He Will Not Leave Us Orphans
“We can tell that He is alive from the fullness of life He lets us taste — a life so intense, so unlike anything we could reach on our own, that we cannot help surrendering to the evidence.”
Julian Carrón - He Will Not Leave Us Orphans: The New Creature as the Sign of the Risen One.
Jesus does not back down: His Presence becomes verifiable in a life nothing else can give.
“I will not leave you orphans.” How well Jesus knew the human condition of His disciples — and ours. He knew that once He left, we would feel orphaned, alone, abandoned. That is why, before He goes, He takes care to assure them: He will not leave them to themselves.
But a promise on its own is not enough. Words are too thin in the face of loneliness and the sense of being abandoned. No word, however true, can take the place of a presence. There was no other way; He had to add: “I am coming to you. In a little while the world will see Me no more, but you will see Me.”
The Challenge He Will Not Withdraw
How is this possible? He is going to the Father, and yet He tells them they will see Him again? Jesus does not back down. He knows His promise would not be credible if it were not something one could verify in experience, recognize in life as it is actually lived. So He raises the stakes: “In a little while the world will see Me no more, but you will see Me.” This is not imagination. It is a Presence they would actually see, in a way the world could not.
How We See Him: By the Life He Makes Us Live
But how can we see Him — they, and we? He tells us Himself: “You will see Me, because I live, and you will live.” How can we see Him? By the life He makes us live. We can tell that He is alive from the fullness of life He lets us taste — a life so intense, so unlike anything we could reach on our own, that we cannot help surrendering to the evidence.
This experience that makes us alive can have no other source than Him: the Living One, the Risen One, who overflows with a life beyond comparison. The life the risen Christ gives us is incomparable to anything we can construct from our own efforts, possessions, or successes — all of which are fleeting. The life He gives us lasts. It stays with us. It fills us.
“In Me, and I in You”: A Real Relationship, Not a Feeling
How does He communicate this life to us? “On that day you will know that I am in My Father, and you in Me, and I in you.” That day is the time of Easter. It is striking that Jesus uses the verb to know. In John’s Gospel, this is never the intellectual possession of a message. It is a knowledge that ripens in experience, in a relationship that involves a real, present-tense contemporaneity with the Risen Christ. “You in Me, and I in you” is not just describing an affectionate closeness. It names a real relationship — one that changes the person from the inside. It is this transformation that convinces us that the risen Christ is a real Presence.
Only Love Reaches This Intimacy
How do we enter into this experience — real and at the same time unsayable, and so mysterious? Only love can reach such intimacy. We know this from our own lives: only love lets us enter into another person. That is why we can grasp how true Jesus’ words are: “Whoever loves Me will be loved by My Father, and I too will love him and reveal Myself to him.” Only the love that opens lets the other reveal himself. Jesus, too, reveals Himself in us only if we let Him in.
A New Creature: The Living Sign of the Resurrection
What a wonder to see that, even today, He brings forth a new creature — in a historical moment when we are at the mercy of everything. “This Presence,” Giussani writes, “is a reality that stands before us and, by the power of His Spirit, in us. It is permanent in our life, and so powerful that, in our adherence to it, a new creation unfolds in us.”¹ Nothing bears more witness that Christ is risen and alive than this new creature.
“This is always God’s method: to make His extraordinary power explode in a real, historical, fleshly person, in a way so clear that each of us can grasp that, in his own life too, in his own daily round, this power wants to find expression.”² The Church, alive in these new creatures, is the sign of His Resurrection. He shines through the new creature His life-giving power has generated. This is Christ. And that is why He can say: “On that day you will know that I am in My Father, and you in Me, and I in you.”
Giving Reason for the Hope That Is in Us
Only this new creature can give a reason for the faith, as the second reading says: “Always be ready to give a reason to anyone who asks you for the hope that is in you.” As Philip did — we heard it in the first reading — who proclaimed Christ in words and in the signs he performed. And the result is the same today as then: “And there was great joy in that city.”
