Beyond Emptiness
“Understanding that ‘everything is little’ compared to what we desire is not a defeat but self-awareness.”
Julián Carrón - Beyond Emptiness: Rediscovering Desire as a Path to Fulfillment
There is a word that we use a lot and that for many has lost its meaning: happiness. We all want it. We cannot help but seek it in everything we do — at work, in success, in relationships, in purchases. But if we look inside ourselves, we sense that something is off.
We are often led to believe that happiness comes from accumulation: more things, more achievements, more pleasures. But there is a problem, as we well know. Even people who reach the top — with money, fame, and power — often find themselves with an emptiness inside. Why?
Because they come up against — and we, like them — our own irreducibility. They discover that they are made, we might say, in a strange way: nothing they come to possess can truly fill them. Man is the only being in nature that cannot be "satisfied" by anything smaller than himself. And everything we have and control is, by definition, smaller than we are. Understanding that "everything is little" compared to what we desire is not a defeat, as we often think, but the beginning of self-awareness — the discovery of who we are. It is understanding that we are made for infinity, as Pavese said: "What a man seeks in pleasures is infinity, and no one would ever give up the hope of achieving this infinity."
It is precisely to those who do not give up on achieving this "infinity" that Jesus addresses the Beatitudes. The Beatitudes are not a list of good intentions or commandments but the only realistic response to the irreducibility of our desire. They are, therefore, the greatest challenge for those who want to live up to their desires — a gamble only for the daring, because it completely overturns the logic of accumulation with a paradoxical proposal. While everyone thinks, "Blessed are the winners, the satisfied, the powerful," the Beatitudes say, "Blessed are the poor, the meek, those who mourn, those who hunger and thirst, those who are persecuted." It seems absurd to us, doesn't it?
But there is a profound logic that we sometimes struggle to grasp. The Beatitudes do not speak of misfortune but of the fullness that can be experienced in any situation in life. The "poor in spirit" are not those who have nothing but those who desire the fullness that everything else cannot give them.
Those who mourn are fortunate because their hearts are still alive, not numb, and they can discover the Presence that truly comforts them. Those who hunger and thirst for fulfillment are blessed — truly fortunate! — because they will see the One who can truly satisfy them. Those who are persecuted are blessed because they will understand that right there, in the midst of difficulty, when everything seems to be falling apart, they can discover Christ's power to transform any situation — a difficult day, unjust suffering.
Happiness is not an accumulation to be increased with useless things in response to all our needs for fulfillment; it is a Presence to be recognized. "I have come [this is the great news that Jesus brings us!] that they may have life, and have it abundantly" (Jn 10:10). And to bring us this life, He does not ask us to cut out our failures, our tears, our desire for happiness. He invites us to look at every experience and ask ourselves: "What can really make me happy? What can truly fill my heart?"
The Beatitudes are a proposal for those who refuse to settle for a watered-down happiness. At stake is the fullness of life for which we are made — a fullness we cannot achieve on our own.
Who can tell whether Jesus' promise is true? How many of us hear it with a touch of skepticism! Only those who have the courage to put it to the test in real life, amid all the unexpected events we cannot avoid: tears, desire, dissatisfaction, suffering. Today, someone wrote to me saying that the Gospel had shaken them: "I wondered if it was true [like many of us, perhaps]. Isn't it better not to have needs, wounds, injustices? With these questions, I couldn't listen to the Gospel as a mere formality. The wound inside me made me realize that this is a proposal for my life today. I asked myself, 'Can I say that what Christ says about my life, so wounded, is a blessing?' Yes. And as I say this, I begin to cry, because I feel so much suffering inside — but it is true. If I did not need You, O Christ, I would not realize who You are and how much You are everything to me!" Each of us is called to verify the promise of the Beatitudes in the different circumstances of our lives. Only this verification can truly convince us and challenge our skepticism.
