The Fact That Changes Everything

With His gaze turned toward us from the height of the cross, Jesus pronounces the true judgment on each of us: you are so precious in my eyes that I give my life to show you this.
— Julián Carrón

Julián Carrón, Good Friday Homily, April 3 2026

After what we have heard, it would be enough to pause. To be silent, letting the words sink slowly into our depths, without rushing immediately to something else—which is always the temptation. To realize this, it would be enough to ask ourselves honestly: during the reading of the Passion, what prevailed in me? A true listening that touched me deeply? Or the sense of a story already heard, already taken for granted, that slips away without leaving a trace?

Edith Stein observes that two people can listen to the same event in radically different ways. The first hears it, then immediately moves on. The second cannot shake it off: what they have heard dwells within them, pursues them, calls them to respond. The difference does not lie in intelligence. It lies in the willingness to let oneself be touched. Each of us knows, in the secret of our own heart, which of the two we resemble most.

Let us think of Isaiah. What must he have felt to write the words we have heard? We sense it in the impact they have on us centuries later, as we hear them. They are full of wonder.

"Behold, my servant shall prosper; he shall be exalted and lifted up, and greatly exalted. Just as many were astonished at him—so disfigured was his appearance that he no longer looked like a man—so many nations will marvel at him; kings will shut their mouths in his presence, for they will see a reality never before told to them."

It is the shock of encountering something never heard before. Who could have imagined that exaltation would come through disfigurement? That success would have the face of a condemned man?

Isaiah writes something that goes beyond his own understanding. He could not have known that the man he was describing would be the Son of God. But we, today, have the extraordinary privilege of knowing this. What Isaiah contemplated from afar as prophecy has come true. It is not an announcement: it is a Fact. The Fact we have just heard in the Passion according to John.

"He had no form or majesty to attract us to him, nothing in his appearance that we should desire him. He was despised and rejected by men, a man of sorrows, and familiar with suffering." Here is the Son of God. Just like that.

Faced with this shattering reality, the Church finds in the Lamentations of Jeremiah the right words to shake us out of our complacency: "Look and see if there is any sorrow like my sorrow." Jeremiah cried this out before the ruins of Jerusalem, but we are faced with something infinitely greater: "God did not spare his own Son; he gave him up to death for us all" (Rom 8:32).

John, who was there, cannot pass by without stopping: "They will look upon him whom they have pierced" (Jn 19:37). Jesus had said it: "And I, when I am lifted up from the earth, will draw all people to myself" (Jn 12:32). This drawing is His victory: drawing us to Himself in apparent defeat.

Let us look, then, at the cross. And let us allow it to tell us what it is truly saying. With His gaze turned toward us from the height of the cross, Jesus pronounces the true judgment on each of us: you are so precious in my eyes that I give my life to show you this.

How different our view of ourselves would be if we stopped taking this love for granted and instead placed it above all else—if we learned to look at ourselves with the mercy that shines on that face.

Christ's death transforms our entire past into something good. And our past is full of shadows. Yet it is precisely here that His salvation acts: in the present moment, in the instant we welcome Christ on the cross, everything changes. It is mercy that conquers, from within, the hardness of our hearts.

Let us pause, then. In silence. And let this Fact—the Fact—truly enter in.

Unrevised Notes from the homily by Julián Carrón  ·  Translated and edited by editorial team at Epochal Change
First Reading: Is 52:13–53:12  ·  Psalm 30 (31)  ·  Second Reading: Heb 4:14–16; 5:7–9  ·  Gospel: Jn 18:1–19:42

  • Venerdì Santo «Passione del Signore»Appunti dall'omelia di Julián Carrón3 aprile 2026
    (Prima lettura: Is 52,13-53,12; Salmo 30 (31); Seconda lettura: Eb 4,14-16; 5,7-9; Vangelo: Gv 18,1-19,42)

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    Dopo quello che abbiamo ascoltato, basterebbe fermarsi. Fare silenzio, lasciando che le parole scendano lentamente in profondità, senza correre subito ad altro, che è sempre la tentazione. Per rendersene conto, basterebbe chiedersi onestamente: durante la lettura della Passione, cos'ha prevalso in me? Un ascolto vero, che mi ha toccato nel profondo? O il senso di una storia già sentita, già data per scontata, che scivola via senza lasciare traccia?

