He Is Closer Than Ever
“The Ascension is not a departure; it is Jesus’ entry into the Mystery of God. No longer under the dominion of corruption and death, He is closer to us than ever.”
Julián Carrón - The Ascension is not a goodbye. Christ is closer now than He ever was before.
Today we celebrate the Feast of the Ascension of the Lord, and in the first reading from the Acts of the Apostles we hear that, after His passion, He “showed Himself alive to them by many proofs, appearing to them over a period of forty days and speaking about the things pertaining to the Kingdom of God.” Forty days of encounters, of words, of shared meals, of teaching about the Kingdom. And yet, at the end of this long stretch, the disciples ask Jesus a question that lays bare how hard it is to change the way we think: “Lord, is this the time when You will restore the kingdom to Israel?”
It is a startling question. Even after the overwhelming experience of the Resurrection, the disciples are still tied to a political, nationalistic picture of the Messiah. For generations, Israel had been waiting for a liberator who would overturn Roman rule, gather the twelve tribes back together, and set David’s throne again in Jerusalem. Their question carries that very human, very stubborn impatience to see historical justice finally done and the glory of one’s own people restored.
But the Kingdom Jesus brings is of another nature altogether. It is not imposed by force. It is not won by weapons. It is not measured by borders on a map. It is a Kingdom that enters the heart and remakes history from within.
And so another, more unsettling question rises up: by ascending into Heaven, is Jesus not abandoning humanity to its fate? The very image of the Ascension can make us think of a departure, almost a kind of space-flight out beyond earthly reality. It is almost inevitable that we, together with the disciples, feel this moment as an abandonment — left to our own powerlessness, alone with the weight of history on our shoulders.
But the Ascension is not a departure. It is Jesus’ entry into the Mystery of God, His Father. No longer under the dominion of corruption and death, He is closer to us than ever. That is why He can say: “I am with you always, even to the end of the age.”
That sentence turns our usual way of thinking on its head. The Ascension does not mean distance; it means a deeper closeness. Jesus is no longer somewhere far off in the heavens. He is nearer, at every instant of history, to anyone who recognizes Him. He is not boxed into a place or a time. He is present wherever there is a heart open to His Presence. The living, risen Jesus stands always available for our recognition. We only have to let Him in, to see the newness He brings into our lives. Only those who make room for Him can be convinced of His closeness, of His Resurrection. They will see Him, as He said, “because I live, and you will live.”
This is the newness of life of those who open their hearts to His living Presence — a life that becomes a witness to the unique nature of His Kingdom. Not a Kingdom defined by the rule of power, but by a living force that is worth more than life itself.
What kind of experience must St. Paul have had to be able to write the words we just heard in the second reading? “Brothers and sisters, may the God of our Lord Jesus Christ, the Father of glory, grant you a spirit of wisdom and revelation for a deeper knowledge of Him; may He enlighten the eyes of your heart, so that you may understand to what hope He has called you, what treasure of glory His inheritance holds among the saints, and what is the extraordinary greatness of His power toward us who believe.” Paul is not speaking from hearsay. He is speaking by virtue of an Event that transformed his life and lit up the eyes of his heart.
That is exactly the dynamic of the Ascension: Christ enters into the Mystery of God so that He can lead us into that “deeper knowledge,” so that we can catch a glimpse of “what a treasure of glory” awaits us and “what is the extraordinary greatness of His power toward us who believe.” Only this way — filled with His living Presence — can we become what Jesus Himself asks of us: “You will be my witnesses in Jerusalem, throughout Judea and Samaria, and to the ends of the earth.”
The Ascension, then, does not leave us orphans. It hands us a mission. It does not strip us of Christ’s Presence; it makes that Presence universal, accessible everywhere, intimate. Today, in this Eucharist, let us ask the Lord for the grace to open our hearts to His living Presence — so that we can recognize Him in every moment of our lives and become, wherever He has placed us, credible witnesses of His Kingdom.
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Più vicino che mai
Julian Carrón
Oggi celebriamo la festa dell’Ascensione del Signore e, come abbiamo ascoltato nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli, «egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio». Quaranta giorni di incontri, di parole, di pasti condivisi, di insegnamenti sul Regno. Eppure, alla fine di questo lungo cammino, i discepoli pongono a Gesù una domanda che rivela quanto sia difficile cambiare il modo di pensare: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». È una domanda sorprendente. Nonostante abbiano vissuto l’esperienza sconvolgente della resurrezione, i discepoli rimangono ancora legati a una visione politica e nazionalistica del messia. A lungo Israele aveva atteso un liberatore che rovesciasse il dominio romano, riunificasse le dodici tribù e restaurasse il trono di Davide a Gerusalemme.