IV Sunday of Ordinary Time – Year A
Notes from the homily by Julián Carrón, February 1, 2026
(First reading: Zephaniah 2:3; 3:12–13; Psalm 145 (146); Second reading: 1 Corinthians 1:26–31; Gospel: Matthew 5:1–12a)
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Oltre il vuoto: riscoprire il desiderio come strada verso la pienezza
Julián Carrón
C’è una parola che usiamo tantissimo e che per molti ha ormai perso il suo significato: felicità. Tutti la vogliamo. Non riusciamo a non cercarla in ogni cosa che facciamo: al lavoro, nel successo, nei rapporti, negli acquisti... Ma se guardiamo dentro noi stessi, sentiamo che c’è qualcosa che non va.
Spesso ci fanno credere che la felicità sia data dall’accumulo: più cose, più risultati, più piaceri. Ma c’è un problema, come sappiamo bene. Anche le persone che arrivano in cima, con soldi, fama e potere, spesso si ritrovano con un vuoto dentro. Perché?
Perché si scontrano – e noi come loro – con la propria irriducibilità. Scoprono di essere fatti, potremmo dire, in un modo strano: niente di ciò che arrivano a possedere riesce davvero a riempirli. L’uomo è l’unico essere in natura che non si può “saziare” con nulla che sia più piccolo di lui. E tutto quello che abbiamo e controlliamo è, per definizione, più piccolo di noi. Capire che “tutto è poco” rispetto a quello che vogliamo, non è una sconfitta, come tante volte pensiamo, ma è l’inizio della coscienza di sé, della scoperta di chi siamo. È capire che siamo fatti per l’infinito, come diceva Pavese: «Ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità».
È proprio a chi non rinuncia a raggiungere questa «infinità» che Gesù si rivolge nelle Beatitudini. Le Beatitudini non sono una lista di buoni propositi o di comandamenti, ma l’unica risposta realistica alla irriducibilità del nostro desiderio. Perciò sono la sfida più grande per chi vuole vivere all’altezza del proprio desiderio. È una scommessa solo per audaci, perché ribalta completamente la logica dell’accumulo delle cose con una proposta paradossale. Mentre tutti pensano “beati i vincenti, i soddisfatti, i potenti”, le Beatitudini dicono: “Beati i poveri, i miti, quelli che piangono, quelli che hanno fame e sete, che sono perseguitati”. Ci sembra assurdo, vero?
Ma c’è una logica profonda, di cui a volte facciamo fatica a renderci conto. Le Beatitudini non parlano di sfortuna, ma parlano della pienezza che si può sperimentare in qualsiasi situazione della vita. Il “povero di spirito” non è chi non ha niente, ma chi desidera la pienezza che tutto il resto non gli dà.
Chi piange è fortunato perché ha ancora il cuore vivo, non anestetizzato, e può scoprire la Presenza che veramente lo conforta. Chi ha fame e sete di pienezza è beato – fortunato proprio! – perché vedrà Chi può riempirlo davvero. Chi è perseguitato è beato perché capirà che proprio lì, nella difficoltà, quando tutto sembra andare male, può scoprire la capacità di Cristo di trasformare ogni situazione, come una giornata pesante o una sofferenza ingiusta.
La felicità non è un accumulo, da incrementare con cose inutili, per rispondere a tutta la nostra esigenza di pienezza, ma è una Presenza da riconoscere. «Io sono venuto [questa è la grande notizia che ci porta Gesù!] perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). E per raggiungere questa vita, Lui non ci chiede di tagliare fuori i nostri fallimenti, le nostre lacrime, il nostro desiderio di felicità, ma ci invita a guardare ogni esperienza e a chiederci: «Cosa può davvero farmi sentire felice? Cosa può davvero riempire il mio cuore?».
Le Beatitudini sono una proposta per chi non vuole accontentarsi di una felicità annacquata. C’è in gioco la pienezza del vivere per cui siamo fatti, e che non riusciamo a raggiungere con i nostri tentativi.