    Edith Stein osserva che due persone possono ascoltare lo stesso fatto in modo radicalmente diverso. Il primo sente, poi passa subito ad altro. Il secondo non riesce a liberarsene: ciò che ha sentito lo abita, lo insegue, lo chiama a rispondere. La differenza non è nell'intelligenza. Sta nella disponibilità a lasciarsi toccare. Ciascuno di noi sa, nel segreto del proprio cuore, a quale dei due assomiglia di più.

    Pensiamo a Isaia. Cos'ha dovuto provare per scrivere le parole che abbiamo ascoltato? Lo vediamo dal contraccolpo che ci arriva dopo secoli, nel sentirle. Sono piene di stupore.

    «Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente. Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto –, così si meraviglieranno di lui molte nazioni; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato».

    È il sussulto davanti a un fatto mai sentito prima. Chi avrebbe potuto immaginare che l'esaltazione passasse attraverso lo sfiguramento? Che il successo avesse il volto di un condannato?

    Isaia scrive qualcosa che va oltre la sua stessa comprensione. Non poteva sapere che quell'uomo che descriveva sarebbe stato il Figlio di Dio. Ma noi, oggi, abbiamo il privilegio straordinario di saperlo. Ciò che Isaia contemplava da lontano come profezia si è avverato. Non è un annuncio: è un fatto. Il fatto che abbiamo appena ascoltato nella Passione secondo Giovanni.

    «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire». Ecco il Figlio di Dio. Così.

    Davanti a questo fatto sconvolgente, la Chiesa trova nelle Lamentazioni di Geremia le parole giuste per scuotere la nostra abitudine: «Guardate e vedete se c'è un dolore simile al mio dolore». Geremia lo gridava davanti alle macerie di Gerusalemme, ma noi siamo di fronte a qualcosa di infinitamente più grande: «Dio non ha risparmiato il suo unico Figlio: lo ha dato alla morte per salvare tutti noi» (Rm 8,32).

    Giovanni, che era lì, non può passare oltre senza fermarsi: «Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). L'aveva detto Gesù: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Questa attrazione è la Sua vittoria: attirarci a Lui nell'apparente sconfitta.

    Guardiamo allora la croce. E lasciamo che ci dica quello che in realtà sta dicendo. Con lo sguardo rivolto a noi dall'alto della croce, Gesù pronuncia il vero giudizio su ciascuno di noi: sei tanto prezioso ai miei occhi che do la vita per mostrartelo.

    Come sarebbe diverso lo sguardo su noi stessi, se smettessimo di dare per scontato questo amore e invece lo anteponessimo a tutto, se imparassimo a guardarci con la misericordia che risplende su quel volto.

    La morte di Cristo fa diventare bene qualsiasi nostro passato. E il nostro passato è pieno di ombre. Eppure, è precisamente qui che agisce la Sua salvezza: nell'ora presente, nell'istante in cui accogliamo Cristo in croce, tutto cambia. È la misericordia che vince, dall'interno, la durezza del nostro cuore.

    Fermiamoci, allora. In silenzio. E lasciamo che questo fatto – il fatto – entri davvero.

  • Viernes Santo «Pasión del Señor» Apuntes de la homilía de Julián Carrón 3 de abril de 2026
    (Primera lectura: Is 52,13-53,12; Salmo 30 (31); Segunda lectura: Hb 4,14-16; 5,7-9; Evangelio: Jn 18,1-19,42)

    Después de lo que hemos escuchado, bastaría con detenerse. Hacer silencio, dejando que las palabras penetren lentamente en lo más profundo, sin correr enseguida hacia otra cosa, que es siempre la tentación. Para darse cuenta de ello, bastaría preguntarse con honestidad: durante la lectura de la Pasión, ¿qué ha prevalecido en mí? ¿Una escucha verdadera, que me ha conmovido en lo más profundo? ¿O la sensación de una historia ya escuchada, ya dada por sentada, que se desvanece sin dejar huella?

    Edith Stein observa que dos personas pueden escuchar el mismo hecho de manera radicalmente diferente. La primera lo escucha y luego pasa enseguida a otra cosa. La segunda no logra desprenderse de ello: lo que ha escuchado la habita, la persigue, la llama a responder. La diferencia no está en la inteligencia. Está en la disposición a dejarse conmover. Cada uno de nosotros sabe, en lo más profundo de su corazón, a cuál de los dos se parece más.

