He Loved Them to the Very End

The Eucharist is Him who remains. Him who does not leave. Him who finds a way to be ever present with each of us.
— Julián Carrón

Julián Carrón, Holy Thursday 2026

“He loved them to the very end.” This is the key to everything that is about to happen this evening.

Jesus knows. He knows what awaits him; he knows that his hour has come; he knows that he is about to pass from this world to the Father. And yet, at this very moment—when it would be perfectly understandable to be consumed by his own concerns—the only thing that prevails in his heart is love for his own. For us. To the very end. Without measure, without reserve, without limit.

Tonight Jesus leaves us something. But he could not leave us a mere memory, a teaching, or even a commandment. He knew well that it would not be enough. He knows our fragility, our distraction, our tendency to forget. He knows that we cannot love as he has loved us unless he himself is present in us, with us, for us.

And so he performs a gesture of unique genius. He takes the bread, breaks it, and says: “This is my body, which is for you.” He takes the cup and says: “This cup is the new covenant in my blood.” And then he adds: “Do this in memory of me.” Not an empty ritual. Not a devout remembrance of the past. A Presence. Real, living, permanent. Jesus could not have left us a greater gift than himself. The Eucharist is exactly this: him who remains. Him who does not leave. Him who finds a way to be ever present with each of us, in every moment of our lives.

He knows that what we need is his Presence. He became flesh to help us understand what life in his company is like. Only his Presence can satisfy our longing for fulfillment. Only He can give flavor to the time of our lives, fill our hearts with a warmth that nothing else can give. What would a morning be without his Presence?

This is what the Presence of Jesus means for each of us. Every morning, every moment of solitude, every mistake, every weariness—there is a face to seek. There is a Presence capable of filling all the emptiness with which we were created, because we were created precisely with that space so that He could fill it. That evening, he wanted to convince his disciples that they were not left alone with their helplessness. “I will not leave you as orphans.” How much tenderness there is in these words. Jesus had already entered into our loneliness. He knew what we feel when everything around us falls short of our deepest thirst. And he wanted to answer us.

Yet how many days pass without us even missing him. Without a glimmer of longing. Without our consciousness being touched by this Presence offered to us. We often live as orphans—not because he has abandoned us, but because everything else seems more interesting than him. But when his Presence is unfamiliar, when it has not entered our self-awareness as the truest and most real fact of our lives, then complaints about loneliness, aridity, and the flatness of existence become inevitable. We are missing something and no longer know what it is. We seek elsewhere what is already here.

The invitation to repeat this gesture arises from this awareness. It is not merely a liturgical obligation. It is an educational gesture, repeated over time, so that his Presence may become ever more familiar to us—until it becomes part of how we wake up in the morning, how we face the unexpected, how we relate to others. “Whenever you eat this bread and drink from the cup, you proclaim the Lord’s death until he comes.”

There is no more powerful gesture of friendship. “I no longer call you servants, but friends.” We are here this evening to experience anew his passion for each of us. So that, in experiencing it anew, the desire for him may be reawakened in us.

Only those who live immersed in this love can then overflow with it toward others. It is not a moral capacity of ours; it is not an effort of the will. It is the overflowing of a gift received. The love with which we will be able to love our brothers and sisters will never be our own—it will be his, passing through us. Tonight, let us allow ourselves to be carried away by him. Let the anxiety with which he lived this Last Supper—that urgency of one who wants at all costs to communicate something decisive before leaving—reach our hearts. He has remained. He is here. Present. The most present of every moment.

* Unrevised notes by the author, edited by the editorial team at Epochal Change.

  • Giovedì Santo 2026
    Julián Carrón

    «Li amò sino alla fine». Questa è la chiave di tutto quello che sta per accadere questa sera. Gesù sa. Sa cosa lo aspetta, sa che la sua ora è arrivata, sa che sta per passare da questo mondo al Padre. Eppure, proprio in questo momento — nel momento in cui sarebbe comprensibile essere presi da sé stessi — l'unica cosa che prevale nel suo cuore è l'amore per i suoi. Per noi. Sino alla fine. Senza misura, senza riserve, senza limiti.

    Questa sera Gesù ci lascia qualcosa. Ma non poteva lasciarci un semplice ricordo, un insegnamento, neppure soltanto un comandamento. Sapeva bene che non sarebbe bastato. Conosce la nostra fragilità, la nostra distrazione, la nostra tendenza a dimenticare. Sa che non riusciamo ad amare come lui ci ha amati senza che lui stesso sia presente in noi, con noi, per noi.

