The Pricelss Gift of Unity
“Unity comes first, and for that reason it never has to masquerade as uniformity.”
Simone Riva - Unity Is Not Uniformity: The Gift We Keep Losing to Pride, Silence, and Fear.
In this age of “cordial distance,” the truth of our relationships is increasingly at risk, and too often we let the sun go down on our anger. Only Christ sets us free.
“If your brother sins against you, go and confront him privately; if he listens to you, you have won your brother over. But if he does not listen, take one or two others along, so that every matter may be established by the testimony of two or three witnesses. If he refuses to listen even to them, tell it to the community; and if he refuses to listen even to the community, let him be to you as a Gentile and a tax collector” (Mt 18:15–17).
How many times in life have we had to deal with the misunderstandings that creep into our relationships? Something passed along, a half-truth, an overlooked detail, a message read the wrong way—in this age of “cordial distance,” when we keep one another at arm’s length, the truth of our relationships is increasingly at risk. Yet we are not made for misunderstanding, for the guilty silence that settles in and can never bring peace. We are not made for half-measures, for unresolved issues swept under the rug and fueled by the fear of confrontation, by the fear of having to face a disagreement.
The word “encounter” carries “counter” inside it—from the Latin contra, “against”—a reminder that we cannot truly meet another person by leaving something aside, even when meeting means facing a misunderstanding head-on. We experience this above all in our daily relationships—between husband and wife, for example, or with our children. The search for peace becomes indispensable if every situation is to help us grow. Pope Francis often reminded us of this: “We’ve had a fight; I’ve cursed at you—my goodness, I’ve said horrible things to you. But now the day is ending: I must make peace. Do you know why? Because the ‘cold war’ of the next day is extremely dangerous. Don’t let the next day begin at war. That’s why you must make peace before going to bed. Always remember: never end the day without making peace” (General Audience, December 1, 2021).
The “cold war of the next day,” intolerable at home, is unfortunately allowed to drag on for years inside our communities. Prejudice, resentment, jealousy, envy, and bitterness prevail over the bond of Baptism, which has joined us indissolubly. Blind to the chasm the Enemy can open by playing on our pride, we walk straight into the snare of hatred.
What can overcome this temptation? What can make it possible for us to truly make peace? How can we keep from becoming slaves to stagnant relationships? Once again, today’s Gospel points the way: “Where two or three are gathered in my name, there am I among them” (Mt 18:20). What wins out is his willingness to be “among” us. When we do not treat Christ as a stranger, when we do not reduce him to a spiritual inspiration and then go on doing things our own way, when he becomes a presence so alive that we can speak to him on a first-name basis, then our way of living relationships changes too.
The criterion Jesus gives is minimal; he speaks of “two or three,” not of masses or vast crowds invoking his name. It may be two or three in a community, a workplace, a school, a hospital, or anywhere else we are called to live, and this takes nothing away from the fact that he is “in our midst.” And not in a generic way, but down to the details of the steps the Gospel lays out for fraternal correction.
From this springs the priceless gift of unity among us—a unity that does not come from the absence of tensions, differing worldviews, opposing temperaments, or varied ways of acting and thinking. Unity comes first, and for that reason it never has to masquerade as uniformity, where everyone says “yes” so as not to complicate things and empties out their own reason in the process.
The words of Angelo Scola, then Patriarch of Venice, are worth sitting with: “‘May they be one’ (Jn 17:21). ‘How good and pleasant it is when brothers dwell together in unity! It is like precious oil poured on the head, running down on Aaron’s beard, running down on the collar of his robe. It is like the dew of Hermon that falls upon the mountains of Zion’ (Ps 133:1–3), says the Psalm.
