Not a Lesson. A Presence.
“What else could God have done to make Himself so familiar, so much a part of us? He found no other way than to become flesh. Without becoming flesh He would not be perceived as real—just as a child would not perceive his mother’s presence as real if she were not there in flesh and blood. Imagine a child trying to convince himself, in the abstract, that his mother loves him. He would get fed up before he ever got in the game of life!”
Julián Carrón - A child doesn't reason his mother into being real. Neither do we with Christ.
How has God, in His plan, made it possible for what we so often take to be a fairy tale—something abstract and insubstantial—to become real and familiar? How has He made it so definitive, so decisive, that it shapes our very existence? How has He made it prevail so powerfully that it sets us free in any circumstance?
Who wouldn't want to be free? And free always, no matter what happens, no matter what situation you find yourself in? This freedom cannot be explained by a lesson; it cannot be reached by reasoning, which so often leaves us asking, "But is it really true? Am I just making this up? Am I just trying to convince myself?"
Think of God's passion for us. He created us so wonderfully, and He wants to show us that He made us this way so we would find the Presence that makes life truly life!
What else could God have done to make Himself so familiar, so much a part of us? He found no other way than to become flesh. Without becoming flesh He would not be perceived as real—just as a child would not perceive his mother's presence as real if she were not there in flesh and blood. Doubt plagues us constantly: "But is it true? But is it true?" It is a mantra that never quite takes, and so we go around in circles. Imagine a child trying to convince himself, in the abstract, that his mother loves him. He would get fed up before he ever got in the game of life! But what makes it easy? The constant presence of his mother, who is simply there for him—in any situation, at any moment, no matter how dark or confusing or sad or hard things get.
That is how Jesus acts. And only those who take this road will be able to read today's Gospel correctly—not the way we usually read it, as a moralistic lesson ("So I have to give up everything…"), as if it were tearing the skin right off us ("Is Jesus never satisfied with anything?"). For He says: "Whoever wishes to come after me must deny himself, take up his cross, and follow me. For whoever wishes to save his life will lose it, but whoever loses his life for my sake will find it." Only those who begin to share the experience of life with Him—and it is an experience before it is ever a lesson—can understand these words!
Otherwise we distort them completely and think, "He is a tyrant; He wants to meddle in our lives…" Yes—because He wants to save us. But without taking anything from us, without tearing anything away; on the contrary, by giving it all back a hundredfold! If you miss this, you cannot help but misread Him. What does it mean to "follow me"? It means following someone who makes life truly life! And if you follow Him, you do not go chasing after nonsense; you do not lose your life in the living of it!
So, by affirming Another, by recognizing Another who makes him so completely himself, a person can say, "I deny myself." But: "I deny myself in order to be myself!" Only this way is a life not lost but saved! If we try to understand it by our own reasoning, the whole thing looks like a flat contradiction. We have to plunge into an experience instead, and the way in is this: "Let's go fishing! Let go of your thoughts…" "Let's be together!" "Let's go to that village!" "Let's do this other thing…" Something began to feel familiar, something that made them say, in spite of themselves, "We have never seen anything like this!" (Mk 2:12). As Giussani puts it: "Life was being with Him." With Him.
And that is how, little by little, His presence becomes so familiar, so real, that when He is absent life is no longer the same. Something is missing: "I miss you!" So yes, we can look at Jesus' words: "What good is it for a man to gain the whole world"—to do as he pleases, to reach his goals, to have the success he had in mind—"and then lose himself?" Without such a Presence, man loses himself, because everything else is too little for his greatness, too little for our deepest need.
Only this way can He become real enough to shape our lives. Let's hope we do not lose Him, because everything else is too little.
Notes not reviewed by the author.
Friday of the Eighteenth Week in Ordinary Time — Year II
Notes from the homily by Fr. Julián Carrón
Marina di Grosseto, August 7, 2026
(First Reading: Na 2:1, 3; 3:1–3, 6–7; Responsorial Canticle: Dt 32:35–41; Gospel: Mt 16:24–28)
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Venerdì della XVIII Settimana del Tempo Ordinario - Anno pari
Appunti dall'omelia di don Julián Carrón
Marina di Grosseto, 7 agosto 2026
(Prima lettura: Na 2,1.3; 3,1-3.6-7; Salmo Da Dt 32,35-41; Vangelo: Mt 16,24-28)
Come Dio, nel Suo disegno, ha reso possibile che quello che noi tante volte pensiamo sia una fiaba, una cosa astratta, senza consistenza, diventasse reale, familiare? Che diventasse talmente definitivo e decisivo per il vivere da determinare l'esistenza, da liberarci in ogni circostanza? Da prevalere in modo così potente da renderci liberi?
