A Presence, or Just a Name?
“We could give Peter’s answer, which we already know, and repeat it word for word. But that would not be enough to meet the urgent need we have to understand: Who are You, Christ, for me? Christ reveals Himself only through experience—in the way we miss Him as we live.”
Julián Carrón - Peter’s answer is not enough. Christ reveals Himself only where our experience answers Him.
“Who do people say that the Son of Man is?” What in their own tradition came closest to Jesus—close enough to let them identify Him, with all His actions, words, and gestures? What most resembled the presence standing in front of them were the prophets. So the first hypothesis that comes to mind, drawn from their own history, is this: “Some say John the Baptist, others Elijah, still others Jeremiah or one of the prophets.”
But Jesus is not satisfied with this, and He does not spare His disciples the question. He puts them on the spot: “But you, who do you say that I am?” What did they have that the people did not, that made an answer possible? The others came from time to time, as their needs arose, to knock on His door—to be healed, or to have their most basic needs met. The disciples had lived alongside Him, and that closeness opened the way to a deeper understanding, a true understanding. The more we live with a person, the more we are filled with signs that answer the question: “But who is she? Who is he?”
The disciples had spent enough time with Him to face that question with a wealth of information, clues, and signs that so many others simply did not have. That is why Jesus is not satisfied with what other people say, and turns to them: “But you, what answer do you give to My question? Who do you say that I am?” We do not know about the other disciples, but we do know that Peter, after all that time spent with Him, recognizes who He is.
Nor does Jesus spare us—by setting this Gospel before us—the very question He put to Peter. And so we too, who have spent a long time with Him: who do we say He is? Each one of us: who do we say He is?
We could give Peter’s answer, which we already know, and repeat it word for word. But I do not think that would be enough for any of us to meet the urgent need we have to understand: Who are You, Christ, for me?
And how can we answer? Shall we take a guess, each of us out of our own imagination? Or shall we watch how it unfolds in our experience, observe ourselves in action, and discover—by living—what Christ means to us? Only in action, in the way we live, can we discover within ourselves the answer to this question. And each of us has to look at his own experience: “But for me, what is Christ?” “Who am I for you? Who do you say that I am?”
We know that the passing of time is not enough; simply living side by side is not enough for the answer to come clear. Often sheer proximity is not enough for a presence to become truly meaningful, to capture the heart, to take hold of a life. This is why each of us is driven to look within and to discover through our own experience: “But You, Christ, who are You for me?”
And how do we answer? By discovering what takes hold of our lives, what stirs in us a longing for Him—as we see in witnesses like Giussani, who could not help being seized by that intense longing to speak His name. This is how we find out whether Jesus is truly a presence or simply “a mere name”: a name we know, a name we have repeated many times over, but one that does not really hit home, or does not hit home the way we long for it to.
Today’s liturgy gives us the chance to put this question to ourselves—not to test our ability, but to make us aware of our urgent need for Christ. For He reveals Himself only through experience: in the way we miss Him as we live, in the way we feel the urgency of returning to Him, the urgency of silence, the urgency of making room for Him in our lives—just as we see Jesus doing with the Father.
This is how we can answer that question in an existential way, and not merely a formal one. And we will see the answer in the gratitude that wells up in us for His presence.
Notes not reviewed by the author.
21st Sunday in Ordinary Time — Year A
Notes from the homily by Fr. Julián Carrón
August 23, 2026
(First Reading: Is 22:19–23; Responsorial Psalm: Ps 138 (137); Second Reading: Rom 11:33–36; Gospel: Mt 16:13–20)
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XXI Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
Appunti dall'omelia di don Julián Carrón
23 agosto 2026
(Prima lettura: Is 22,19-23; Salmo 137 (138); Seconda lettura: Rm 11,33-36; Vangelo: Mt 16,13-20)
<<La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Che cosa avevano di più vicino, nella tradizione del popolo, per poter identificare la persona di Gesù, con tutte le azioni, le parole, e i gesti che faceva? Ciò che più assomigliava alla presenza che avevano davanti erano i profeti. Per questo, la prima ipotesi che viene loro in mente dalla propria storia è: «Alcuni [dicono] Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Ma Gesù non si accontenta e non risparmia ai suoi discepoli la domanda: «E voi, chi dite che io sia?». Loro che cosa avevano in più della gente per poter rispondere? Gli altri venivano di volta in volta, secondo i loro bisogni, a bussare alla Sua porta per essere guariti o per soddisfare i bisogni più elementari del vivere. Ma loro avevano avuto la possibilità di una convivenza con Lui, che permetteva una conoscenza più profonda, una vera conoscenza. Quanto più uno convive con una persona, tanto più si riempie di segni per rispondere alla domanda: «Ma chi è lei? Chi è lui?».
