The Risen One Imposes Himself

One does not become a witness by talking oneself into something. One becomes a witness because one has been touched by something greater.
— Julián Carrón

Julián Carrón - The Risen One Imposes Himself: Recognition at the Breaking of Bread

The story of the disciples on the road to Emmaus is one of the most human in all the Gospels. It does not introduce us to men of great faith, ready to believe at the first word. It introduces us to two disappointed, wounded people leaving Jerusalem and heading home, retracing their steps. The geographical detail is not incidental: those who turn back have given up hope.

And it is precisely on this road — the road of retreat, the road of despair — that Jesus catches up with them. Listen carefully to how they speak of him. They use the past tense: “He was a prophet mighty in deed and word.” And they describe a hope already in pieces: “We had hoped that he was the one who would redeem Israel.” The verbs say everything. Hope is dead and buried with him.

And yet the signs had been there. The women had gone to the tomb, found it empty, and seen a vision of angels announcing that Jesus was alive. Some of the disciples had gone to verify it, and found things exactly as the women had said. None of it was enough. Their hearts stayed closed; their eyes stayed blind. Jesus himself does not spare them: “O foolish ones, and slow of heart to believe.” Then he begins to explain the Scriptures, starting with Moses. Even that is not enough to open their eyes.

They listen, their hearts grow warm, and still it is not enough to make them see. We know this experience well. How often does the same thing happen to us? We know the Scriptures, we sit through the readings, and the heart stays closed, resistant, weighed down by accumulated disappointments. The slowness of heart is not a quirk of those two disciples on a particular afternoon. It is the constant temptation of every believer.

At the Table, Not in the Earthquake

They reach the village, and Jesus makes as if to go on, because he never imposes himself. They are the ones who insist: “Stay with us, for it is nearly evening.” And here everything happens. Not in an extraordinary vision. Not in an earthquake or a miraculous sign. At the table. In the simplest of gestures: he takes the bread, says the blessing, breaks it, gives it to them. “Then their eyes were opened, and they recognized him.”

It is a fact. A present, concrete, unforeseeable fact. Not the conclusion of an argument. Not a deduction. Not the power of nostalgia or sentimental memory. It is something that imposes itself, that knocks from the outside and breaks open a closed shell. Only then does everything that came before become clear, as if seen in retrospect: “Were not our hearts burning within us while he spoke to us on the road, while he opened the Scriptures to us?” Yes, they had been burning. They had not noticed. It takes A Presence to understand even what we have already lived.

Why Their Witness Is Credible

This is the heart of today’s Gospel for us. Faith in the Resurrection did not arise from self-conviction. It is not the fruit of nostalgia in those who loved Jesus and could not accept his death. It is not a psychological projection. If it had been any of those things, the memory of his mighty works, the meditation on the Scriptures, the conversation with the women — all of that would have been enough. None of it was.

What convinced them was an unforeseeable Event, one none of them sought and none of them expected. And this is exactly what guarantees the credibility of their testimony. One does not become a witness by talking oneself into something. One becomes a witness because one has been touched by something greater. The consequence is immediate: “They set out at once.” Those who, a few hours earlier, were walking home toward surrender are now walking back to Jerusalem in the dark to announce what has happened. The direction of their journey has been reversed.

The Same Gesture, Today

The same experience is offered to us. Not in the same form, of course, but every celebration is the same gesture: bread taken, blessed, broken, given. It is the same act that opened the eyes of those two disciples on the road. The question this Gospel leaves us with today is not rhetorical. Do we recognize the Risen One in the breaking of bread? Do we let this present reality — not a distant memory, not an abstract doctrine — open our eyes?

No evidence, then or now, spares us the freedom to choose. It is up to each of us to recognize, or not, the credibility of this testimony. But the path is the same: to let ourselves be reached, to ask “stay with us,” and to sit at that table where the bread is broken.

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    III Domenica di Pasqua - Anno A Appunti dall'omelia di don Julián Carrón 19 aprile 2026
    (Prima lettura: At 2,14a.22-33; Salmo 15 (16); Seconda lettura: 1Pt 1,17-21; Vangelo: Lc 24,13-35)