Chi potrà capire se la promessa di Gesù è vera? Quanti tra noi la ascoltano già un po’ scettici! Solo chi ha il coraggio di fare la verifica nella vita reale, dentro tutti gli imprevisti che non ci vengono risparmiati: il pianto, il desiderio, l’insoddisfazione, la sofferenza. Oggi una persona mi scriveva che il Vangelo l’aveva scioccata: «Mi sono chiesta se fosse vero [come tanti di noi, forse]. Non è meglio non avere bisogni, ferite, ingiustizie? Con queste domande non ho potuto ascoltare il Vangelo in modo formale. La ferita che ho dentro mi ha fatto capire che questa è una proposta per la mia vita oggi. Mi sono chiesta: “Posso dire che quello che dice Cristo della mia vita, così ferita, è una beatitudine? Sì. E mentre lo dico inizio a piangere, perché dentro provo tanta sofferenza, ma è vero. Se non avessi bisogno di Te, o Cristo, non mi renderei conto di chi sei e di quanto Tu sia tutto per me!». Ciascuno di noi è chiamato a fare questa verifica della promessa delle Beatitudini nelle diverse circostanze della vita. Solo questa verifica ci potrà veramente convincere, potrà sfidare il nostro scetticismo.
IV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
Appunti dall’omelia di Julián Carrón 1° febbraio 2026
(Prima lettura: Sof 2,3;3,12-13; Salmo 145 (146); Seconda lettura: 1Cor 1,26-31; Vangelo: Mt 5,1-12a)
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Más allá del vacío, redescubrir el desiderium como camino hacia la plenitud.
Julián Carrón
Hay una palabra que usamos mucho y que para muchos ya ha perdido su significado: felicidad. Todos la queremos. No podemos evitar buscarla en todo lo que hacemos: en el trabajo, en el éxito, en las relaciones, en las compras... Pero si miramos dentro de nosotros mismos, sentimos que hay algo que no va bien.
A menudo nos hacen creer que la felicidad viene dada por la acumulación: más cosas, más resultados, más placeres. Pero hay un problema, como bien sabemos. Incluso las personas que llegan a la cima, con dinero, fama y poder, a menudo se encuentran con un vacío interior. ¿Por qué?
Porque se enfrentan, al igual que nosotros, a su propia irreductibilidad. Descubren que están hechos, podríamos decir, de una manera extraña: nada de lo que llegan a poseer consigue realmente llenarlos. El ser humano es el único ser en la naturaleza que no puede «saciarse» con nada que sea más pequeño que él. Y todo lo que tenemos y controlamos es, por definición, más pequeño que nosotros. Comprender que «todo es poco» en comparación con lo que queremos no es una derrota, como muchas veces pensamos, sino el comienzo de la conciencia de uno mismo, del descubrimiento de quiénes somos. Es comprender que estamos hechos para el infinito, como decía Pavese: «Lo que un hombre busca en los placeres es un infinito, y nadie renunciaría jamás a la esperanza de alcanzar esta infinidad».
Es precisamente a quienes no renuncian a alcanzar esta «infinidad» a quienes se dirige Jesús en las Bienaventuranzas. Las Bienaventuranzas no son una lista de buenos propósitos o mandamientos, sino la única respuesta realista a la irreductibilidad de nuestro deseo. Por eso son el mayor desafío para quienes quieren vivir a la altura de su deseo. Es una apuesta solo para los audaces, porque da un giro completo a la lógica de la acumulación de cosas con una propuesta paradójica. Mientras todos piensan «bienaventurados los vencedores, los satisfechos, los poderosos», las Bienaventuranzas dicen: «Bienaventurados los pobres, los mansos, los que lloran, los que tienen hambre y sed, los que son perseguidos». Nos parece absurdo, ¿verdad?
Pero hay una lógica profunda, que a veces nos cuesta entender. Las Bienaventuranzas no hablan de la desgracia, sino de la plenitud que se puede experimentar en cualquier situación de la vida. El «pobre de espíritu» no es el que no tiene nada, sino el que desea la plenitud que todo lo demás no le da.