A chi non piacerebbe essere libero? Ed esserlo sempre, qualsiasi cosa accada nella vita, in qualsiasi situazione si trovi? Questa libertà non si spiega con una lezione, non si raggiunge con un ragionamento, che tante volte porta a chiedersi: «Ma è proprio vero? Non è che me lo sto inventando? Non è che sto cercando di autoconvincermi?».
Pensate alla passione di Dio, che ci ha creati così grandi, e vuole mostrarci che ci ha fatti cosi per poter trovare quella Presenza che rende la vita vita!
Quale altro metodo avrebbe potuto usare Dio per rendersi così familiare, così nostro? Non ha trovato altro modo che diventare carne. Perché, senza farsi carne, come per un bambino la presenza della mamma, non sarebbe percepito come reale. Ci viene sempre il dubbio: «Ma è vero? Ma è vero?». È come un mantra, che non riesce a convincerci pienamente. E quindi ci arrampichiamo sui vetri. Immaginate un figlio che cerca di convincersi che la mamma gli vuole bene, in astratto. Si stuferebbe prima ancora di cominciare la partita del vivere! Invece, che cosa lo rende facile? La presenza costante della mamma, che, in qualsiasi situazione, in qualsiasi momento, qualsiasi sia il buio, la confusione, la tristezza e il bisogno, è lì, presente.
È così che fa Gesù. E solo chi usa questo metodo potrà leggere le parole del Vangelo di oggi in modo giusto, non come le leggiamo di solito, come un moralismo: «Allora devo lasciare tutto...», come se ci strappasse la pelle di dosso: «Ma Gesù non si accontenta mai di niente?!». Perché «se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà...». Solo chi comincia a partecipare dell'esperienza della vita con Lui, che è un'esperienza prima ancora che una lezione, può capire queste parole!
Altrimenti le stravolgiamo completamente e pensiamo: «Questo è come un tiranno, vuole entrare nelle pieghe...». Si, perché vuole salvarci. Ma senza toglierci e strapparci nulla, anzi ridonandoci tutto cento volte tanto! Se uno non capisce questo, non può che fraintendere.
Che cosa vuol dire «venire dietro a me»? Vuol dire andare dietro a qualcuno che rende la vita vita! E se vai dietro a Lui, non ti perdi in altre stupidaggini, non perdi la vita vivendo! Allora, affermando un Altro, riconoscendo un Altro che lo rende così sé stesso, uno può dire: «Rinnego me stesso». Ma «rinnego me stesso, per essere me stesso!». Solo così uno non perde la vita, ma la salva! Ma se pensiamo di poterlo capire con i nostri ragionamenti, tutto questo risulta totalmente contraddittorio. Invece, occorre immedesimarsi con un'esperienza, con quel metodo: «Andiamo a pescare! Lasciate perdere i vostri pensieri...», «Andiamo a pescare!», «Stiamo insieme!», «Andiamo in quel villaggio!», «Facciamo quest'altro...». Cominciava a diventare familiare qualcosa di cui non potevano non dire: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!» (Mc 2,12). Come dice Giussani: «La vita era stare con Lui». Con Lui.
Ed è così che, pian piano, la Sua presenza si rende talmente familiare, reale che, quando manca, la vita non è più la stessa. Manca qualcosa: «Mi manchi!». Allora, sì, possiamo guardare la frase di Gesù: «Qual vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, [farà quel che gli pare, raggiungerà i risultati, avrà il successo che aveva in mente] e poi perderà sé stesso?». Senza una Presenza così, l'uomo perde sé stesso perché tutto è troppo poco per la sua grandezza. Per la nostra esigenza.
Solo così, Lui potrà diventare talmente reale da determinare la vita. Speriamo di non perderceLo, perché tutto il resto è troppo poco.
Appunti non rivisti dall'autore
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Apuntes de la homilía de don Julián Carrón
Marina di Grosseto, 7 de agosto de 2026
(Primera lectura: Na 2,1.3; 3,1-3.6-7; Salmo responsorial [cántico]: Dt 32,35-41; Evangelio: Mt 16,24-28)¿Cómo ha hecho posible Dios, en su designio, que aquello que tantas veces nos parece un cuento de hadas —algo abstracto y sin consistencia— se haya vuelto real y familiar? ¿Que se haya vuelto tan definitivo y decisivo para la vida como para determinar nuestra existencia? ¿Que prevalezca de forma tan poderosa que nos haga libres en cualquier circunstancia?
¿A quién no le gustaría ser libre? ¿Y serlo siempre, pase lo que pase en la vida, sea cual sea la situación en que uno se encuentre? Esta libertad no se explica con una lección; no se alcanza con un razonamiento que tantas veces nos lleva a preguntarnos: «Pero ¿es realmente cierto? ¿No será que me lo estoy inventando? ¿No será que estoy intentando convencerme a mí mismo?».