    Il racconto dei discepoli di Emmaus è uno dei più umani di tutto il Vangelo. Non ci presenta uomini di grande fede, pronti a credere alla prima parola. Ci presenta due persone deluse e ferite che lasciano Gerusalemme e tornano a casa, tornano sui propri passi, e questo dettaglio geografico è significativo: chi torna indietro ha smesso di sperare. Eppure, è proprio su questa strada, del ritiro e della sconfitta, che Gesù li raggiunge. Ascoltiamo con attenzione le loro parole: parlano di Lui al passato remoto - «fu un profeta potente in opere e in parole - e di una speranza infranta: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele». I verbi al passato dicono tutto: la speranza è già morta e sepolta insieme a lui. Eppure, avevano avuto tanti segni: le donne erano andate al sepolcro, avevano trovato la tomba vuota e avevano avuto una visione di angeli che affermavano che Gesù era vivo; alcuni dei discepoli erano andati a verificare, trovando esattamente quel che le donne avevano riferito loro, ma tutto questo non era bastato. Il cuore rimaneva chiuso, gli occhi spenti. Gesù stesso interviene con parole taglienti: «Stolti e lenti di cuore a credere>>> non gliele risparmia. Poi comincia a spiegare le Scritture, da Mosè in avanti. Ma neanche questo è sufficiente ad aprire i loro occhi. Ascoltano e il cuore si scalda, ma non basta ancora a farli vedere. Lo capiamo bene. Quante volte accade anche a noi: conosciamo le Scritture, ascoltiamo le letture, tuttavia il cuore rimane chiuso, resistente, appesantito dalle delusioni accumulate. La lentezza di cuore non è un problema di quei due discepoli. È una tentazione permanente del credente. Arrivano al villaggio e Gesù fa per andare oltre, perché non si impone mai. Sono loro a insistere: «Resta con noi, perché si fa sera». E qui avviene tutto. Non in una visione straordinaria, non in un terremoto o in un segno prodigioso. A tavola. Nella gestualità più semplice: prende il pane, recita la benedizione, lo spezza e glielo dà. «Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero». È un fatto. Un fatto presente, concreto e imprevedibile. Non un ragionamento. Non una deduzione. Non la forza della nostalgia o della memoria affettuosa. È qualcosa che si impone, che bussa dall'esterno e spacca la crosta della chiusura. Solo a quel punto, tutto ciò che è accaduto prima si illumina, come in retrospettiva: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Sì, ardeva, ma non se ne erano resi conto. Occorre il fatto per capire persino quello che già si è vissuto. Questo è il cuore del Vangelo di oggi per noi. La fede nella resurrezione non è nata da un autoconvincimento, non è il frutto della nostalgia di chi amava Gesù e non riusciva ad accettarne la morte, né una proiezione psicologica dei discepoli. Se così fosse stato, sarebbero bastati il ricordo delle sue opere potenti, la meditazione delle Scritture, il rapporto con le donne. Mentre niente di tutto ciò è stato sufficiente. A convincerli è stato un fatto imprevedibile, che nessuno di loro cercava o si aspettava, e questa è precisamente la garanzia della credibilità della loro testimonianza: testimoni non si diventa per autoconvinzione, ma perché si è stati raggiunti da qualcosa di più grande. La conseguenza è immediata: «Partirono senza indugio». Chi prima camminava verso casa, verso la resa, ora torna a Gerusalemme di notte per annunciare. La direzione del cammino si è invertita. Anche a noi è offerta la stessa esperienza. Non nelle stesse forme, certo, ma ogni celebrazione è il medesimo gesto: il pane preso, benedetto, spezzato e dato. È lo stesso atto che aprì gli occhi a quei due discepoli. La domanda che il Vangelo di oggi ci lascia non è retorica: riconosciamo il Risorto nello spezzare il pane, lasciamo che questo fatto presente, non un ricordo lontano né una dottrina astratta, ci apra gli occhi? Nessuna evidenza, allora come oggi, ci risparmia la libertà. Sta a ciascuno di noi riconoscere o meno la credibilità di questa testimonianza, ma la strada è la stessa: lasciarci raggiungere, chiedere «resta con noi», e sederci a quella tavola dove il pane viene spezzato. 2

  • III Domingo de Pascua - Año A. Apuntes de la homilía de don Julián Carrón, 19 de abril de 2026
    (Primera lectura: Hch 2,14a.22-33; Salmo 15 (16); Segunda lectura: 1 P 1,17-21; Evangelio: Lc 24,13-35)