    E allora compie un gesto di una genialità unica. Prende il pane, lo spezza, e dice: «Questo è il mio corpo, che è per voi». Prende il calice e dice: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue». E poi aggiunge: «Fate questo in memoria di me». Non un rito vuoto. Non un devoto ricordo del passato. Una presenza. Reale, viva, permanente. Gesù non poteva lasciarci dono più grande di sé stesso. L'Eucaristia è esattamente questo: lui che rimane. Lui che non se ne va. Lui che trova il modo di essere sempre contemporaneo a ciascuno di noi, in ogni istante della nostra vita.

    Lui sa che ciò di cui abbiamo bisogno è della sua presenza. Si era fatto carne per farci capire cosa fosse la vita nella sua compagnia. Solo la sua presenza può rispondere al nostro desiderio di pienezza. Solo Lui può dare sapore al tempo della nostra vita, riempire il cuore di un calore che nient'altro può dare. Cosa sarebbe una mattina senza la sua presenza?

    Ecco cosa significa per ciascuno di noi la presenza di Gesù. Ogni mattina, ogni momento di solitudine, ogni errore, ogni stanchezza — c'è un volto da cercare. C'è una presenza in grado di riempire tutto il vuoto con cui siamo stati creati, perché siamo stati creati proprio con quello spazio perché lui potesse riempirlo. Perciò, quella sera, voleva convincere i suoi che non erano lasciati soli con la loro impotenza. «Non vi lascio orfani.» Quanta tenerezza in queste parole. Gesù si era già immedesimato con la nostra solitudine. Sapeva cosa proviamo quando tutto intorno a noi non è all'altezza della nostra sete profonda. E ha voluto risponderci.

    Eppure, quante giornate passano senza che sentiamo nemmeno la sua mancanza. Senza un barlume di nostalgia. Senza che la nostra coscienza venga sfiorata da questa presenza che ci è offerta. Viviamo spesso come orfani — non perché lui ci abbia abbandonato, ma perché qualsiasi cosa ci sembra più interessante di Lui. Ma quando la sua presenza non è familiare, quando non è entrata nella nostra autocoscienza come il dato più vero e più reale della nostra vita, allora le lamentele sulla solitudine, sull'aridità, sull'insipidezza dell'esistenza diventano inevitabili. Ci manca qualcosa e non sappiamo più cosa. Cerchiamo altrove ciò che è già qui.

    L'invito a ripetere questo gesto nasce da questa consapevolezza. Non è solo un obbligo liturgico. È un gesto educativo, ripetuto nel tempo, perché quella presenza ci diventi sempre più familiare, fino a entrare nel nostro modo di svegliarci la mattina, di affrontare gli imprevisti, di stare con gli altri. «Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.»

    Non c’è gesto più potente d’amicizia. «Non vi chiamo più servi, ma amici.» Siamo qui questa sera per sperimentare di nuovo questa sua passione per ciascuno di noi. Perché, nel risperimentarla, si risvegli in noi il desiderio di lui.

    Solo chi vive immerso in questo amore può poi traboccarne verso gli altri. Non è una nostra capacità morale, non è uno sforzo della volontà. È il traboccare di un dono ricevuto. L'amore con cui riusciremo ad amare i fratelli non sarà mai il nostro — sarà il suo, che passa attraverso di noi. Questa sera, lasciamoci trascinare da lui. Lasciamo che la trepidazione con cui ha vissuto quest'ultima cena — quella trepidazione di chi vuole a tutti i costi comunicare qualcosa di decisivo prima di partire — raggiunga il nostro cuore. Lui è rimasto. È qui. Presente. Il presente più presente di ogni istante.

  • Jueves Santo 2026

    Julián Carrón

    «Los amó hasta el final». Esta es la clave de todo lo que va a suceder esta noche. Jesús lo sabe. Sabe lo que le espera, sabe que ha llegado su hora, sabe que está a punto de pasar de este mundo al Padre. Y, sin embargo, precisamente en este momento —en el momento en que sería comprensible estar absorto en sí mismo—, lo único que prevalece en su corazón es el amor por los suyos. Por nosotros. Hasta el final. Sin medida, sin reservas, sin límites.

    Esta noche Jesús nos deja algo. Pero no podía dejarnos un simple recuerdo, una enseñanza, ni siquiera solo un mandamiento. Sabía bien que no habría bastado. Conoce nuestra fragilidad, nuestra distracción, nuestra tendencia a olvidar. Sabe que no somos capaces de amar como él nos ha amado sin que él mismo esté presente en nosotros, con nosotros, por nosotros.