    Pensemos en Isaías. ¿Qué debió sentir para escribir las palabras que hemos escuchado? Lo vemos en la repercusión que nos llega tras siglos, al escucharlas. Están llenas de asombro.

    «He aquí que mi siervo tendrá éxito, será honrado, exaltado y enaltecido grandemente. Así como muchos se asombraron de él —tan desfigurado estaba su aspecto para ser de hombre—, así se maravillarán de él muchas naciones; los reyes ante él cerrarán la boca, pues verán un hecho que nunca les fue contado».

    Es el sobresalto ante un hecho nunca antes oído. ¿Quién podría haber imaginado que la exaltación pasara por la desfiguración? ¿Que el éxito tuviera el rostro de un condenado?

    Isaías escribe algo que va más allá de su propia comprensión. No podía saber que aquel hombre al que describía sería el Hijo de Dios. Pero nosotros, hoy, tenemos el privilegio extraordinario de saberlo. Lo que Isaías contemplaba desde lejos como profecía se ha cumplido. No es un anuncio: es un hecho. El hecho que acabamos de escuchar en la Pasión según San Juan.

    «No tiene aspecto ni belleza que atraiga nuestra mirada. Despreciado y rechazado por los hombres, hombre de dolores que bien conoce el sufrimiento». He aquí al Hijo de Dios. Así.

    Ante este hecho conmovedor, la Iglesia encuentra en las Lamentaciones de Jeremías las palabras adecuadas para sacudir nuestra rutina: «Mirad y ved si hay un dolor semejante a mi dolor». Jeremías lo gritaba ante las ruinas de Jerusalén, pero nosotros nos enfrentamos a algo infinitamente más grande: «Dios no escatimó a su único Hijo: lo entregó a la muerte para salvarnos a todos» (Rom 8,32).

    Juan, que estaba allí, no puede pasar de largo sin detenerse: «Mirarán al que traspasaron» (Jn 19,37). Jesús lo había dicho: «Y yo, cuando sea levantado de la tierra, atraeré a todos hacia mí» (Jn 12,32). Esta atracción es su victoria: atraernos hacia Él en la aparente derrota.

    Miremos, pues, la cruz. Y dejemos que nos diga lo que en realidad está diciendo. Con la mirada dirigida hacia nosotros desde lo alto de la cruz, Jesús pronuncia el verdadero juicio sobre cada uno de nosotros: eres tan precioso a mis ojos que doy mi vida para demostrártelo.

    ¡Cuán diferente sería la mirada que tenemos de nosotros mismos si dejáramos de dar por sentado este amor y, en cambio, lo antepusiéramos a todo, si aprendiéramos a mirarnos con la misericordia que resplandece en ese rostro!

    La muerte de Cristo convierte en bien todo nuestro pasado. Y nuestro pasado está lleno de sombras. Sin embargo, es precisamente aquí donde actúa su salvación: en el momento presente, en el instante en que acogemos a Cristo en la cruz, todo cambia. Es la misericordia la que vence, desde dentro, la dureza de nuestro corazón.

    Detengámonos, pues. En silencio. Y dejemos que este hecho —el hecho— penetre de verdad.

    Viernes Santo «Pasión del Señor» Apuntes de la homilía de Julián Carrón 3 de abril de 2026 (Primera lectura: Is 52,13-53,12; Salmo 30 (31); Segunda lectura: Hb 4,14-16; 5,7-9; Evangelio: Jn 18,1-19,42)

    Después de lo que hemos escuchado, bastaría con detenerse. Hacer silencio, dejando que las palabras penetren lentamente en lo más profundo, sin correr enseguida a otra cosa, que es siempre la tentación. Para darse cuenta de ello, bastaría preguntarse con honestidad: durante la lectura de la Pasión, ¿qué ha prevalecido en mí? ¿Una escucha verdadera, que me ha conmovido en lo más profundo? ¿O la sensación de una historia ya escuchada, ya dada por sentada, que se desvanece sin dejar huella?

    Edith Stein observa que dos personas pueden escuchar el mismo hecho de manera radicalmente diferente. La primera lo escucha y luego pasa enseguida a otra cosa. La segunda no logra desprenderse de ello: lo que ha escuchado la habita, la persigue, la llama a responder. La diferencia no está en la inteligencia. Está en la disposición a dejarse conmover. Cada uno de nosotros sabe, en lo más profundo de su corazón, a cuál de los dos se parece más.