¹ L. Giussani, Generare tracce nella storia del mondo, BUR Rizzoli, Milan 2019, p. 110.
² L. Giussani, Homily for the Feast of the Ascension, Montemagno, May 15, 1983.
Unrevised Notes from the homily of Fr. Julián Carrón — Sixth Sunday of Easter, Year A — May 10, 2026
Readings: Acts 8:5–8, 14–17; Psalm 65 (66); 1 Peter 3:15–18; John 14:15–21
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VI Domenica di Pasqua - Anno AAppunti dall’omelia di don Julián Carrón
10 maggio 2026
(Prima lettura: At 8,5-8.14-17; Salmo 65 (66); Seconda lettura: 1Pt 3,15-18; Vangelo: Gv 14,15-21)
«Non vi lascerò orfani». Quanto conosceva Gesù la condizione umana dei suoi discepoli, e anche la nostra. Sapeva bene che con la Sua partenza, ci saremmo sentiti orfani, soli e abbandonati. Per questo, prima di andarsene si preoccupa di rassicurarli che non li avrebbe lasciati soli.
Ma una promessa da sola non basta. Le parole sono troppo deboli di fronte alla solitudine e alla sensazione dell’abbandono. Nessuna parola, per quanto vera, può sostituire una presenza. Non c’era altra strada se non aggiungere: «Verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete».
Come è possibile? Lui va dal Padre e dice loro che si farà rivedere? Eppure, Gesù non arretra. Sa che la Sua promessa non sarebbe credibile se non fosse sperimentabile e riconoscibile nell’esperienza. E rilancia la sfida: «Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete». Non si tratta di una immaginazione, ma di una presenza che loro avrebbero potuto vedere, a differenza del mondo.
Ma in che modo possiamo vederLo, noi e loro? Lui stesso ce lo rivela: «Mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete». Come Lo possiamo vedere? Dalla vita che ci fa vivere. Possiamo renderci conto che è vivo dalla pienezza di vita che ci fa sperimentare. Una vita talmente intensa e diversa da qualsiasi altra raggiungibile da soli, che non possiamo non arrenderci all’evidenza. Questa esperienza che ci rende vivi non può avere altra origine se non in Lui, il Vivente, il Risorto, che trabocca di una vita senza paragoni. La vita che Cristo risorto ci dona è incomparabile con qualsiasi altra che possiamo costruire con i nostri tentativi, i nostri beni o i nostri successi, che sono effimeri. La vita che Lui ci dona è duratura, rimane con noi e ci riempie.
Come ci comunica questa vita? «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Quel giorno è il tempo della Pasqua. Colpisce il fatto che Gesù usi il verbo sapere: nel Vangelo di Giovanni non indica il possesso intellettuale di un messaggio, ma una conoscenza maturata nell’esperienza, in un rapporto che implica la contemporaneità reale con Cristo Risorto. «Voi in me e io in voi» non descrive semplicemente una vicinanza affettiva, ma una relazione reale, che trasforma la nostra persona dall’interno. È questa trasformazione a convincerci che Cristo risorto è una presenza reale.
Come possiamo partecipare a questa esperienza reale e insieme ineffabile, quindi misteriosa? Solo l’amore può accedere a questa intimità. Lo sappiamo bene: solo l’amore permette di entrare nell’intimo di un’altra persona. Per questo, possiamo comprendere quanto siano vere le parole di Gesù: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Solo l’amore che si apre permette all’altro di manifestarsi. Anche Gesù si manifesta in noi soltanto se Lo lasciamo entrare.
Che stupore vedere che ancora oggi Lui genera una creatura nuova, in una situazione storica in cui si è in balìa di tutto! «Questa Presenza», dice Giussani, «è una realtà che sta davanti a noi e, con la forza del Suo Spirito, in noi. Essa è permanente nella nostra vita ed è talmente potente da rendere possibile, nella nostra adesione ad essa, lo svolgersi di una nuova creazione in noi»¹. Nulla testimonia di più che Cristo è risorto e vivo di questa creatura nuova.