El que llora es afortunado porque todavía tiene el corazón vivo, no anestesiado, y puede descubrir la Presencia que realmente lo consuela. El que tiene hambre y sed de plenitud es bienaventurado —¡afortunado, precisamente!— porque verá a Quien puede llenarlo de verdad. El perseguitado es bienaventurado porque comprenderá que precisamente allí, en la dificultad, cuando todo parece ir mal, puede descubrir la capacidad de Cristo para transformar cualquier situación, como un día pesado o un sufrimiento injusto.
La felicidad no es una acumulación, que se incrementa con cosas inútiles, para responder a toda nuestra necesidad de plenitud, sino una Presencia que hay que reconocer. «Yo he venido [¡esta es la gran noticia que nos trae Jesús!] para que todos tengan vida y la tengan en abundancia» (Jn 10,10). Y para alcanzar esta vida, Él no nos pide que eliminemos nuestros fracasos, nuestras lágrimas, nuestro deseo de felicidad, sino que nos invita a mirar cada experiencia y a preguntarnos: «¿Qué es lo que realmente me hace sentir feliz? ¿Qué puede realmente llenar mi corazón?».
Las Bienaventuranzas son una propuesta para quienes no quieren conformarse con una felicidad diluida. Está en juego la plenitud de la vida para la que estamos hechos y que no podemos alcanzar con nuestros intentos.
¿Quién puede comprender si la promesa de Jesús es verdadera? ¡Cuántos de nosotros la escuchamos con cierto escepticismo! Solo aquellos que tienen el valor de comprobarlo en la vida real, en medio de todos los imprevistos que no se nos ahorran: el llanto, el deseo, la insatisfacción, el sufrimiento. Hoy, una persona me escribía que el Evangelio la había conmocionado: «Me pregunté si era verdad [como muchos de nosotros, quizás]. ¿No es mejor no tener necesidades, heridas, injusticias? Con estas preguntas no pude escuchar el Evangelio de manera formal. La herida que tengo dentro me hizo comprender que esta es una propuesta para mi vida hoy. Me pregunté: «¿Puedo decir que lo que Cristo dice de mi vida, tan herida, es una bienaventuranza? Sí. Y mientras lo digo, empiezo a llorar, porque dentro siento mucho sufrimiento, pero es verdad. Si no te necesitara, oh Cristo, no me daría cuenta de quién eres y de lo mucho que lo eres todo para mí». Cada uno de nosotros está llamado a verificar la promesa de las Bienaventuranzas en las diferentes circunstancias de la vida. Solo esta verificación podrá convencernos verdaderamente, podrá desafiar nuestro escepticismo.
IV Domingo del Tiempo Ordinario - Año A
Notas de la homilía de Julián Carrón 1 de febrero de 2026
(Primera lectura: Sof 2,3;3,12-13; Salmo 145 (146); Segunda lectura: 1Cor 1,26-31; Evangelio: Mt 5,1-12a)
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Au-delà du vide, redécouvrir le desiderium comme chemin vers la plénitude.
Julián Carrón
Il y a un mot que nous utilisons beaucoup et qui, pour beaucoup, a désormais perdu son sens : le bonheur. Nous le voulons tous. Nous ne pouvons nous empêcher de le rechercher dans tout ce que nous faisons : au travail, dans la réussite, dans les relations, dans les achats... Mais si nous regardons en nous-mêmes, nous sentons qu'il y a quelque chose qui ne va pas.
On nous fait souvent croire que le bonheur vient de l'accumulation : plus de choses, plus de résultats, plus de plaisirs. Mais il y a un problème, comme nous le savons bien. Même les personnes qui atteignent le sommet, avec l'argent, la renommée et le pouvoir, se retrouvent souvent avec un vide en elles. Pourquoi ?