    Pensemos en Isaías. ¿Qué debió sentir para escribir las palabras que hemos escuchado? Lo vemos en la repercusión que nos llega tras siglos, al escucharlas. Están llenas de asombro.

    «He aquí que mi siervo tendrá éxito, será honrado, exaltado y grandemente enaltecido. Así como muchos se asombraron de él —tanto estaba desfigurado que su aspecto no era el de un hombre—, así se maravillarán de él muchas naciones; los reyes ante él cerrarán la boca, pues verán un hecho que nunca les fue contado».

    Es el sobresalto ante un hecho nunca antes oído. ¿Quién podría haber imaginado que la exaltación pasaría por la desfiguración? ¿Que el éxito tuviera el rostro de un condenado?

    Isaías escribe algo que va más allá de su propia comprensión. No podía saber que aquel hombre al que describía sería el Hijo de Dios. Pero nosotros, hoy, tenemos el privilegio extraordinario de saberlo. Lo que Isaías contemplaba desde lejos como profecía se ha cumplido. No es un anuncio: es un hecho. El hecho que acabamos de escuchar en la Pasión según San Juan.

    «No tiene aspecto ni belleza que atraiga nuestra mirada. Despreciado y rechazado por los hombres, hombre de dolores que bien conoce el sufrimiento». He aquí al Hijo de Dios. Así.

    Ante este hecho conmovedor, la Iglesia encuentra en las Lamentaciones de Jeremías las palabras adecuadas para sacudir nuestra rutina: «Mirad y ved si hay un dolor semejante a mi dolor». Jeremías lo gritaba ante las ruinas de Jerusalén, pero nosotros nos enfrentamos a algo infinitamente más grande: «Dios no escatimó a su único Hijo: lo entregó a la muerte para salvarnos a todos» (Rom 8,32).

    Juan, que estaba allí, no puede pasar de largo sin detenerse: «Mirarán al que traspasaron» (Jn 19,37). Jesús lo había dicho: «Y yo, cuando sea levantado de la tierra, atraeré a todos hacia mí» (Jn 12,32). Esta atracción es su victoria: atraernos hacia Él en la aparente derrota.

    Miremos, pues, la cruz. Y dejemos que nos diga lo que en realidad está diciendo. Con la mirada dirigida hacia nosotros desde lo alto de la cruz, Jesús pronuncia el verdadero juicio sobre cada uno de nosotros: eres tan precioso a mis ojos que doy mi vida para demostrártelo.

    ¡Cuán diferente sería la mirada que dirigimos hacia nosotros mismos si dejáramos de dar por sentado este amor y, en cambio, lo antepusiéramos a todo, si aprendiéramos a mirarnos con la misericordia que resplandece en ese rostro!

    La muerte de Cristo convierte en bien todo nuestro pasado. Y nuestro pasado está lleno de sombras. Sin embargo, es precisamente aquí donde actúa su salvación: en el momento presente, en el instante en que acogemos a Cristo en la cruz, todo cambia. Es la misericordia la que vence, desde dentro, la dureza de nuestro corazón.

    Detengámonos, pues. En silencio. Y dejemos que este hecho —el hecho— penetre de verdad.

  • Vendredi Saint « Passion du Seigneur » Notes tirées de l’homélie de Julián Carrón 3 avril 2026

    (Première lecture : Is 52,13-53,12 ; Psaume 30 (31) ; Deuxième lecture : He 4,14-16 ; 5,7-9 ; Évangile : Jn 18,1-19,42)

    Après ce que nous venons d’entendre, il suffirait de s’arrêter. De faire silence, en laissant les paroles descendre lentement au plus profond de nous, sans se précipiter aussitôt vers autre chose, ce qui est toujours la tentation. Pour s’en rendre compte, il suffirait de se demander honnêtement : pendant la lecture de la Passion, qu’est-ce qui a prévalu en moi ? Une écoute véritable, qui m’a touché au plus profond de moi ? Ou le sentiment d’une histoire déjà entendue, déjà considérée comme acquise, qui s’en va sans laisser de trace ?