«È sempre questo il metodo di Dio: far esplodere in una persona [reale, storica, carnale] in modo così chiaro la Sua straordinaria potenza, perché ognuno di noi capisca che anche nella sua vita, nella quotidianità, questa potenza vuole trovare espressione»². La Chiesa, viva in queste creature nuove, è il segno della Sua risurrezione. Egli risplende nella creatura nuova generata dalla Sua potenza vivificante. Questo è Cristo. E, per questo, può dire: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi».
Solo questa creatura nuova potrà dare ragione della fede, come dice la seconda lettura: «[Siate] pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». Come fece Filippo – lo abbiamo ascoltato nella prima lettura –, che annunciò Cristo con le parole e con i segni che compì. E il risultato è solo uno, oggi come allora: «E vi fu grande gioia in quella città».
¹ L. Giussani, Generare tracce nella storia del mondo, BUR Rizzoli, Milano 2019, p. 110.
² L. Giussani, Festa dell’Ascensione, Montemagno, 15 maggio 1983. -
VI Domingo de Pascua - Año A
Apuntes de la homilía de don Julián Carrón
10 de mayo de 2026
(Primera lectura: Hch 8,5-8.14-17; Salmo 65 (66); Segunda lectura: 1 P 3,15-18; Evangelio: Jn 14,15-21)
«No os dejaré huérfanos». Cuánto conocía Jesús la condición humana de sus discípulos, y también la nuestra. Sabía bien que con su partida nos sentiríamos huérfanos, solos y abandonados. Por eso, antes de marcharse, se preocupa por tranquilizarles asegurándoles que no los dejaría solos.
Pero una promesa por sí sola no basta. Las palabras son demasiado débiles ante la soledad y la sensación de abandono. Ninguna palabra, por muy verdadera que sea, puede sustituir a una presencia. No había otro camino que añadir: «Vendré a vosotros. Un poco más y el mundo ya no me verá; vosotros, en cambio, me veréis».
¿Cómo es posible? ¿Él va al Padre y les dice que volverá a dejarse ver? Sin embargo, Jesús no da marcha atrás. Sabe que su promesa no sería creíble si no fuera experimentable y reconocible en la experiencia. Y vuelve a lanzar el desafío: «Un poco más y el mundo ya no me verá; pero vosotros me veréis». No se trata de una imaginación, sino de una presencia que ellos podrían ver, a diferencia del mundo.
Pero, ¿de qué manera podemos verlo, nosotros y ellos? Él mismo nos lo revela: «Me veréis, porque yo vivo y vosotros viviréis». ¿Cómo podemos verlo? Por la vida que nos hace vivir. Podemos darnos cuenta de que está vivo por la plenitud de vida que nos hace experimentar. Una vida tan intensa y diferente de cualquier otra que podamos alcanzar por nosotros mismos, que no podemos sino rendirnos ante la evidencia. Esta experiencia que nos da vida no puede tener otro origen que no sea Él, el Viviente, el Resucitado, que rebosa de una vida sin parangón. La vida que nos da Cristo resucitado es incomparable con cualquier otra que podamos construir con nuestros esfuerzos, nuestros bienes o nuestros éxitos, que son efímeros. La vida que Él nos da es duradera, permanece con nosotros y nos colma.
¿Cómo nos comunica esta vida? «En aquel día sabréis que yo estoy en mi Padre, y vosotros en mí, y yo en vosotros». Ese día es el tiempo de Pascua. Llama la atención que Jesús utilice el verbo saber: en el Evangelio de Juan no indica la posesión intelectual de un mensaje, sino un conocimiento madurado en la experiencia, en una relación que implica la contemporaneidad real con Cristo Resucitado. «Vosotros en mí y yo en vosotros» no describe simplemente una cercanía afectiva, sino una relación real, que transforma nuestra persona desde dentro. Es esta transformación la que nos convence de que Cristo resucitado es una presencia real.