Parce qu'elles se heurtent - et nous avec elles - à leur propre irréductibilité. Elles découvrent qu'elles sont faites, pourrait-on dire, d'une manière étrange : rien de ce qu'elles parviennent à posséder ne parvient vraiment à les combler. L'homme est le seul être dans la nature qui ne peut être « rassasié » par rien de plus petit que lui. Et tout ce que nous avons et contrôlons est, par définition, plus petit que nous. Comprendre que « tout est peu » par rapport à ce que nous voulons n'est pas une défaite, comme nous le pensons souvent, mais le début de la conscience de soi, de la découverte de qui nous sommes. C'est comprendre que nous sommes faits pour l'infini, comme le disait Pavese : « Ce qu'un homme recherche dans les plaisirs, c'est l'infini, et personne ne renoncerait jamais à l'espoir d'atteindre cette infinité ».
C'est précisément à ceux qui ne renoncent pas à atteindre cette « infinité » que Jésus s'adresse dans les Béatitudes. Les Béatitudes ne sont pas une liste de bonnes résolutions ou de commandements, mais la seule réponse réaliste à l'irréductibilité de notre désir. Elles constituent donc le plus grand défi pour ceux qui veulent vivre à la hauteur de leur désir. C'est un pari réservé aux audacieux, car il renverse complètement la logique de l'accumulation des biens par une proposition paradoxale. Alors que tout le monde pense « heureux les vainqueurs, les satisfaits, les puissants », les Béatitudes disent : « Heureux les pauvres, les doux, ceux qui pleurent, ceux qui ont faim et soif, ceux qui sont persécutés ». Cela nous semble absurde, n'est-ce pas ?
Mais il y a une logique profonde, que nous avons parfois du mal à comprendre. Les Béatitudes ne parlent pas de malchance, mais de la plénitude que l'on peut expérimenter dans n'importe quelle situation de la vie. Le « pauvre en esprit » n'est pas celui qui n'a rien, mais celui qui désire la plénitude que tout le reste ne lui donne pas.
Celui qui pleure est heureux parce qu'il a encore un cœur vivant, non anesthésié, et qu'il peut découvrir la Présence qui le réconforte vraiment. Celui qui a faim et soif de plénitude est heureux – vraiment heureux ! – parce qu'il verra Celui qui peut vraiment le combler. Celui qui est persécuté est heureux car il comprendra que c'est précisément là, dans la difficulté, quand tout semble aller mal, qu'il peut découvrir la capacité du Christ à transformer toute situation, comme une journée difficile ou une souffrance injuste.
Le bonheur n'est pas une accumulation, à augmenter avec des choses inutiles, pour répondre à tout notre besoin de plénitude, mais c'est une Présence à reconnaître. « Je suis venu [c'est la grande nouvelle que Jésus nous apporte !] afin que tous aient la vie et qu'ils l'aient en abondance » (Jn 10, 10). Et pour atteindre cette vie, Il ne nous demande pas d'éliminer nos échecs, nos larmes, notre désir de bonheur, mais Il nous invite à regarder chaque expérience et à nous demander : « Qu'est-ce qui peut vraiment me rendre heureux ? Qu'est-ce qui peut vraiment remplir mon cœur ? »
Les Béatitudes sont une proposition pour ceux qui ne veulent pas se contenter d'un bonheur édulcoré. Il en va de la plénitude de la vie pour laquelle nous sommes faits, et que nous ne parvenons pas à atteindre par nos propres efforts.