This unity is beauty. The unity of free men. A unity that values all differences—differences that cannot break it, because unity precedes them and encompasses them all. If it encompasses the absolute and perfect difference found in God, and if we live by faith in the One who has communicated this profound logic to us—this profound experience of communion—we must not be afraid of any difference, nor of opening ourselves wide to everyone” (Angelo Scola, Come nasce e come vive una comunità cristiana [How a Christian Community Is Born and How It Lives], Marcianum Press, Venice, 2007, p. 133).
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Il dono inestimabile dell’unità
Simone Riva
Nell'epoca delle cordiali distanze la verità dei rapporti è sempre più a rischio e spesso il sole tramonta "sopra la nostra ira". Solo Cristo libera
“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano” (Mt 18, 15-17).
Chissà quante volte, nella vita, abbiamo dovuto fare i conti con gli equivoci che si insinuano nei rapporti. Una cosa riferita, una mezza verità, un particolare trascurato, l’errata interpretazione di un messaggio… nell’epoca delle cordiali distanze la verità dei rapporti è sempre più a rischio. Eppure non siamo fatti per l’equivoco, per quel silenzio che cala colpevole senza essere però in grado di portare pace. Non siamo fatti per le cose a metà, non risolte, fomentate dal timore del confronto, dalla paura di dover attraversare un diverbio.
Nella parola “incontro” è contenuta anche la parola “contro”, a ricordarci che non è possibile intercettare veramente l’altro mettendo da parte qualcosa, a costo di dover affrontare qualche incomprensione. Lo si sperimenta soprattutto nei rapporti quotidiani, per esempio tra marito e moglie, coi figli. La ricerca della pace diventa lo strumento indispensabile perché tutte le occasioni contribuiscano alla nostra crescita. Lo richiamava spesso papa Francesco: “Abbiamo litigato, io ti ho detto delle parolacce Dio mio, ti ho detto cose brutte. Ma adesso finisce la giornata: devo fare la pace. Sapete perché? Perché la guerra fredda del giorno dopo è pericolosissima. Non permettere che il giorno dopo incominci in guerra. Per questo fare la pace prima di andare a letto. Ricordatevi sempre: mai finire la giornata senza fare la pace” (Udienza generale, 1 dicembre 2021).
La “guerra del giorno dopo”, se non è tollerabile in casa, spesso purtroppo permettiamo che duri anche anni nelle comunità. Pregiudizio, risentimento, gelosia, invidia, rancore, vincono sul punto di origine che nel Battesimo ci ha legati indissolubilmente. Incuranti del fossato che è in grado di realizzare il Nemico poggiando sul nostro orgoglio, finiamo per infilarci con le nostre gambe nella ragnatela dell’odio.
Cosa può vincere questa tentazione? Cosa può permetterci di fare pace veramente? Come è possibile non rimanere schiavi del ristagno dei rapporti? È sempre il vangelo di oggi a suggerire la strada: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Ciò che vince è la sua disponibilità a stare “in mezzo” a noi. Quando non trattiamo Cristo come un estraneo, quando non lo riduciamo a un’ispirazione spirituale per poi fare a modo nostro, quando diventa una presenza talmente viva da potergli dare del tu, allora cambia anche il nostro modo di vivere i rapporti.
Il criterio che consegna Gesù è minimale, parla di “due o tre”, non di masse o folle oceaniche alle prese con il Suo nome. Può darsi che si tratti di due o tre in una comunità, in un’azienda, in una scuola, in un ospedale, o in qualsiasi altro luogo in cui siamo chiamati a vivere, ma questo non preclude il fatto che Lui sia “in mezzo”. E non in modo generico, ma fino al dettaglio dei vari passaggi descritti nel vangelo per la correzione reciproca.
Da qui fiorisce il dono inestimabile dell’unità tra di noi che non è data dall’assenza di tensioni, di mondovisioni differenti, di temperamenti opposti, di modi di fare e pensare variegati. L’unità viene prima, e pertanto non ha bisogno di travestirsi da uniformità, dove tutti dicono di sì senza complicare troppo le cose e svuotandosi di ragioni.