¿Cómo podemos participar en esta experiencia real y a la vez inefable, y por tanto misteriosa? Solo el amor puede acceder a esta intimidad. Lo sabemos bien: solo el amor permite entrar en lo íntimo de otra persona. Por eso, podemos comprender cuán ciertas son las palabras de Jesús: «Quien me ama será amado por mi Padre, y yo también lo amaré y me manifestaré a él». Solo el amor que se abre permite que el otro se manifieste. También Jesús se manifiesta en nosotros solo si le dejamos entrar.
¡Qué asombro ver que aún hoy Él genera una criatura nueva, en una situación histórica en la que uno está a merced de todo! «Esta Presencia», dice Giussani, «es una realidad que está ante nosotros y, con la fuerza de su Espíritu, en nosotros. Es permanente en nuestra vida y tan poderosa que hace posible, en nuestra adhesión a ella, el desarrollo de una nueva creación en nosotros»¹. Nada da más testimonio de que Cristo ha resucitado y está vivo que esta nueva criatura.
«Este es siempre el método de Dios: hacer estallar en una persona [real, histórica, carnal] de manera tan clara su extraordinaria potencia, para que cada uno de nosotros comprenda que también en su vida, en la cotidianidad, esta potencia quiere encontrar expresión»². La Iglesia, viva en estas nuevas criaturas, es el signo de su resurrección. Él resplandece en la nueva criatura generada por su potencia vivificante. Este es Cristo. Y, por eso, puede decir: «En aquel día sabréis que yo estoy en mi Padre, y vosotros en mí, y yo en vosotros».
Solo esta nueva criatura podrá dar razón de la fe, como dice la segunda lectura: «[Estad] siempre dispuestos a dar respuesta a quien os pida razón de la esperanza que hay en vosotros». Como hizo Felipe —lo hemos escuchado en la primera lectura—, que anunció a Cristo con las palabras y con los signos que realizó. Y el resultado es uno solo, hoy como entonces: «Y hubo gran alegría en aquella ciudad».
¹ L. Giussani, Generare tracce nella storia del mondo, BUR Rizzoli, Milán 2019, p. 110.
² L. Giussani, Fiesta de la Ascensión, Montemagno, 15 de mayo de 1983.
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6e dimanche de Pâques - Année A
Notes tirées de l’homélie de don Julián Carrón
10 mai 2026
(Première lecture : Ac 8, 5-8.14-17 ; Psaume 65 (66) ; Deuxième lecture : 1 P 3, 15-18 ; Évangile : Jn 14, 15-21)
« Je ne vous laisserai pas orphelins ». Combien Jésus connaissait la condition humaine de ses disciples, et la nôtre aussi. Il savait bien qu’avec son départ, nous nous sentirions orphelins, seuls et abandonnés. C’est pourquoi, avant de partir, il prend soin de les rassurer en leur disant qu’il ne les laisserait pas seuls.
Mais une promesse seule ne suffit pas. Les mots sont trop faibles face à la solitude et au sentiment d’abandon. Aucun mot, aussi vrai soit-il, ne peut remplacer une présence. Il n’y avait pas d’autre issue que d’ajouter : « Je viendrai vers vous. Encore un peu de temps et le monde ne me verra plus ; vous, en revanche, vous me verrez ».
Comment est-ce possible ? Il va vers le Père et leur dit qu’il se montrera à nouveau ? Pourtant, Jésus ne recule pas. Il sait que sa promesse ne serait pas crédible si elle ne pouvait être vécue et reconnue dans l’expérience. Et il relance le défi : « Encore un peu de temps, et le monde ne me verra plus ; mais vous, vous me verrez ». Il ne s’agit pas d’une imagination, mais d’une présence qu’ils auraient pu voir, contrairement au monde.