Qui peut comprendre si la promesse de Jésus est vraie ? Combien d'entre nous l'écoutent déjà avec un certain scepticisme ! Seuls ceux qui ont le courage de vérifier dans la vie réelle, au milieu de tous les imprévus qui ne nous sont pas épargnés : les pleurs, le désir, l'insatisfaction, la souffrance. Aujourd'hui, une personne m'a écrit que l'Évangile l'avait choquée : « Je me suis demandé si c'était vrai [comme beaucoup d'entre nous, peut-être]. N'est-il pas préférable de ne pas avoir de besoins, de blessures, d'injustices ? Avec ces questions, je n'ai pas pu écouter l'Évangile de manière formelle. La blessure que j'ai en moi m'a fait comprendre que c'est une proposition pour ma vie aujourd'hui. Je me suis demandé : « Puis-je dire que ce que le Christ dit de ma vie, si blessée, est une béatitude ? Oui. Et en le disant, je me mets à pleurer, car je ressens beaucoup de souffrance en moi, mais c'est vrai. Si je n'avais pas besoin de Toi, ô Christ, je ne réaliserais pas qui Tu es et à quel point Tu es tout pour moi ! ». Chacun de nous est appelé à vérifier la promesse des Béatitudes dans les différentes circonstances de la vie. Seule cette vérification pourra vraiment nous convaincre, pourra défier notre scepticisme.
IV Dimanche du Temps Ordinaire - Année A
Notes de l'homélie de Julián Carrón 1er février 2026
(Première lecture : Soph 2,3 ; 3,12-13 ; Psaume 145 (146) ; Deuxième lecture : 1 Co 1,26-31 ; Évangile : Mt 5,1-12a)
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Jenseits der Leere das Desiderium als Weg zur Fülle wiederentdecken.
Julián Carrón
Es gibt ein Wort, das wir sehr häufig verwenden und das für viele mittlerweile seine Bedeutung verloren hat: Glück. Wir alle wollen es. Wir können nicht umhin, es in allem, was wir tun, zu suchen: in der Arbeit, im Erfolg, in Beziehungen, beim Einkaufen... Aber wenn wir in uns hineinhorchen, spüren wir, dass etwas nicht stimmt.
Oft wird uns suggeriert, dass Glück durch Anhäufung entsteht: mehr Dinge, mehr Erfolge, mehr Vergnügungen. Aber es gibt ein Problem, wie wir nur zu gut wissen. Selbst Menschen, die es ganz nach oben geschafft haben, mit Geld, Ruhm und Macht, fühlen sich oft innerlich leer. Warum?
Weil sie – und wir mit ihnen – mit ihrer eigenen Unbeugsamkeit konfrontiert werden. Sie entdecken, dass sie, könnte man sagen, auf eine seltsame Weise geschaffen sind: Nichts, was sie besitzen, kann sie wirklich erfüllen. Der Mensch ist das einzige Wesen in der Natur, das sich mit nichts „sättigen” lässt, was kleiner ist als er selbst. Und alles, was wir haben und kontrollieren, ist per Definition kleiner als wir selbst. Zu verstehen, dass „alles wenig ist” im Vergleich zu dem, was wir wollen, ist keine Niederlage, wie wir oft denken, sondern der Beginn des Selbstbewusstseins, der Entdeckung dessen, wer wir sind. Es ist das Verständnis, dass wir für die Unendlichkeit geschaffen sind, wie Pavese sagte: „Was ein Mensch in den Freuden sucht, ist eine Unendlichkeit, und niemand würde jemals die Hoffnung aufgeben, diese Unendlichkeit zu erreichen”.
Gerade an diejenigen, die nicht aufgeben, diese „Unendlichkeit“ zu erreichen, wendet sich Jesus in den Seligpreisungen. Die Seligpreisungen sind keine Liste guter Vorsätze oder Gebote, sondern die einzige realistische Antwort auf die Unbeugsamkeit unseres Verlangens. Deshalb sind sie die größte Herausforderung für diejenigen, die ihrem Verlangen gerecht werden wollen. Es ist eine Wette nur für Wagemutige, denn sie kehrt die Logik des Anhäufens von Dingen mit einem paradoxen Vorschlag völlig um. Während alle denken: „Selig sind die Sieger, die Zufriedenen, die Mächtigen“, sagen die Seligpreisungen: „Selig sind die Armen, die Sanftmütigen, die Trauernden, die Hungrigen und Durstigen, die Verfolgten“. Das erscheint uns absurd, nicht wahr?