    Edith Stein observe que deux personnes peuvent écouter le même fait de manière radicalement différente. La première entend, puis passe immédiatement à autre chose. La seconde n’arrive pas à s’en défaire : ce qu’elle a entendu l’habite, la poursuit, l’appelle à répondre. La différence ne réside pas dans l’intelligence. Elle réside dans la disposition à se laisser toucher. Chacun de nous sait, au plus profond de son cœur, à lequel des deux il ressemble le plus.

    Pensons à Isaïe. Qu’a-t-il dû ressentir pour écrire les paroles que nous venons d’entendre ? Nous le voyons à l’écho qui nous parvient après des siècles, lorsque nous les entendons. Elles sont pleines d’émerveillement.

    « Voici, mon serviteur réussira, il sera honoré, exalté et grandement élevé. Comme beaucoup se sont étonnés de lui – tant son apparence était défigurée pour un homme –, ainsi de nombreuses nations s’étonneront de lui ; les rois devant lui se tairont, car ils verront une chose qui ne leur a jamais été racontée ».

    C’est le sursaut face à un fait jamais entendu auparavant. Qui aurait pu imaginer que l’exaltation passerait par la défiguration ? Que le succès aurait le visage d’un condamné ?

    Isaïe écrit quelque chose qui dépasse sa propre compréhension. Il ne pouvait pas savoir que cet homme qu’il décrivait serait le Fils de Dieu. Mais nous, aujourd’hui, nous avons le privilège extraordinaire de le savoir. Ce qu’Isaïe contemplait de loin comme une prophétie s’est accompli. Ce n’est pas une annonce : c’est un fait. Le fait que nous venons d’entendre dans la Passion selon saint Jean.

    « Il n’a ni beauté ni éclat pour attirer nos regards. Méprisé et rejeté des hommes, homme de douleur et habitué à la souffrance. » Voici le Fils de Dieu. Tel quel.

    Face à ce fait bouleversant, l’Église trouve dans les Lamentations de Jérémie les mots justes pour secouer notre routine : « Regardez et voyez s’il existe une douleur semblable à ma douleur. » Jérémie le criait devant les ruines de Jérusalem, mais nous sommes face à quelque chose d’infiniment plus grand : « Dieu n’a pas épargné son Fils unique : il l’a livré à la mort pour nous sauver tous » (Rm 8,32).

    Jean, qui était là, ne peut passer sans s’arrêter : « Ils tourneront leur regard vers celui qu’ils ont transpercé » (Jn 19, 37). Jésus l’avait dit : « Et moi, quand je serai élevé de la terre, j’attirerai tous les hommes à moi » (Jn 12, 32). Cette attraction est sa victoire : nous attirer à lui dans ce qui semble être une défaite.

    Regardons donc la croix. Et laissons-la nous dire ce qu’elle dit réellement. Du haut de la croix, le regard tourné vers nous, Jésus prononce le véritable jugement sur chacun de nous : tu es si précieux à mes yeux que je donne ma vie pour te le montrer.

    Comme notre regard sur nous-mêmes serait différent si nous cessions de tenir cet amour pour acquis et si, au contraire, nous le placions au-dessus de tout, si nous apprenions à nous regarder avec la miséricorde qui resplendit sur ce visage.

    La mort du Christ transforme en bien tout notre passé. Et notre passé est plein d’ombres. Et pourtant, c’est précisément là qu’agit son salut : dans l’heure présente, à l’instant où nous accueillons le Christ sur la croix, tout change. C’est la miséricorde qui vainc, de l’intérieur, la dureté de notre cœur.

    Arrêtons-nous donc. En silence. Et laissons ce fait – le fait – pénétrer véritablement en nous.

    Vendredi Saint « Passion du Seigneur » Notes tirées de l’homélie de Julián Carrón 3 avril 2026 (Première lecture : Is 52,13-53,12 ; Psaume 30 (31) ; Deuxième lecture : He 4,14-16 ; 5,7-9 ; Évangile : Jn 18,1-19,42)

    Après ce que nous avons entendu, il suffirait de s’arrêter. De faire silence, en laissant les paroles descendre lentement en profondeur, sans se précipiter aussitôt vers autre chose, ce qui est toujours la tentation. Pour s’en rendre compte, il suffirait de se demander honnêtement : pendant la lecture de la Passion, qu’est-ce qui a prévalu en moi ? Une écoute véritable, qui m’a touché au plus profond ? Ou le sentiment d’une histoire déjà entendue, déjà considérée comme acquise, qui s’en va sans laisser de trace ?