    Y entonces realiza un gesto de una genialidad única. Toma el pan, lo parte y dice: «Este es mi cuerpo, que es para vosotros». Toma el cáliz y dice: «Este cáliz es la nueva alianza en mi sangre». Y luego añade: «Haced esto en memoria mía». No un rito vacío. No un recuerdo devoto del pasado. Una presencia. Real, viva, permanente. Jesús no podía dejarnos un don más grande que él mismo. La Eucaristía es exactamente esto: él que permanece. Él que no se va. Él que encuentra la manera de estar siempre presente para cada uno de nosotros, en cada instante de nuestra vida.

    Él sabe que lo que necesitamos es su presencia. Se hizo carne para hacernos comprender lo que era la vida en su compañía. Solo su presencia puede responder a nuestro deseo de plenitud. Solo Él puede dar sabor al tiempo de nuestra vida, llenar el corazón de un calor que nada más puede dar. ¿Qué sería una mañana sin su presencia?

    Esto es lo que significa para cada uno de nosotros la presencia de Jesús. Cada mañana, cada momento de soledad, cada error, cada cansancio: hay un rostro que buscar. Hay una presencia capaz de llenar todo el vacío con el que fuimos creados, porque fuimos creados precisamente con ese espacio para que Él pudiera llenarlo. Por eso, aquella noche, quería convencer a los suyos de que no estaban solos con su impotencia. «No os dejaré huérfanos». Cuánta ternura hay en estas palabras. Jesús ya se había identificado con nuestra soledad. Sabía lo que sentimos cuando todo a nuestro alrededor no está a la altura de nuestra profunda sed. Y quiso respondernos.

    Y, sin embargo, cuántos días pasan sin que ni siquiera sintamos su ausencia. Sin un atisbo de nostalgia. Sin que nuestra conciencia sea rozada por esta presencia que se nos ofrece. A menudo vivimos como huérfanos —no porque Él nos haya abandonado, sino porque cualquier cosa nos parece más interesante que Él. Pero cuando su presencia no nos resulta familiar, cuando no ha entrado en nuestra autoconciencia como el dato más verdadero y más real de nuestra vida, entonces las quejas sobre la soledad, la aridez, la insipidez de la existencia se vuelven inevitables. Nos falta algo y ya no sabemos qué. Buscamos en otra parte lo que ya está aquí.

    La invitación a repetir este gesto nace de esta conciencia. No es solo una obligación litúrgica. Es un gesto educativo, repetido a lo largo del tiempo, para que esa presencia nos resulte cada vez más familiar, hasta entrar en nuestra forma de despertarnos por la mañana, de afrontar los imprevistos, de estar con los demás. «Cada vez que coméis este pan y bebéis de la copa, anunciáis la muerte del Señor, hasta que él venga».

    No hay gesto más poderoso de amistad. «Ya no os llamo siervos, sino amigos». Estamos aquí esta noche para experimentar de nuevo su pasión por cada uno de nosotros. Porque, al volver a experimentarla, se despierte en nosotros el deseo de Él.

    Solo quien vive inmerso en este amor puede luego desbordarse hacia los demás. No es una capacidad moral nuestra, no es un esfuerzo de la voluntad. Es el desbordamiento de un don recibido. El amor con el que lograremos amar a los hermanos nunca será nuestro —será el suyo, que pasa a través de nosotros. Esta noche, dejémonos llevar por él. Dejemos que la inquietud con la que vivió esta última cena —esa inquietud de quien quiere a toda costa comunicar algo decisivo antes de partir— llegue a nuestro corazón. Él se ha quedado. Está aquí. Presente. El presente más presente de cada instante.

  • Jeudi Saint 2026

    Julián Carrón

    «Il les a aimés jusqu’au bout». C’est là la clé de tout ce qui va se passer ce soir. Jésus sait. Il sait ce qui l’attend, il sait que son heure est venue, il sait qu’il va passer de ce monde au Père. Et pourtant, précisément en ce moment — au moment où il serait compréhensible d’être préoccupé par soi-même — la seule chose qui prévaut dans son cœur, c’est l’amour pour les siens. Pour nous. Jusqu’à la fin. Sans mesure, sans réserve, sans limite.

    Ce soir, Jésus nous laisse quelque chose. Mais il ne pouvait pas nous laisser un simple souvenir, un enseignement, ni même seulement un commandement. Il savait bien que cela ne suffirait pas. Il connaît notre fragilité, notre distraction, notre tendance à oublier. Il sait que nous ne parvenons pas à aimer comme il nous a aimés sans qu’il soit lui-même présent en nous, avec nous, pour nous.