Pensad en la pasión de Dios por nosotros. Nos ha creado tan grandiosos y quiere mostrarnos que nos ha hecho así para que podamos encontrar la Presencia que hace que la vida sea vida.
¿Qué otro método podría haber utilizado Dios para hacerse tan familiar, tan nuestro? No encontró otra forma que la de hacerse carne. Porque sin hacerse carne no se le percibiría como real, igual que un niño no percibiría como real la presencia de su madre si ella no estuviera ahí en carne y hueso. Siempre nos asalta la duda: «Pero ¿es verdad? Pero ¿es verdad?». Es como un mantra que no logra convencernos del todo, y así nos enredamos en nuestras propias dudas. Imaginad a un niño que intenta convencerse en abstracto de que su madre lo quiere. ¡Se hartaría antes incluso de entrar en el juego de la vida! En cambio, ¿qué hace que le resulte fácil? La presencia constante de la madre, que simplemente está ahí —en cualquier situación, en cualquier momento, por muy grande que sea la oscuridad, la confusión, la tristeza o la necesidad.
Así es como actúa Jesús. Y solo quien utilice este método podrá leer correctamente las palabras del Evangelio de hoy, no como las leemos habitualmente, como un moralismo: «Entonces tengo que dejarlo todo…», como si nos arrancaran la piel a tiras: «¡¿Es que Jesús nunca se conforma con nada?!». Porque Él dice: «Si alguien quiere venir en mi seguimiento, que se niegue a sí mismo, tome su cruz y me siga. Porque quien quiera salvar su vida, la perderá; pero quien pierda su vida por mi causa, la encontrará». ¡Solo quien empieza a participar en la experiencia de la vida con Él —que es una experiencia antes incluso que una lección— puede comprender estas palabras!
De lo contrario, las tergiversamos por completo y pensamos: «Este es como un tirano; quiere meterse en nuestros asuntos…». Sí, porque quiere salvarnos. ¡Pero sin quitarnos ni arrancarnos nada, sino devolviéndonoslo todo cien veces más! Si uno no entiende esto, no puede sino malinterpretarlo.
¿Qué significa «seguirme»? Significa ir tras alguien que hace que la vida sea vida. Y si vas tras Él, no te pierdes en otras tonterías; ¡no pierdes la vida al vivirla! Entonces, al afirmar a Otro, al reconocer a Otro que lo hace ser plenamente sí mismo, uno puede decir: «Me niego a mí mismo». Pero: «¡Me niego a mí mismo para ser yo mismo!». ¡Solo así uno no pierde la vida, sino que la salva! Pero si pensamos que podemos entenderlo con nuestro razonamiento, todo resulta una pura contradicción. En cambio, hay que identificarse con una experiencia, con ese método: «¡Vamos a pescar! Dejad a un lado vuestros pensamientos…», «¡Estemos juntos!», «¡Vamos a ese pueblo!», «Hagamos esto otro…». Empezaba a resultarles familiar algo de lo que no podían dejar de decir: «¡Nunca hemos visto nada semejante!» (Mc 2,12). Como dice Giussani: «La vida era estar con Él». Con Él.
Y así es como, poco a poco, su presencia se vuelve tan familiar, tan real, que, cuando Él falta, la vida ya no es la misma. Falta algo: «¡Te echo de menos!». Entonces, sí, podemos fijarnos en la frase de Jesús: «¿De qué le servirá al hombre ganar el mundo entero» —hacer lo que le plazca, alcanzar sus objetivos, tener el éxito que tenía en mente— «y luego perderse a sí mismo?». Sin una Presencia así, el hombre se pierde a sí mismo, porque todo lo demás es demasiado poco para su grandeza, demasiado poco para nuestra necesidad.
Solo así Él podrá volverse tan real que determine nuestra vida. Esperemos no perderlo, porque todo lo demás es demasiado poco.
Apuntes no revisados por el autor.
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Vendredi de la XVIIIe semaine du temps ordinaire - Année paire
Notes tirées de l'homélie de don Julián Carrón
Marina di Grosseto, 7 août 2026
(Première lecture : Na 2,1.3 ; 3,1-3.6-7 ; Psaume tiré de Dt 32,35-41 ; Évangile : Mt 16,24-28)
Comment Dieu, dans son dessein, a-t-il rendu possible que ce que nous considérons souvent comme un conte de fées, une chose abstraite, sans substance, devienne réel, familier ? Qu’il devienne si définitif et décisif pour notre vie qu’il détermine notre existence, qu’il nous libère en toutes circonstances ? Qu’il prévale avec une telle puissance qu’il nous rende libres ?
