencia revolucionaria y sometiéndolo a una verdadera capitalización. Esta consistiría en una redistribución equitativa del valor que la humanidad produce en su interacción con el mundo digital. Pero si cambian el sentido y el alcance efectivo del comunismo, también cambian la dirección y el significado de esa fuerza capitalista que se presenta como alternativa tanto al capitalismo liberal como al bolchevique.
Ferraris también da la vuelta a la famosa reflexión de uno de sus maestros, Jacques Derrida, quien en Fantasmas de Marx(1993, nueva edición italiana 2025) había destacado la persistencia, en la sociedad y en la crítica contemporáneas, de uno o más fantasmas marxistas, invitando a escuchar de nuevo la inquietante lección del pensador de Tréveris, «a pesar de su comunismo» y, más bien, «en la dirección de una profecía de justicia por venir».
Ferraris afirma, en cambio, que Marx está realmente muerto, pero que lo que permanece vivo —o puede seguir viviendo— es precisamente ese comunismo que, según muchos, lo habría matado o convertido en espectral. Sin embargo, con la condición de que ya no se base en el trabajo y la producción, sino en la necesidad y el consumo que realizamos a diario a través de los dispositivos digitales. Son estos los que generan un valor inmenso: el que se deposita, se acumula y se conserva cada vez que utilizamos una aplicación o ponemos un «me gusta» en Instagram. Al declarar nuestras preferencias, permitiendo a los gestores de las plataformas comerciales acceder a un enorme capital inmaterial, creamos un plusvalía evidente para su negocio. El nuevo capital es «documedial» o deja de serlo.
Por lo tanto, el verdadero motor de la historia y de la dignidad humana es ahora la necesidad común. Una necesidad que impulsa el consumo y genera valor documedial sin ningún mérito particular (que, de otro modo, correspondería a unos pocos). Este cambio trascendental requiere una nueva mitología y un nuevo orden simbólico-económico. Esta sería la verdadera alternativa a la narrativa que se ha impuesto durante siglos, es decir, «concebir la dignidad humana en función de la creaturalidad» . Según Ferraris, este modelo ya no es viable porque nos expondría, como ha ocurrido históricamente, a los devastadores resultados de la muerte de Dios.
Dicho esto, la inferencia no parece del todo convincente: es como si un ser humano tuviera que negar ser hijo de sus padres solo por el impacto causado por su desaparición... (pero esto sería otro tema, relacionado con el «nihilismo»). Volviendo a Ferraris, es útil comprender que, con o sin Dios, el ser humano es un ser necesitado y, como tal, merece y reclama respeto, sobre todo si —como ocurre en el capital documental— la necesidad produce valor.
Aquí todo gira en torno al concepto de necesidad. Ferraris lo interpreta como el motor que impulsa el consumo, tanto material como espiritual; un mecanismo que se resuelve agotándose en lo que se consume, ya que solo así se puede dar sentido al mundo y a sus bienes. En otras palabras, el valor del mundo coincide con el valor producido por nuestro consumo del mismo. Y punto. Y eso es todo, porque nuestras necesidades vuelven a plantearse indefinidamente, casi en una compulsión a repetir, generando una magnitud indefinida, una especie de progresión geométrica del valor documental.
La cuestión es que nuestra necesidad también puede verse de otra manera: como la constatación de algo que no es objeto de consumo y que, si se reduce a ello, lejos de satisfacer la necesidad, la esteriliza de forma patológica. Desde este punto de vista, la necesidad no es concebible sin el trabajo: no solo el de la producción capitalista, sino el trabajo entendido como demanda y búsqueda de sentido; un sentido reclamado, y no simplemente consumido, por la propia necesidad.
En resumen, la necesidad es, como tal, valor (aunque el término esté ya desgastado), precisamente porque está animada por una fuerza irreducible que podemos llamar necesidad de significado o deseo de ser. Esto no tiene nada que ver con nostalgias psicológicas o metafísicas; se trata, más bien, del problema económico y político de organizar plataformas de capitalización y redistribución a gran escala para toda la humanidad (tema sobre el que, al final del volumen, Ferraris dialoga con sus colegas turineses Tania Cerquitelli y Pauldin Lawrence). Se trata más bien de una condición ontológica «sin resolver» en la cadena necesidad-consumo-valor: una condición que genera continuamente dicha cadena y hace que nunca se cierre en una imposible felicidad digital.