La loro domanda riflette l’impazienza umana, troppo umana, di vedere finalmente compiuta la giustizia storica e ristabilita la gloria del proprio popolo. Ma il regno di Dio, che Gesù porta, è di un’altra natura. Non si impone con la forza. Non si conquista con le armi. Non si misura con i confini geografici. È un regno che entra nel cuore e trasforma la storia dal di dentro.
E allora sorge un’altra domanda, inquietante: ascendendo al Cielo, Gesù non abbandona forse gli uomini alla loro sorte? L’idea stessa dell’Ascensione ci fa pensare a un allontanamento, quasi a una sorta di viaggio spaziale oltre la realtà terrena. È inevitabile che noi, insieme ai discepoli, percepiamo questo momento come un abbandono, che ci lascia in balìa della nostra impotenza, soli a portare il peso della storia.
Ma l’Ascensione non è un allontanamento, è l’entrata di Gesù nel mistero di Dio, suo Padre. Non essendo più sotto il dominio della corruzione e della morte, Egli ci è più vicino per sempre. Per questo può dire: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Questa affermazione capovolge il nostro modo di pensare. L’Ascensione non significa distanza, ma più profonda vicinanza. Gesù non è più lontano, da qualche parte nei cieli, è sempre più a portata di mano chi Lo riconosce in qualsiasi momento della storia. Non è confinato in un luogo o in un tempo, è presente ovunque ci sia un cuore che si apre alla Sua presenza. Gesù vivo, risorto, rimane sempre a disposizione del nostro riconoscimento. Basta lasciarLo entrare per poter vedere la novità che introduce nella nostra vita. Solo chi Gli dà spazio potrà essere convinto della Sua vicinanza, della Sua resurrezione. Lo vedrà, come disse Lui, «perché io vivo e voi vivrete».
È la novità di vita che sperimenta chi apre il proprio cuore alla Sua presenza viva, che diventa testimonianza della natura unica del Suo regno, un regno non determinato dal dominio del potere, ma dalla forza viva che vale più della vita stessa.
Che tipo di esperienza avrà fatto san Paolo per poter scrivere parole come quelle che abbiamo appena ascoltato, nella seconda lettura: «Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo». Paolo non parla per sentito dire, ma in forza di un’esperienza che gli ha trasformato la vita, che ha illuminato gli occhi del suo cuore.
È proprio questa la dinamica dell’Ascensione: Cristo entra nel mistero di Dio per poterci portare a quella «profonda conoscenza», per farci intravedere «quale tesoro di gloria» ci attende e «qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo». Solo così, investiti della Sua presenza viva, possiamo diventare ciò che Gesù stesso ci chiede di essere: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».
L’ Ascensione, dunque, non ci lascia orfani, ci consegna una missione. Non ci priva della presenza di Cristo, ce la rende universale, accessibile ovunque, intima. Oggi, in questa Eucaristia, chiediamo al Signore la grazia di aprire il cuore alla Sua presenza viva, perché possiamo riconoscerLo in ogni momento della nostra esistenza e diventare, là dove Lui ci ha posto, testimoni credibili del Suo regno.
Ascensione del Signore - Anno A
Appunti dall’omelia di don Julián Carrón
17 maggio 2026
(Prima lettura: At 1,1-11; Salmo 46 (47); Seconda lettura: Ef 1,17-23; Vangelo: Mt 28,16-20)
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Más cerca que nunca
Julian Carrón
Producido por el Centro Cultural Digital Internacional Epochal Change utilizando tecnología de narración con IA
Hoy celebramos la fiesta de la Ascensión del Señor y, como hemos escuchado en la primera lectura de los Hechos de los Apóstoles, «se les mostró vivo, después de su pasión, con muchas pruebas, durante cuarenta días, apareciéndoseles y hablándoles de las cosas relativas al reino de Dios». Cuarenta días de encuentros, de palabras, de comidas compartidas, de enseñanzas sobre el Reino. Sin embargo, al final de este largo camino, los discípulos le hacen a Jesús una pregunta que revela lo difícil que es cambiar la forma de pensar: «Señor, ¿es este el momento en que restablecerás el reino para Israel?». Es una pregunta sorprendente. A pesar de haber vivido la experiencia conmovedora de la resurrección, los discípulos siguen atados a una visión política y nacionalista del Mesías. Durante mucho tiempo, Israel había esperado a un libertador que derrocara el dominio romano, reunificara a las doce tribus y restaurara el trono de David en Jerusalén.