    El relato de los discípulos de Emaús es uno de los más humanos de todo el Evangelio. No nos presenta a hombres de gran fe, dispuestos a creer a la primera palabra. Nos presenta a dos personas decepcionadas y heridas que abandonan Jerusalén y regresan a casa, vuelven sobre sus pasos, y este detalle geográfico es significativo: quien da marcha atrás ha dejado de esperar. Y, sin embargo, es precisamente en este camino, el del repliegue y la derrota, donde Jesús los alcanza. Escuchemos con atención sus palabras: hablan de Él en pasado remoto —«fue un profeta poderoso en obras y en palabras»— y de una esperanza frustrada: «Nosotros esperábamos que él fuera aquel que liberaría a Israel». Los verbos en pasado lo dicen todo: la esperanza ya ha muerto y ha sido enterrada junto con él. Sin embargo, habían tenido muchas señales: las mujeres habían ido al sepulcro, habían encontrado la tumba vacía y habían tenido una visión de ángeles que afirmaban que Jesús estaba vivo; algunos de los discípulos habían ido a comprobarlo, encontrando exactamente lo que las mujeres les habían contado, pero todo esto no había bastado. El corazón permanecía cerrado, los ojos apagados. El mismo Jesús interviene con palabras cortantes: «¡Necios y lentos de corazón para creer!», no se lo ahorra. Luego comienza a explicar las Escrituras, desde Moisés en adelante. Pero ni siquiera esto es suficiente para abrirles los ojos. Escuchan y el corazón se enternece, pero aún no basta para hacerles ver. Lo entendemos bien. Cuántas veces nos pasa también a nosotros: conocemos las Escrituras, escuchamos las lecturas, y sin embargo el corazón permanece cerrado, resistente, agobiado por las decepciones acumuladas. La lentitud de corazón no es un problema de esos dos discípulos. Es una tentación permanente del creyente. Llegan al pueblo y Jesús se dispone a seguir adelante, porque nunca se impone. Son ellos quienes insisten: «Quédate con nosotros, porque ya es tarde». Y aquí es donde ocurre todo. No en una visión extraordinaria, ni en un terremoto o en un signo prodigioso. A la mesa. En el gesto más sencillo: toma el pan, pronuncia la bendición, lo parte y se lo da. «Entonces se les abrieron los ojos y lo reconocieron». Es un hecho. Un hecho presente, concreto e imprevisible. No es un razonamiento. No es una deducción. No es la fuerza de la nostalgia o de la memoria afectuosa. Es algo que se impone, que llama desde fuera y rompe la corteza del cierre. Solo en ese momento, todo lo que ha sucedido antes se ilumina, como en retrospectiva: «¿No ardía nuestro corazón dentro de nosotros mientras él conversaba con nosotros por el camino, cuando nos explicaba las Escrituras?». Sí, ardía, pero no se habían dado cuenta. Se necesita el hecho para comprender incluso lo que ya se ha vivido. Este es el corazón del Evangelio de hoy para nosotros. La fe en la resurrección no nació de una autoconvicción, no es fruto de la nostalgia de quienes amaban a Jesús y no lograban aceptar su muerte, ni una proyección psicológica de los discípulos. Si así hubiera sido, habrían bastado el recuerdo de sus obras poderosas, la meditación de las Escrituras, la relación con las mujeres. Sin embargo, nada de eso fue suficiente. Lo que los convenció fue un hecho imprevisible, que ninguno de ellos buscaba ni esperaba, y esta es precisamente la garantía de la credibilidad de su testimonio: no se llega a ser testigo por autoconvicción, sino porque algo más grande nos ha alcanzado.

    La consecuencia es inmediata: «Partieron sin demora». Quienes antes caminaban hacia casa, hacia la rendición, ahora regresan a Jerusalén de noche para anunciar. La dirección del camino se ha invertido. A nosotros también se nos ofrece la misma experiencia. No de la misma forma, claro está, pero cada celebración es el mismo gesto: el pan tomado, bendecido, partido y entregado. Es el mismo acto que abrió los ojos a aquellos dos discípulos. La pregunta que nos deja el Evangelio de hoy no es retórica: ¿reconocemos al Resucitado al partir el pan, dejamos que este hecho presente, no un recuerdo lejano ni una doctrina abstracta, nos abra los ojos? Ninguna evidencia, entonces como hoy, nos exime de la libertad. Depende de cada uno de nosotros reconocer o no la credibilidad de este testimonio, pero el camino es el mismo: dejarnos alcanzar, pedir «quédate con nosotros» y sentarnos a esa mesa donde se parte el pan.

  • 3e dimanche de Pâques - Année A Notes tirées de l'homélie de don Julián Carrón, 19 avril 2026
    (Première lecture : Ac 2,14a.22-33 ; Psaume 15 (16) ; Deuxième lecture : 1 P 1,17-21 ; Évangile : Lc 24,13-35)