Rimangono, come punto di lavoro, le parole dell’allora patriarca di Venezia Angelo Scola: “‘Che siano una sola cosa’ (Gv 17,21) e ‘Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! È come olio profumato sul capo che scende sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste. È come rugiada dell’Ermon che scende sui monti di Sion’ (Sal 132, 1-3) dice il Salmo. Questa unità è bellezza. Unità di uomini liberi. Unità che valorizza tutte le differenze, che le differenze non riescono a spezzare perché l’unità le precede, le tiene dentro tutte. Se tiene dentro la differenza assoluta e perfetta che si dà in Dio, e se noi viviamo della fede in Colui che ci ha comunicato questa logica profonda, questa esperienza profonda di comunione, non dobbiamo avere paura di nessuna differenza né di spalancarci a tutti” (Angelo Scola, Come nasce e come vive una comunità cristiana, Marcianum press, Venezia, 2007, p. 133).
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Le don inestimable de l'unité
Simone Riva
À l'ère des distances cordiales, la sincérité des relations est de plus en plus menacée et souvent le soleil se couche « sur notre colère ». Seul le Christ libère
« Si ton frère a commis une faute contre toi, va le réprimander entre toi et lui seul ; s’il t’écoute, tu auras gagné ton frère ; s’il ne t’écoute pas, prends encore avec toi une ou deux personnes, afin que tout soit réglé sur la parole de deux ou trois témoins. S’il ne les écoute pas non plus, dis-le à la communauté ; s’il n’écoute pas non plus la communauté, qu’il soit pour toi comme un païen et un publicain » (Mt 18, 15-17).
Qui sait combien de fois, dans la vie, nous avons dû faire face aux malentendus qui s’insinuent dans les relations. Une rumeur, une demi-vérité, un détail négligé, l’interprétation erronée d’un message… À l’ère des distances courtoises, la vérité des relations est de plus en plus menacée. Et pourtant, nous ne sommes pas faits pour le malentendu, pour ce silence qui s’installe, coupable, sans pour autant être capable d’apporter la paix. Nous ne sommes pas faits pour les demi-mesures, les situations non résolues, alimentées par la crainte de la confrontation, par la peur de devoir affronter une dispute.
Le mot « rencontre » contient aussi le mot « contre », pour nous rappeler qu’il n’est pas possible d’accueillir véritablement l’autre en mettant quelque chose de côté, même au prix de devoir affronter quelques malentendus. On en fait l’expérience surtout dans les relations quotidiennes, par exemple entre mari et femme, avec les enfants. La recherche de la paix devient l’outil indispensable pour que toutes les occasions contribuent à notre croissance. Le pape François le rappelait souvent : « On s’est disputés, je t’ai dit des gros mots, mon Dieu, je t’ai dit des choses horribles. Mais maintenant, la journée se termine : je dois faire la paix. Savez-vous pourquoi ? Parce que la guerre froide du lendemain est extrêmement dangereuse. Ne laissez pas le lendemain commencer dans la guerre. C’est pourquoi il faut faire la paix avant d’aller se coucher. Souvenez-vous toujours : ne terminez jamais la journée sans faire la paix » (Audience générale, 1er décembre 2021).
La « guerre du lendemain », si elle est intolérable au sein du foyer, nous laissons malheureusement souvent perdurer pendant des années au sein des communautés. Les préjugés, le ressentiment, la jalousie, l’envie, la rancœur l’emportent sur le lien originel qui, lors du baptême, nous a unis de manière indissoluble. Indifférents au fossé que l’Ennemi est capable de creuser en s’appuyant sur notre orgueil, nous finissons par nous fourrer de notre plein gré dans la toile de la haine.