Su pregunta refleja la impaciencia humana, demasiado humana, de ver por fin cumplida la justicia histórica y restablecida la gloria de su propio pueblo. Pero el reino de Dios, que Jesús trae, es de otra naturaleza. No se impone por la fuerza. No se conquista con las armas. No se mide con fronteras geográficas. Es un reino que entra en el corazón y transforma la historia desde dentro.
Y entonces surge otra pregunta, inquietante: al ascender al Cielo, ¿no abandona Jesús a los hombres a su suerte? La idea misma de la Ascensión nos hace pensar en un alejamiento, casi en una especie de viaje espacial más allá de la realidad terrenal. Es inevitable que nosotros, junto con los discípulos, percibamos este momento como un abandono, que nos deja a merced de nuestra impotencia, solos para llevar el peso de la historia.
Pero la Ascensión no es un alejamiento, es la entrada de Jesús en el misterio de Dios, su Padre. Al no estar ya bajo el dominio de la corrupción y de la muerte, Él está más cerca de nosotros para siempre. Por eso puede decir: «Yo estoy con vosotros todos los días, hasta el fin del mundo».
Esta afirmación da un giro a nuestra forma de pensar. La Ascensión no significa distancia, sino una cercanía más profunda. Jesús ya no está lejos, en algún lugar de los cielos, sino que está cada vez más al alcance de quien lo reconoce en cualquier momento de la historia. No está confinado a un lugar o a un tiempo, está presente dondequiera que haya un corazón que se abra a su presencia. Jesús vivo, resucitado, permanece siempre a disposición de nuestro reconocimiento. Basta con dejarle entrar para poder ver la novedad que introduce en nuestra vida. Solo quien le da espacio podrá estar convencido de su cercanía, de su resurrección. Le verá, como Él dijo, «porque yo vivo y vosotros viviréis».
Es la novedad de vida que experimenta quien abre su corazón a su presencia viva, que se convierte en testimonio de la naturaleza única de su reino, un reino no determinado por el dominio del poder, sino por la fuerza viva que vale más que la vida misma.
¿Qué tipo de experiencia habrá tenido san Pablo para poder escribir palabras como las que acabamos de escuchar, en la segunda lectura: «Hermanos, que el Dios de nuestro Señor Jesucristo, el Padre de la gloria, os dé un espíritu de sabiduría y de revelación para un profundo conocimiento de Él; que ilumine los ojos de vuestro corazón para que comprendáis a qué esperanza os ha llamado, qué tesoro de gloria encierra su herencia entre los santos y cuál es la extraordinaria grandeza de su poder hacia nosotros, los que creemos». Pablo no habla por lo que ha oído decir, sino en virtud de una experiencia que le transformó la vida, que iluminó los ojos de su corazón.
Esta es precisamente la dinámica de la Ascensión: Cristo entra en el misterio de Dios para poder llevarnos a ese «conocimiento profundo», para hacernos vislumbrar «qué tesoro de gloria» nos espera y «cuál es la extraordinaria grandeza de su poder hacia nosotros, los que creemos». Solo así, investidos de su presencia viva, podemos llegar a ser lo que el mismo Jesús nos pide que seamos: «Seréis mis testigos en Jerusalén, en toda Judea y Samaria, y hasta los confines de la tierra».
La Ascensión, por tanto, no nos deja huérfanos, nos confía una misión. No nos priva de la presencia de Cristo, sino que la hace universal, accesible en todas partes, íntima. Hoy, en esta Eucaristía, pedimos al Señor la gracia de abrir el corazón a su presencia viva, para que podamos reconocerlo en cada momento de nuestra existencia y convertirnos, allí donde Él nos ha puesto, en testigos creíbles de su reino.
Ascensión del Señor - Año A
Apuntes de la homilía de don Julián Carrón
17 de mayo de 2026
(Primera lectura: Hch 1,1-11; Salmo 46 (47); Segunda lectura: Ef 1,17-23; Evangelio: Mt 28,16-20)
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Plus proche que jamais
Julian Carrón
Produit par le Centre culturel numérique international Epochal Change à l'aide d'une technologie de narration basée sur l'IA
Aujourd’hui, nous célébrons la fête de l’Ascension du Seigneur et, comme nous l’avons entendu dans la première lecture tirée des Actes des Apôtres, « il se montra vivant à eux, après sa passion, par de nombreuses preuves, pendant quarante jours, leur apparaissant et leur parlant des choses concernant le royaume de Dieu ». Quarante jours de rencontres, de paroles, de repas partagés, d’enseignements sur le Royaume. Et pourtant, à la fin de ce long chemin, les disciples posent à Jésus une question qui révèle à quel point il est difficile de changer de façon de penser : « Seigneur, est-ce en ce temps que tu rétabliras le royaume d’Israël ? ». C’est une question surprenante. Bien qu’ils aient vécu l’expérience bouleversante de la résurrection, les disciples restent encore attachés à une vision politique et nationaliste du Messie. Depuis longtemps, Israël attendait un libérateur qui renverserait la domination romaine, réunifierait les douze tribus et restaurerait le trône de David à Jérusalem.