    Le récit des disciples d’Emmaüs est l’un des plus humains de tout l’Évangile. Il ne nous présente pas des hommes d’une grande foi, prêts à croire dès la première parole. Il nous présente deux personnes déçues et blessées qui quittent Jérusalem et rentrent chez elles, reviennent sur leurs pas, et ce détail géographique est significatif : celui qui revient en arrière a cessé d’espérer. Et pourtant, c’est précisément sur ce chemin, celui du repli sur soi et de la défaite, que Jésus les rejoint. Écoutons attentivement leurs paroles : ils parlent de Lui au passé simple – « c’était un prophète puissant en actes et en paroles » – et d’un espoir brisé : « Nous espérions qu’il serait celui qui libérerait Israël ». Les verbes au passé en disent long : l’espoir est déjà mort et enterré avec lui. Et pourtant, ils avaient reçu tant de signes : les femmes s’étaient rendues au tombeau, avaient trouvé le tombeau vide et avaient eu une vision d’anges affirmant que Jésus était vivant ; certains disciples étaient allés vérifier et avaient trouvé exactement ce que les femmes leur avaient rapporté, mais tout cela n’avait pas suffi. Le cœur restait fermé, les yeux éteints. Jésus lui-même intervient avec des paroles tranchantes : « Insensés et lents de cœur à croire » >>> il ne leur fait pas de cadeau. Puis il commence à leur expliquer les Écritures, depuis Moïse. Mais cela non plus ne suffit pas à leur ouvrir les yeux. Ils écoutent et leur cœur s’échauffe, mais cela ne suffit pas encore à leur faire voir. Nous le comprenons bien. Combien de fois cela nous arrive-t-il aussi : nous connaissons les Écritures, nous écoutons les lectures, et pourtant le cœur reste fermé, résistant, alourdi par les déceptions accumulées. La lenteur du cœur n’est pas un problème propre à ces deux disciples. C’est une tentation permanente du croyant. Ils arrivent au village et Jésus s’apprête à passer son chemin, car il ne s’impose jamais. Ce sont eux qui insistent : « Reste avec nous, car le soir tombe ». Et c’est là que tout se passe. Pas dans une vision extraordinaire, pas dans un tremblement de terre ou un signe prodigieux. À table. Dans le geste le plus simple : il prend le pain, récite la bénédiction, le rompt et le leur donne. « Alors leurs yeux s’ouvrirent et ils le reconnurent ». C’est un fait. Un fait présent, concret et imprévisible. Ce n’est pas un raisonnement. Ce n’est pas une déduction. Ce n’est pas la force de la nostalgie ou d’un souvenir affectueux. C’est quelque chose qui s’impose, qui frappe de l’extérieur et brise la croûte de la fermeture. Ce n’est qu’à ce moment-là que tout ce qui s’est passé auparavant s’illumine, comme en rétrospective : « Notre cœur ne brûlait-il pas en nous tandis qu’il nous parlait en chemin, lorsqu’il nous expliquait les Écritures ? ». Oui, il brûlait, mais ils ne s’en étaient pas rendu compte. Il faut le fait pour comprendre même ce qui a déjà été vécu. C’est là le cœur de l’Évangile d’aujourd’hui pour nous. La foi en la résurrection n’est pas née d’une conviction personnelle, elle n’est pas le fruit de la nostalgie de ceux qui aimaient Jésus et ne parvenaient pas à accepter sa mort, ni une projection psychologique des disciples. Si tel avait été le cas, le souvenir de ses œuvres puissantes, la méditation des Écritures, la relation avec les femmes auraient suffi. Or, rien de tout cela n’a suffi. Ce qui les a convaincus, c’est un fait imprévisible, que nul d’entre eux ne cherchait ni n’attendait, et c’est précisément là la garantie de la crédibilité de leur témoignage : on ne devient pas témoin par conviction personnelle, mais parce qu’on a été touché par quelque chose de plus grand.

    La conséquence est immédiate : « Ils partirent sans tarder ». Ceux qui marchaient auparavant vers leur maison, vers la capitulation, retournent maintenant à Jérusalem de nuit pour annoncer la bonne nouvelle. Le sens du chemin s’est inversé. La même expérience nous est offerte à nous aussi. Pas sous les mêmes formes, certes, mais chaque célébration est le même geste : le pain pris, béni, rompu et donné. C’est le même acte qui a ouvert les yeux de ces deux disciples. La question que nous pose l’Évangile d’aujourd’hui n’est pas rhétorique : reconnaissons-nous le Ressuscité dans le partage du pain, laissons-nous ce fait présent, et non un souvenir lointain ni une doctrine abstraite, nous ouvrir les yeux ? Aucune évidence, hier comme aujourd’hui, ne nous dispense de la liberté. C’est à chacun de nous de reconnaître ou non la crédibilité de ce témoignage, mais le chemin est le même : nous laisser atteindre, demander « reste avec nous », et nous asseoir à cette table où le pain est rompu.

Julián Carrón

Julián Carrón, born in 1950 in Spain, is a Catholic priest and theologian. Ordained in 1975, he obtained a degree in Theology from Comillas Pontifical University. Carrón has held professorships at prestigious institutions, including the Catholic University of the Sacred Heart in Milan. In 2004, he moved to Milan at the request of Fr. Luigi Giussani, founder of Communion and Liberation. Following Giussani's death in 2005, Carrón became President of the Fraternity of Communion and Liberation, a position he held until 2021. Known for his work on Gospel historicity, Carrón has published extensively and participated in Church synods, meeting with both Pope Benedict XVI and Pope Francis.

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