Qu’est-ce qui peut vaincre cette tentation ? Qu’est-ce qui peut nous permettre de faire véritablement la paix ? Comment est-il possible de ne pas rester esclaves de la stagnation des relations ? C’est encore l’Évangile d’aujourd’hui qui nous indique le chemin : « Là où deux ou trois sont réunis en mon nom, je suis au milieu d’eux » (Mt 18, 20). Ce qui l’emporte, c’est sa disponibilité à être « au milieu » de nous. Lorsque nous ne traitons pas le Christ comme un étranger, lorsque nous ne le réduisons pas à une simple source d’inspiration spirituelle pour ensuite agir à notre guise, lorsqu’il devient une présence si vivante que nous pouvons le tutoyer, alors notre manière de vivre les relations change également.
Le critère que Jésus nous donne est minimal : il parle de « deux ou trois », et non de masses ou de foules immenses invoquant son nom. Il peut s’agir de deux ou trois personnes au sein d’une communauté, d’une entreprise, d’une école, d’un hôpital ou de tout autre lieu où nous sommes appelés à vivre, mais cela n’empêche pas qu’Il soit « parmi » nous. Et pas de manière générique, mais jusque dans les détails des différentes étapes décrites dans l’Évangile pour la correction mutuelle.
C’est de là que jaillit le don inestimable de l’unité entre nous, qui ne résulte pas de l’absence de tensions, de visions du monde différentes, de tempéraments opposés, de façons de faire et de penser variées. L’unité vient en premier, et n’a donc pas besoin de se déguiser en uniformité, où tout le monde dit oui sans trop compliquer les choses et en se vidant de toute raison.
Il reste, comme point de travail, les paroles de celui qui était alors patriarche de Venise, Angelo Scola : « “Qu’ils soient un” (Jn 17, 21) et “Voici comme il est bon, comme il est doux pour des frères de vivre ensemble ! C’est comme une huile parfumée sur la tête qui descend sur la barbe d’Aaron, qui descend sur le bord de sa tunique. C’est comme la rosée de l’Hermon qui descend sur les montagnes de Sion » (Ps 132, 1-3), dit le Psaume. Cette unité est beauté. Unité d’hommes libres. Unité qui valorise toutes les différences, que les différences ne parviennent pas à briser car l’unité les précède, les englobe toutes. Si elle englobe la différence absolue et parfaite qui se trouve en Dieu, et si nous vivons de la foi en Celui qui nous a communiqué cette logique profonde, cette expérience profonde de communion, nous ne devons craindre aucune différence ni hésiter à nous ouvrir à tous » (Angelo Scola, Comment naît et comment vit une communauté chrétienne, Marcianum press, Venise, 2007, p. 133).
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El don inestimable de la unidad
Simone Riva
En la era de las «distancias cordiales», la verdad de las relaciones corre cada vez más peligro y, a menudo, «el sol se pone sobre nuestra ira». Solo Cristo libera.
«Si tu hermano comete una falta contra ti, ve y repréndelo a solas; si te escucha, habrás ganado a tu hermano; si no te escucha, lleva contigo a una o dos personas más, para que todo el asunto quede resuelto por el testimonio de dos o tres testigos. Si tampoco los escucha, díselo a la comunidad; y si tampoco escucha a la comunidad, que sea para ti como un pagano y un publicano» (Mt 18, 15-17).
Quién sabe cuántas veces, a lo largo de la vida, hemos tenido que lidiar con los malentendidos que se cuelan en las relaciones. Un comentario, una verdad a medias, un detalle pasado por alto, un mensaje mal interpretado… En la era de las «distancias cordiales», la verdad de las relaciones corre cada vez más peligro. Y, sin embargo, no estamos hechos para el malentendido, para ese silencio culpable que se instala sin ser capaz de traer la paz. No estamos hechos para las cosas a medias, para lo que queda sin resolver, alimentado por el temor a la confrontación, por el miedo a tener que pasar por una discusión.