Qui n’aimerait pas être libre ? Et l’être toujours, quoi qu’il arrive dans la vie, quelle que soit la situation dans laquelle on se trouve ? Cette liberté ne s’explique pas par un cours, on ne l’atteint pas par un raisonnement, qui nous amène si souvent à nous demander : « Mais est-ce vraiment vrai ? Est-ce que je ne suis pas en train de l’inventer ? Est-ce que je ne suis pas en train d’essayer de m’en convaincre moi-même ? ».
Pensez à la passion de Dieu, qui nous a créés si grands, et qui veut nous montrer qu’il nous a faits ainsi pour que nous puissions trouver cette Présence qui fait de la vie la vie !
Quelle autre méthode Dieu aurait-il pu utiliser pour se rendre si familier, si proche de nous ? Il n’a trouvé d’autre moyen que de s’incarner. Car, sans s’incarner, tout comme pour un enfant la présence de sa mère, cela ne serait pas perçu comme réel. Le doute nous assaille sans cesse : « Mais est-ce vrai ? Mais est-ce vrai ? ». C’est comme un mantra qui ne parvient pas à nous convaincre pleinement. Et alors, nous nous prenons la tête. Imaginez un enfant qui essaie de se convaincre que sa maman l’aime, de manière abstraite. Il en aurait marre avant même d’avoir commencé le jeu de la vie ! Au contraire, qu’est-ce qui rend cela facile ? La présence constante de sa maman qui, quelle que soit la situation, à tout moment, quelle que soit l’obscurité, la confusion, la tristesse et le besoin, est là, présente.
C’est ainsi qu’agit Jésus. Et seul celui qui utilise cette méthode pourra lire les paroles de l’Évangile d’aujourd’hui de la bonne manière, et non pas comme nous les lisons habituellement, comme un moralisme : « Alors je dois tout quitter… », comme s’il nous arrachait la peau : « Mais Jésus n’est-il donc jamais satisfait de rien ? ! ». Car « si quelqu’un veut venir à ma suite, qu’il renonce à lui-même, qu’il prenne sa croix et qu’il me suive. Car celui qui voudra sauver sa vie la perdra ; mais celui qui perdra sa vie à cause de moi, la trouvera… ». Seul celui qui commence à partager l’expérience de la vie avec Lui, qui est une expérience avant même d’être une leçon, peut comprendre ces paroles !
Sinon, nous les déformons complètement et nous pensons : « C’est comme un tyran, il veut s’immiscer dans nos affaires… ». Oui, parce qu’il veut nous sauver. Mais sans rien nous enlever ni nous arracher quoi que ce soit, bien au contraire, en nous redonnant tout au centuple ! Si l’on ne comprend pas cela, on ne peut que se méprendre.
Que signifie « me suivre » ? Cela signifie suivre quelqu’un qui fait de la vie une vraie vie ! Et si tu le suis, tu ne te perds pas dans d’autres sottises, tu ne perds pas ta vie en vivant ! Alors, en affirmant un Autre, en reconnaissant un Autre qui le rend ainsi lui-même, on peut dire : « Je renonce à moi-même ». Mais « je renonce à moi-même, pour être moi-même ! ». C’est seulement ainsi qu’on ne perd pas la vie, mais qu’on la sauve ! Mais si l’on pense pouvoir le comprendre par nos propres raisonnements, tout cela apparaît comme totalement contradictoire. Il faut au contraire s’identifier à une expérience, selon cette méthode : « Allons pêcher ! Laissez de côté vos pensées… », « Allons pêcher ! », « Restons ensemble ! », « Allons dans ce village ! », « Faisons ceci ou cela… ». Quelque chose commençait à devenir familier, au point qu’ils ne pouvaient s’empêcher de dire : « Nous n’avons jamais rien vu de pareil ! » (Mc 2, 12). Comme le dit Giussani : « La vie, c’était d’être avec Lui ». Avec Lui.
Et c’est ainsi que, peu à peu, Sa présence devient si familière, si réelle, que, lorsqu’elle manque, la vie n’est plus la même. Il manque quelque chose : « Tu me manques ! ». Alors, oui, nous pouvons considérer cette phrase de Jésus : « À quoi cela sert-il à l’homme de gagner le monde entier, [de faire ce qui lui plaît, d’atteindre ses objectifs, d’avoir le succès qu’il avait en tête] s’il se perd lui-même ? ». Sans une telle Présence, l’homme se perd lui-même car tout est trop peu pour sa grandeur. Pour notre besoin.
Ce n’est qu’ainsi qu’Il pourra devenir si réel qu’Il déterminera la vie. Espérons ne pas Le perdre, car tout le reste est trop peu.
Notes non relues par l’auteur