    Edith Stein observe que deux personnes peuvent écouter le même fait de manière radicalement différente. La première entend, puis passe immédiatement à autre chose. La seconde n’arrive pas à s’en défaire : ce qu’elle a entendu l’habite, la poursuit, l’appelle à répondre. La différence ne réside pas dans l’intelligence. Elle réside dans la disposition à se laisser toucher. Chacun de nous sait, au plus profond de son cœur, à lequel des deux il ressemble le plus.

    Pensons à Isaïe. Qu’a-t-il dû ressentir pour écrire les paroles que nous venons d’entendre ? Nous le voyons à l’écho qui nous parvient après des siècles, lorsque nous les entendons. Elles sont pleines d’émerveillement.

    « Voici, mon serviteur réussira, il sera honoré, exalté et grandement élevé. Comme beaucoup se sont étonnés de lui – tant son apparence était défigurée pour un homme –, ainsi de nombreuses nations s’étonneront de lui ; les rois devant lui se tairont, car ils verront une chose qui ne leur a jamais été racontée ».

    C’est le sursaut face à un fait jamais entendu auparavant. Qui aurait pu imaginer que l’exaltation passerait par la défiguration ? Que le succès aurait le visage d’un condamné ?

    Isaïe écrit quelque chose qui dépasse sa propre compréhension. Il ne pouvait pas savoir que cet homme qu’il décrivait serait le Fils de Dieu. Mais nous, aujourd’hui, nous avons le privilège extraordinaire de le savoir. Ce qu’Isaïe contemplait de loin comme une prophétie s’est réalisé. Ce n’est pas une annonce : c’est un fait. Le fait que nous venons d’entendre dans la Passion selon saint Jean.

    « Il n’a ni beauté ni éclat pour attirer nos regards. Méprisé et rejeté des hommes, homme de douleur et habitué à la souffrance. » Voici le Fils de Dieu. Tel quel.

    Face à ce fait bouleversant, l’Église trouve dans les Lamentations de Jérémie les mots justes pour secouer notre routine : « Regardez et voyez s’il existe une douleur semblable à ma douleur. » Jérémie le criait devant les ruines de Jérusalem, mais nous sommes face à quelque chose d’infiniment plus grand : « Dieu n’a pas épargné son Fils unique : il l’a livré à la mort pour nous sauver tous » (Rm 8,32).

    Jean, qui était là, ne peut passer sans s’arrêter : « Ils tourneront leur regard vers celui qu’ils ont transpercé » (Jn 19, 37). Jésus l’avait dit : « Et moi, quand je serai élevé de la terre, j’attirerai tous les hommes à moi » (Jn 12, 32). Cette attraction est sa victoire : nous attirer à lui dans ce qui semble être une défaite.

    Regardons donc la croix. Et laissons-la nous dire ce qu’elle dit réellement. Du haut de la croix, le regard tourné vers nous, Jésus prononce le véritable jugement sur chacun de nous : tu es si précieux à mes yeux que je donne ma vie pour te le montrer.

    Comme notre regard sur nous-mêmes serait différent si nous cessions de tenir cet amour pour acquis et si, au contraire, nous le placions avant tout, si nous apprenions à nous regarder avec la miséricorde qui resplendit sur ce visage.

    La mort du Christ transforme tout notre passé en bien. Et notre passé est plein d’ombres. Et pourtant, c’est précisément là qu’agit son salut : dans l’heure présente, à l’instant où nous accueillons le Christ sur la croix, tout change. C’est la miséricorde qui vainc, de l’intérieur, la dureté de notre cœur.

    Arrêtons-nous donc. En silence. Et laissons ce fait – le fait – pénétrer véritablement en nous.

Julián Carrón

Julián Carrón, born in 1950 in Spain, is a Catholic priest and theologian. Ordained in 1975, he obtained a degree in Theology from Comillas Pontifical University. Carrón has held professorships at prestigious institutions, including the Catholic University of the Sacred Heart in Milan. In 2004, he moved to Milan at the request of Fr. Luigi Giussani, founder of Communion and Liberation. Following Giussani's death in 2005, Carrón became President of the Fraternity of Communion and Liberation, a position he held until 2021. Known for his work on Gospel historicity, Carrón has published extensively and participated in Church synods, meeting with both Pope Benedict XVI and Pope Francis.

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