En la palabra «encuentro» resuena la palabra «contra», de la que procede (del latín in contra), para recordarnos que no es posible encontrarse verdaderamente con el otro dejando algo de lado, aunque ello suponga tener que afrontar algún malentendido. Esto se experimenta sobre todo en las relaciones cotidianas: por ejemplo, entre marido y mujer o con los hijos. La búsqueda de la paz resulta indispensable para que todas las ocasiones contribuyan a nuestro crecimiento. El papa Francisco lo recordaba a menudo: «No terminéis nunca el día sin hacer las paces. Hemos peleado, yo te he dicho palabrotas, Dios mío, te he dicho cosas feas. Pero ahora termina la jornada: tengo que hacer las paces. ¿Sabéis por qué? Porque la guerra fría al día siguiente es muy peligrosa. No dejéis que el día siguiente empiece con una guerra» (Audiencia general, 1 de diciembre de 2021).
Aunque la «guerra fría al día siguiente» resulta intolerable en casa, a menudo, por desgracia, permitimos que se prolongue durante años en nuestras comunidades. Los prejuicios, el resentimiento, los celos, la envidia y el rencor se imponen sobre el vínculo original que, en el Bautismo, nos unió indisolublemente. Ajenos a la brecha que el Enemigo es capaz de abrir aprovechándose de nuestro orgullo, acabamos metiéndonos por nuestro propio pie en la trampa del odio.
¿Qué puede vencer esta tentación? ¿Qué puede permitirnos hacer las paces de verdad? ¿Cómo es posible no quedarnos atrapados en el estancamiento de las relaciones? Una vez más, es el Evangelio de hoy el que nos indica el camino: «Donde dos o tres se reúnen en mi nombre, allí estoy yo en medio de ellos» (Mt 18, 20). Lo que vence es su disposición a estar «en medio» de nosotros. Cuando no tratamos a Cristo como a un extraño, cuando no lo reducimos a una inspiración espiritual para luego hacer las cosas a nuestra manera, cuando se convierte en una presencia tan viva que podemos tratarlo de tú, entonces también cambia nuestra forma de vivir las relaciones.
El criterio que nos da Jesús es mínimo: habla de «dos o tres», no de masas ni de grandes multitudes que invocan su nombre. Puede que se trate de dos o tres en una comunidad, en una empresa, en un colegio, en un hospital o en cualquier otro lugar en el que estemos llamados a vivir, pero eso no quita que él esté «en medio». Y no de manera genérica, sino hasta el detalle de los diversos pasos que el Evangelio describe para la corrección fraterna.
De ahí brota el don inestimable de la unidad entre nosotros: una unidad que no nace de la ausencia de tensiones, de visiones del mundo diferentes, de temperamentos opuestos, de formas variadas de actuar y pensar. La unidad viene primero y, por lo tanto, no necesita disfrazarse de uniformidad, donde todos dicen que sí para no complicar demasiado las cosas y se vacían de razones.
Quedan, como punto de partida, las palabras del entonces patriarca de Venecia, Angelo Scola: «“Que sean uno” (Jn 17, 21) y “¡Qué bueno y qué dulce es que los hermanos vivan juntos! Es como aceite perfumado sobre la cabeza, que desciende sobre la barba de Aarón, que desciende sobre el borde de su manto. Es como el rocío del Hermón que desciende sobre los montes de Sión” (Sal 133, 1-3), dice el Salmo. Esta unidad es belleza. Unidad de hombres libres. Unidad que valora todas las diferencias, unas diferencias que no logran romperla porque la unidad las precede y las contiene todas. Si abarca la diferencia absoluta y perfecta que se da en Dios, y si vivimos de la fe en Aquel que nos ha comunicado esta lógica profunda, esta experiencia profunda de comunión, no debemos temer a ninguna diferencia ni dejar de abrirnos de par en par a todos» (Angelo Scola, Come nasce e come vive una comunità cristiana [Cómo nace y cómo vive una comunidad cristiana], Marcianum Press, Venecia, 2007, p. 133).