Leur question reflète l’impatience humaine, trop humaine, de voir enfin s’accomplir la justice historique et s’établir à nouveau la gloire de son peuple. Mais le royaume de Dieu, que Jésus apporte, est d’une autre nature. Il ne s’impose pas par la force. Il ne se conquiert pas par les armes. Il ne se mesure pas à des frontières géographiques. C’est un royaume qui entre dans le cœur et transforme l’histoire de l’intérieur.
Et alors surgit une autre question, inquiétante : en montant au Ciel, Jésus n’abandonne-t-il pas les hommes à leur sort ? L’idée même de l’Ascension nous fait penser à un éloignement, presque à une sorte de voyage spatial au-delà de la réalité terrestre. Il est inévitable que nous, tout comme les disciples, percevions ce moment comme un abandon, qui nous laisse à la merci de notre impuissance, seuls à porter le poids de l’histoire.
Mais l’Ascension n’est pas un éloignement, c’est l’entrée de Jésus dans le mystère de Dieu, son Père. N’étant plus sous la domination de la corruption et de la mort, Il est plus proche de nous pour toujours. C’est pourquoi il peut dire : « Je suis avec vous tous les jours, jusqu’à la fin du monde ».
Cette affirmation bouleverse notre façon de penser. L’Ascension ne signifie pas la distance, mais une proximité plus profonde. Jésus n’est plus loin, quelque part dans les cieux, il est toujours plus à portée de main pour ceux qui le reconnaissent à tout moment de l’histoire. Il n’est pas confiné à un lieu ou à un temps, il est présent partout où il y a un cœur qui s’ouvre à sa présence. Jésus vivant, ressuscité, reste toujours à la disposition de notre reconnaissance. Il suffit de le laisser entrer pour pouvoir voir la nouveauté qu’il introduit dans notre vie. Seul celui qui lui fait de la place pourra être convaincu de sa proximité, de sa résurrection. Il le verra, comme il l’a dit : « parce que je vis et que vous vivrez ».
C’est la nouveauté de vie que vit celui qui ouvre son cœur à Sa présence vivante, qui devient témoignage de la nature unique de Son royaume, un royaume qui n’est pas déterminé par la domination du pouvoir, mais par la force vivante qui vaut plus que la vie elle-même.
Quel genre d’expérience saint Paul a-t-il bien pu vivre pour pouvoir écrire des paroles comme celles que nous venons d’entendre, dans la deuxième lecture : « Frères, que le Dieu de notre Seigneur Jésus-Christ, le Père de la gloire, vous donne un esprit de sagesse et de révélation pour une connaissance profonde de lui ; qu’il illumine les yeux de votre cœur pour vous faire comprendre à quelle espérance il vous a appelés, quel trésor de gloire renferme son héritage parmi les saints et quelle est l’extraordinaire grandeur de sa puissance envers nous, qui croyons ». Paul ne parle pas d’après ce qu’il a entendu dire, mais en vertu d’une expérience qui a transformé sa vie, qui a éclairé les yeux de son cœur.
C’est précisément là la dynamique de l’Ascension : le Christ entre dans le mystère de Dieu pour pouvoir nous conduire à cette « connaissance profonde », pour nous faire entrevoir « quel trésor de gloire » nous attend et « quelle est l’extraordinaire grandeur de sa puissance envers nous, qui croyons ». Ce n’est qu’ainsi, investis de sa présence vivante, que nous pouvons devenir ce que Jésus lui-même nous demande d’être : « Vous serez mes témoins à Jérusalem, dans toute la Judée et la Samarie, et jusqu’aux extrémités de la terre ».
L’Ascension, donc, ne nous laisse pas orphelins, elle nous confie une mission. Elle ne nous prive pas de la présence du Christ, elle la rend universelle, accessible partout, intime. Aujourd’hui, dans cette Eucharistie, demandons au Seigneur la grâce d’ouvrir notre cœur à sa présence vivante, afin que nous puissions le reconnaître à chaque instant de notre existence et devenir, là où il nous a placés, des témoins crédibles de son royaume.
Ascension du Seigneur - Année A
Notes tirées de l’homélie de don Julián Carrón
17 mai 2026
(Première lecture : Ac 1,1-11 ; Psaume 46 (47) ; Deuxième lecture : Ep 1,17-23 ; Évangile : Mt 28,16-20)