I discepoli avevano una convivenza con Lui sufficientemente lunga per poter stare davanti a quella domanda con una serie di dati, di indizi, di segni, che tanti altri non avevano. Per questo, Gesù non si accontenta della risposta degli altri e domanda a loro: «Ma voi, che risposta date a questa mia domanda? Chi dite che io sia?». Degli altri discepoli non sappiamo, ma sappiamo che Pietro, dopo quella convivenza, riconosce chi è Lui.
Nemmeno a noi Gesù, mettendoci davanti questo Vangelo, risparmia la stessa domanda rivolta a Pietro. Quindi, anche noi, che abbiamo avuto una lunga convivenza con Lui, chi diciamo che Lui sia? Ciascuno di noi, chi dice che Lui sia?
Possiamo dare la risposta di Pietro, che conosciamo, ripetendola formalmente. Ma non credo che questo basterebbe a nessuno di noi per rispondere all'urgenza che abbiamo di capire: chi sei tu, Cristo, per me?
E a questo, come possiamo rispondere? Facciamo un tentativo basato sull'immaginazione di ciascuno? Oppure, guardiamo come succede nell'esperienza, ci guardiamo in azione e sorprendiamo vivendo cosa significa Cristo per noi? È solo nell'azione, nella modalità con cui viviamo che possiamo sorprendere in noi la risposta a questa domanda. E ciascuno deve guardare alla sua esperienza: «Ma, per me, cos'è Cristo?». «Io, chi sono per voi? Cosa dite che io sia?>>.
Sappiamo che non basta il passare del tempo, non basta la convivenza perché la risposta sia palese. Spesso una semplice vicinanza non è sufficiente perché una presenza diventi realmente significativa, perché prenda il cuore, prenda la vita. Per questo, ciascuno è costretto a guardare dentro di sé e a sorprendere nella sua esperienza: «Ma Tu, per me, Cristo, chi sei?».
E come possiamo rispondere? Sorprendendo cosa ci prende la vita, cosa ci ridesta una nostalgia di Lui, come vediamo in testimoni come Giussani, che non può non sorprendere in sé questa esasperata tensione a dire il Suo nome». È così che vediamo se Gesù è realmente una presenza o è semplicemente «un puro nome», un nome che sappiamo, che abbiamo ripetuto tante volte, ma che non è realmente significativo o non così significativo come desideriamo.
Oggi la liturgia ci offre l'occasione di porci questa domanda, non per fare il test della nostra capacità, ma per renderci consapevoli dell'urgenza che abbiamo di Cristo. Perché Lui si svela solo nell'esperienza: in quanto ci manca mentre viviamo, in quanto sentiamo l'urgenza di tornare da Lui, in quanto sentiamo l'urgenza del silenzio, in quanto sentiamo l'urgenza di darGli spazio nella nostra vita, come vediamo Gesù fare con il Padre.
È così che possiamo rispondere in modo esistenziale e non solo formale a quella domanda. E lo vedremo da quanto sorge in noi la gratitudine che Lui ci sia.
Appunti non rivisti dall'autore
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XXI Domingo del Tiempo Ordinario – Año A
Apuntes de la homilía de don Julián Carrón
23 de agosto de 2026
(Primera lectura: Is 22,19-23; Salmo responsorial: Sal 137 (138); Segunda lectura: Rom 11,33-36; Evangelio: Mt 16,13-20)«¿Quién dice la gente que es el Hijo del hombre?». ¿Qué tenían más cercano, en la tradición del pueblo, que les permitiera identificar a la persona de Jesús con todas las acciones, las palabras y los gestos que realizaba? Lo que más se parecía a la presencia que tenían ante sí eran los profetas. Por eso, la primera hipótesis que les viene a la mente, tomada de su propia historia, es esta: «Unos, que Juan el Bautista; otros, que Elías; otros, que Jeremías o uno de los profetas».