Aber es gibt eine tiefe Logik, die wir manchmal nur schwer erkennen können. Die Seligpreisungen sprechen nicht von Unglück, sondern von der Fülle, die man in jeder Lebenssituation erfahren kann. „Arm im Geiste“ ist nicht derjenige, der nichts hat, sondern derjenige, der sich nach der Fülle sehnt, die ihm alles andere nicht geben kann.
Wer weint, ist glücklich, weil sein Herz noch lebendig und nicht betäubt ist und er die Gegenwart entdecken kann, die ihn wirklich tröstet. Wer nach Fülle hungert und dürstet, ist selig – wirklich glücklich! –, weil er den sehen wird, der ihn wirklich erfüllen kann. Wer verfolgt wird, ist selig, weil er verstehen wird, dass er gerade dort, in der Schwierigkeit, wenn alles schlecht zu laufen scheint, die Fähigkeit Christi entdecken kann, jede Situation zu verwandeln, wie einen schweren Tag oder ungerechtes Leiden.
Glück ist keine Anhäufung, die mit nutzlosen Dingen vermehrt werden muss, um all unser Bedürfnis nach Fülle zu stillen, sondern es ist eine Gegenwart, die es zu erkennen gilt. „Ich bin gekommen [das ist die große Nachricht, die Jesus uns bringt!], damit alle das Leben haben und es in Fülle haben“ (Joh 10,10). Und um dieses Leben zu erreichen, verlangt er von uns nicht, unsere Misserfolge, unsere Tränen, unser Verlangen nach Glück auszublenden, sondern er lädt uns ein, jede Erfahrung zu betrachten und uns zu fragen: „Was kann mich wirklich glücklich machen? Was kann mein Herz wirklich erfüllen?“
Die Seligpreisungen sind ein Angebot für diejenigen, die sich nicht mit einem verwässerten Glück zufrieden geben wollen. Es geht um die Fülle des Lebens, für die wir geschaffen sind und die wir mit unseren eigenen Versuchen nicht erreichen können.
Wer kann verstehen, ob das Versprechen Jesu wahr ist? Wie viele von uns hören es schon mit einer gewissen Skepsis! Nur wer den Mut hat, es im realen Leben zu überprüfen, inmitten all der Unvorhergesehenheiten, die uns nicht erspart bleiben: Tränen, Sehnsucht, Unzufriedenheit, Leiden. Heute schrieb mir jemand, dass das Evangelium ihn schockiert habe: „Ich habe mich gefragt, ob es wahr ist [wie viele von uns vielleicht]. Ist es nicht besser, keine Bedürfnisse, Verletzungen, Ungerechtigkeiten zu haben? Mit diesen Fragen konnte ich das Evangelium nicht formal hören. Die Wunde in meinem Inneren hat mir klar gemacht, dass dies ein Vorschlag für mein heutiges Leben ist. Ich habe mich gefragt: „Kann ich sagen, dass das, was Christus über mein so verletztes Leben sagt, eine Seligkeit ist? Ja. Und während ich das sage, fange ich an zu weinen, weil ich innerlich so viel Leid empfinde, aber es ist wahr. Wenn ich Dich nicht bräuchte, Christus, würde ich nicht erkennen, wer Du bist und wie sehr Du alles für mich bist!“ Jeder von uns ist aufgerufen, diese Verheißung der Seligpreisungen in den verschiedenen Lebensumständen zu überprüfen. Nur diese Überprüfung kann uns wirklich überzeugen und unsere Skepsis herausfordern.
IV Sonntag im Jahreskreis – Jahr A
Notizen aus der Predigt von Julián Carrón 1. Februar 2026
(Erste Lesung: Soph 2,3;3,12-13; Psalm 145 (146); Zweite Lesung: 1Kor 1,26-31; Evangelium: Mt 5,1-12a)