    Il accomplit alors un geste d’une génialité unique. Il prend le pain, le rompt, et dit : « Ceci est mon corps, qui est pour vous ». Il prend le calice et dit : « Ce calice est la nouvelle alliance dans mon sang ». Puis il ajoute : « Faites ceci en mémoire de moi ». Pas un rite vide. Pas un souvenir pieux du passé. Une présence. Réelle, vivante, permanente. Jésus ne pouvait nous laisser de plus grand don que lui-même. L’Eucharistie, c’est exactement cela : lui qui demeure. Lui qui ne s’en va pas. Lui qui trouve le moyen d’être toujours présent à chacun de nous, à chaque instant de notre vie.

    Il sait que ce dont nous avons besoin, c’est de sa présence. Il s’était fait chair pour nous faire comprendre ce qu’était la vie en sa compagnie. Seule sa présence peut répondre à notre désir de plénitude. Lui seul peut donner du goût au temps de notre vie, remplir le cœur d’une chaleur que rien d’autre ne peut donner. Que serait un matin sans sa présence ?

    Voilà ce que signifie pour chacun de nous la présence de Jésus. Chaque matin, chaque moment de solitude, chaque erreur, chaque fatigue — il y a un visage à chercher. Il y a une présence capable de combler tout le vide avec lequel nous avons été créés, car nous avons été créés précisément avec cet espace afin qu’il puisse le remplir. C’est pourquoi, ce soir-là, il voulait convaincre les siens qu’ils n’étaient pas laissés seuls face à leur impuissance. «Je ne vous laisserai pas orphelins.» Quelle tendresse dans ces mots. Jésus s’était déjà identifié à notre solitude. Il savait ce que nous ressentons quand tout autour de nous n’est pas à la hauteur de notre soif profonde. Et il a voulu nous répondre.

    Et pourtant, combien de jours passent sans que nous ne ressentions même son absence. Sans une lueur de nostalgie. Sans que notre conscience ne soit effleurée par cette présence qui nous est offerte. Nous vivons souvent comme des orphelins — non pas parce qu’il nous a abandonnés, mais parce que tout nous semble plus intéressant que Lui. Mais lorsque sa présence ne nous est pas familière, lorsqu’elle n’est pas entrée dans notre conscience de soi comme la donnée la plus vraie et la plus réelle de notre vie, alors les plaintes sur la solitude, sur l’aridité, sur l’insipidité de l’existence deviennent inévitables. Il nous manque quelque chose et nous ne savons plus quoi. Nous cherchons ailleurs ce qui est déjà là.

    L’invitation à répéter ce geste naît de cette prise de conscience. Ce n’est pas seulement une obligation liturgique. C’est un geste éducatif, répété au fil du temps, afin que cette présence nous devienne de plus en plus familière, jusqu’à s’inscrire dans notre façon de nous réveiller le matin, d’affronter les imprévus, d’être avec les autres. « Chaque fois que vous mangez ce pain et que vous buvez à cette coupe, vous annoncez la mort du Seigneur, jusqu’à ce qu’il vienne. »

    Il n’y a pas de geste d’amitié plus puissant. «Je ne vous appelle plus serviteurs, mais amis.» Nous sommes ici ce soir pour revivre cette passion qu’il a pour chacun de nous. Car, en la revivant, le désir de lui s’éveille en nous.

    Seul celui qui vit immergé dans cet amour peut ensuite en déborder vers les autres. Ce n’est pas une capacité morale qui nous appartient, ce n’est pas un effort de la volonté. C’est le débordement d’un don reçu. L’amour avec lequel nous parviendrons à aimer nos frères ne sera jamais le nôtre — ce sera le sien, qui passe à travers nous. Ce soir, laissons-nous entraîner par lui. Laissons l’émotion avec laquelle il a vécu ce dernier souper — cette émotion de celui qui veut à tout prix communiquer quelque chose de décisif avant de partir — atteindre notre cœur. Il est resté. Il est là. Présent. Le présent le plus présent de chaque instant.

Julián Carrón

Julián Carrón, born in 1950 in Spain, is a Catholic priest and theologian. Ordained in 1975, he obtained a degree in Theology from Comillas Pontifical University. Carrón has held professorships at prestigious institutions, including the Catholic University of the Sacred Heart in Milan. In 2004, he moved to Milan at the request of Fr. Luigi Giussani, founder of Communion and Liberation. Following Giussani's death in 2005, Carrón became President of the Fraternity of Communion and Liberation, a position he held until 2021. Known for his work on Gospel historicity, Carrón has published extensively and participated in Church synods, meeting with both Pope Benedict XVI and Pope Francis.

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The Growth of Affection for Christ