Pero Jesús no se conforma y no les ahorra a sus discípulos la pregunta; se la plantea a bocajarro: «Y vosotros, ¿quién decís que soy yo?». ¿Qué tenían ellos que no tuviera la gente y que les permitiera responder? Los demás venían de vez en cuando, según sus necesidades, a llamar a su puerta para ser curados o para resolver las necesidades más elementales de la vida. Ellos, en cambio, habían tenido la oportunidad de convivir con Él, codo con codo, y eso les permitía un conocimiento más profundo, un conocimiento verdadero. Cuanto más se convive con una persona, más indicios se van acumulando para responder a la pregunta: «Pero ¿quién es ella? ¿Quién es él?».
Los discípulos habían convivido con Él el tiempo suficiente como para enfrentarse a esa pregunta con una serie de datos, de indicios, de señales que muchos otros no tenían. Por eso Jesús no se conforma con la respuesta de los demás y les pregunta: «Pero vosotros, ¿qué respuesta dais a mi pregunta? ¿Quién decís que soy yo?». No sabemos qué respondieron los demás discípulos, pero sabemos que Pedro, tras esa convivencia, reconoce quién es Él.
Tampoco a nosotros, al presentarnos este Evangelio, nos ahorra Jesús la misma pregunta que le hizo a Pedro. Así pues, también nosotros, que hemos convivido mucho tiempo con Él, ¿quién decimos que es Él? Cada uno de nosotros, ¿quién dice que es Él?
Podríamos dar la respuesta de Pedro, que ya conocemos, repitiéndola al pie de la letra. Pero no creo que eso baste a ninguno de nosotros para responder a la urgencia que tenemos de comprender: ¿quién eres Tú, Cristo, para mí?
Y a esto, ¿cómo podemos responder? ¿Lo intentamos a partir de la imaginación de cada cual? ¿O bien observamos cómo ocurre en la experiencia, nos miramos en acción y descubrimos, viviendo, lo que Cristo significa para nosotros? Solo en la acción, en la forma en que vivimos, podemos descubrir en nosotros la respuesta a esta pregunta. Y cada uno debe fijarse en su propia experiencia: «Pero, para mí, ¿qué es Cristo?». «Yo, ¿quién soy para vosotros? ¿Quién decís que soy yo?».
Sabemos que no basta el paso del tiempo; no basta la convivencia para que la respuesta resulte evidente. A menudo, la simple cercanía no es suficiente para que una presencia se vuelva realmente significativa, para que se apodere del corazón y de la vida. Por eso cada uno se ve obligado a mirar dentro de sí y a descubrir en su propia experiencia: «Pero Tú, Cristo, ¿quién eres para mí?».
¿Y cómo podemos responder? Descubriendo qué nos llena la vida, qué nos despierta la nostalgia de Él, según vemos en testigos como Giussani, a quien no deja de sorprender esa tensión llevada al extremo por pronunciar su nombre. Así es como vemos si Jesús es realmente una presencia o es simplemente «un mero nombre»: un nombre que conocemos, que hemos repetido tantas veces, pero que no nos cala hondo, o no tanto como desearíamos.
Hoy la liturgia nos ofrece la ocasión de plantearnos esta pregunta, no para poner a prueba nuestra capacidad, sino para tomar conciencia de la urgencia que tenemos de Cristo. Porque Él se revela únicamente en la experiencia: en la medida en que lo echamos de menos mientras vivimos, en que sentimos la urgencia de volver a Él, la urgencia del silencio, la urgencia de darle espacio en nuestra vida, tal como vemos que hace Jesús con el Padre.
Así es como podemos responder de manera existencial, y no solo formal, a esa pregunta. Y lo veremos en la gratitud que brota en nosotros porque Él está con nosotros.
Apuntes no revisados por el autor.
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XXIe dimanche du temps ordinaire - Année A
Notes tirées de l'homélie de don Julián Carrón
23 août 2026
(Première lecture : Is 22,19-23 ; Psaume 137 (138) ; Deuxième lecture : Rm 11,33-36 ; Évangile : Mt 16,13-20)
« Qui, selon les gens, est le Fils de l’homme ? ». Qu’est-ce qui, dans la tradition populaire, leur était le plus familier pour pouvoir identifier la personne de Jésus, avec toutes ses actions, ses paroles et ses gestes ? Ce qui ressemblait le plus à la présence qu’ils avaient devant eux, c’étaient les prophètes. C’est pourquoi la première hypothèse qui leur vient à l’esprit, tirée de leur propre histoire, est : « Certains [disent] Jean-Baptiste, d’autres Élie, d’autres Jérémie ou l’un des prophètes».