Mais comment pouvons-nous Le voir, nous et eux ? Il nous le révèle Lui-même : « Vous me verrez, car je vis et vous vivrez ». Comment pouvons-nous Le voir ? Par la vie qu’Il nous fait vivre. Nous pouvons nous rendre compte qu’Il est vivant par la plénitude de vie qu’Il nous fait expérimenter. Une vie si intense et si différente de toute autre que nous pourrions atteindre par nous-mêmes, que nous ne pouvons que nous rendre à l’évidence. Cette expérience qui nous rend vivants ne peut avoir d’autre origine que Lui, le Vivant, le Ressuscité, qui déborde d’une vie sans pareille. La vie que le Christ ressuscité nous donne est incomparable à toute autre que nous pourrions construire par nos efforts, nos biens ou nos succès, qui sont éphémères. La vie qu’Il nous donne est durable, elle demeure en nous et nous comble.
Comment nous communique-t-Il cette vie ? « En ce jour-là, vous saurez que je suis en mon Père, que vous êtes en moi et que je suis en vous ». Ce jour-là, c’est le temps de Pâques. Il est frappant que Jésus utilise le verbe « savoir » : dans l’Évangile de Jean, cela n’indique pas la possession intellectuelle d’un message, mais une connaissance mûrie par l’expérience, dans une relation qui implique une coexistence réelle avec le Christ ressuscité. « Vous en moi et moi en vous » ne décrit pas simplement une proximité affective, mais une relation réelle, qui transforme notre personne de l’intérieur. C’est cette transformation qui nous convainc que le Christ ressuscité est une présence réelle.
Comment pouvons-nous participer à cette expérience à la fois réelle et ineffable, donc mystérieuse ? Seul l’amour peut accéder à cette intimité. Nous le savons bien : seul l’amour permet d’entrer dans l’intimité d’une autre personne. C’est pourquoi nous pouvons comprendre à quel point les paroles de Jésus sont vraies : « Celui qui m’aime sera aimé de mon Père, et moi aussi je l’aimerai et je me manifesterai à lui ». Seul l’amour qui s’ouvre permet à l’autre de se manifester. Jésus aussi ne se manifeste en nous que si nous le laissons entrer.
Quelle stupéfaction de voir qu’aujourd’hui encore, Il engendre une créature nouvelle, dans une situation historique où l’on est à la merci de tout ! « Cette Présence », dit Giussani, « est une réalité qui se tient devant nous et, par la force de son Esprit, en nous. Elle est permanente dans notre vie et si puissante qu’elle rend possible, dans notre adhésion à elle, le déroulement d’une nouvelle création en nous »¹. Rien ne témoigne davantage que le Christ est ressuscité et vivant que cette créature nouvelle.
« C’est toujours là la méthode de Dieu : faire éclater en une personne [réelle, historique, charnelle] de manière si claire Son extraordinaire puissance, afin que chacun de nous comprenne que, même dans sa vie, dans le quotidien, cette puissance veut trouver son expression »². L’Église, vivante dans ces créatures nouvelles, est le signe de Sa résurrection. Il resplendit dans la créature nouvelle engendrée par Sa puissance vivifiante. Tel est le Christ. Et, pour cela, il peut dire : « En ce jour-là, vous saurez que je suis dans mon Père, que vous êtes en moi et que je suis en vous ».
Seule cette créature nouvelle pourra rendre compte de la foi, comme le dit la deuxième lecture : « [Soyez] toujours prêts à répondre à quiconque vous demande raison de l’espérance qui est en vous ». Comme l’a fait Philippe – nous l’avons entendu dans la première lecture –, qui a annoncé le Christ par ses paroles et par les signes qu’il accomplissait. Et le résultat est le même, aujourd’hui comme alors : « Et il y eut une grande joie dans cette ville ».
¹ L. Giussani, Generare tracce nella storia del mondo, BUR Rizzoli, Milan 2019, p. 110.
² L. Giussani, Fête de l’Ascension, Montemagno, 15 mai 1983.