Mais Jésus ne s’en contente pas et ne ménage pas ses disciples : «Et vous, qui dites-vous que je suis ?». Qu’avaient-ils de plus que les gens pour pouvoir répondre ? Les autres venaient de temps à autre, selon leurs besoins, frapper à Sa porte pour être guéris ou pour satisfaire les besoins les plus élémentaires de la vie. Mais eux avaient eu la chance de vivre à ses côtés, ce qui leur permettait une connaissance plus profonde, une vraie connaissance. Plus on côtoie une personne, plus on se nourrit de signes pour répondre à la question : « Mais qui est-elle ? Qui est-il ? ».
Les disciples avaient passé suffisamment de temps avec Lui pour pouvoir aborder cette question avec une série de données, d’indices, de signes, dont tant d’autres ne disposaient pas. C’est pourquoi Jésus ne se contente pas de la réponse des autres et leur demande : « Et vous, quelle réponse donnez-vous à ma question ? Qui dites-vous que je suis ? ». Nous ne savons pas ce qu’en pensent les autres disciples, mais nous savons que Pierre, après cette vie commune, reconnaît qui Il est.
Jésus ne nous épargne pas non plus cette même question adressée à Pierre, en nous présentant cet Évangile. Alors, nous aussi, qui avons partagé une longue vie avec Lui, qui disons-nous qu’Il est ? Chacun de nous, qui dit-il qu’Il est ?
Nous pouvons donner la réponse de Pierre, que nous connaissons, en la répétant formellement. Mais je ne crois pas que cela suffirait à aucun d’entre nous pour répondre à l’urgence que nous avons de comprendre : qui es-tu, Christ, pour moi ?
Et à cela, comment pouvons-nous répondre ? Allons-nous faire une tentative en nous appuyant sur l’imagination de chacun ? Ou bien, observons-nous ce qui se passe dans l’expérience, regardons-nous en action et découvrons-nous, en vivant, ce que le Christ signifie pour nous ? Ce n’est que dans l’action, dans la manière dont nous vivons, que nous pouvons découvrir en nous la réponse à cette question. Et chacun doit se pencher sur sa propre expérience : « Mais, pour moi, qu’est-ce que le Christ ? ». « Moi, qui suis-je pour vous ? Qui dites-vous que je suis ? »
Nous savons que le temps qui passe ne suffit pas, que la simple cohabitation ne suffit pas pour que la réponse soit évidente. Souvent, une simple proximité ne suffit pas pour qu’une présence devienne réellement significative, pour qu’elle touche le cœur, qu’elle touche la vie. C’est pourquoi chacun est contraint de regarder en lui-même et de découvrir au cœur de son expérience : « Mais Toi, pour moi, Christ, qui es-Tu ? ».
Et comment pouvons-nous répondre ? En découvrant ce qui nous saisit dans la vie, ce qui éveille en nous une nostalgie de Lui, comme nous le voyons chez des témoins tels que Giussani, qui ne peut s’empêcher de ressentir en lui cette tension extrême à prononcer Son nom ». C’est ainsi que nous voyons si Jésus est réellement une présence ou s’il est simplement « un simple nom », un nom que nous connaissons, que nous avons répété tant de fois, mais qui n’est pas vraiment significatif ou pas aussi significatif que nous le souhaiterions.
Aujourd’hui, la liturgie nous offre l’occasion de nous poser cette question, non pas pour tester nos capacités, mais pour prendre conscience de l’urgence que nous avons du Christ. Car Il ne se révèle que dans l’expérience : dans la mesure où Il nous manque tandis que nous vivons, dans la mesure où nous ressentons l’urgence de revenir vers Lui, dans la mesure où nous ressentons l’urgence du silence, dans la mesure où nous ressentons l’urgence de Lui faire une place dans notre vie, comme nous voyons Jésus le faire avec le Père.
C’est ainsi que nous pouvons répondre de manière existentielle, et non pas seulement formelle, à cette question. Et nous le verrons à la mesure où jaillit en nous la gratitude qu’Il soit là.
Notes non relues par l’auteur