Not the God of the Dead

Only through Christ’s resurrection — the one that death can no longer undo — can we face every loss with a different kind of hope.
— Julián Carrón

Julián Carrón - Not the God of the Dead, But of the Living

The Lenten journey has one great purpose, as the liturgy has told us from the very beginning: to deepen our knowledge of the Mystery of Christ. On these Sundays we have followed him step by step — contemplating him in the light of the Transfiguration, watching him quench the Samaritan woman's thirst, seeing him restore sight to the man born blind.

Today, this journey reaches its climax in the sign of Lazarus' resurrection. Here the Mystery is revealed in all its power: God is not the God of the dead, but of the living. The prophet Ezekiel had already prepared us for this proclamation, as we heard in the first reading: God promises to open our tombs and fill them with his Spirit of life — and the reason, finally, is this: "I am the Lord."

In today's Gospel, the contrast between the reaction of the crowd and that of Jesus is striking. The disciples, the sisters Martha and Mary, the friends — everyone is overwhelmed by grief and a sense of loss. Jesus, on the other hand, says something that seems almost scandalous: "I am glad I was not there."

But this is not indifference. Jesus is not insensitive: we see him deeply moved, even to tears, before his friend's tomb. So why is he glad? Because that illness and that death are not the final word. Jesus wants to persuade his friends — and us today — that what is happening is an opportunity for The Mystery of his person to reveal itself, and for us to be drawn even more deeply into it.

To the disciples who try to minimize the situation — "If he has fallen asleep, he will recover" — Jesus speaks plainly: "No, Lazarus is dead… so that you may believe." To the sisters, who mourn his apparent delay ("If you had been here, he would not have died"), Jesus opens an eternal horizon: "I am the resurrection and the life." Only now does the full depth of his Mystery come into the open.

We too, like Lazarus, are made of flesh — and therefore subject to death. But St. Paul confronts us with a startling truth: "You are not under the dominion of the flesh, but of the Spirit." If the Spirit of the One who raised Jesus from the dead dwells in us, then death no longer has the final say over our mortal bodies.

Lazarus' resurrection is a sign — but the real news that Easter will bring is that Christ himself is risen. Lazarus, after some years, had to die again. His resurrection had not solved the problem of death, which would resurface before long. Only through Christ's resurrection — the one that death can no longer undo — can Lazarus and we face every loss with a different kind of hope.

Before the tomb, Jesus prays to the Father: "I knew that you always hear me, but I said this for the sake of the people standing here, so that they may believe." His prayer is not an attempt to persuade God. It is a living testimony for us. Jesus wants to show us that God is capable of overturning situations that are humanly impossible.

Whoever lives immersed in this Presence is no longer afraid. Not afraid of enemies — unlike the disciples who hesitate to go to Jerusalem for fear of ending up like Jesus. Not afraid of failure. Not afraid of death. Every difficulty becomes, for Jesus, an occasion to live his relationship with the Father more fully. A Presence that does not flee from reality, but enters it.

Jesus shows us a path within reach for all of us. He teaches us that friendship and affection — like those he shared with Lazarus and his sisters — if they do not open toward a greater relationship with the Father, will not hold up when life gets hard. With his Presence, however, we can face any circumstance: adversity, the loss of loved ones, even the tunnel of death itself.

Everything becomes an opportunity — as today's Gospel makes luminously clear — to see the glory of God: that splendor of his truth that dispels all fear, and allows us, finally, to entrust ourselves to the hands of a Father who wants us to live.

  • Julian Caron - Non il Dio dei morti, ma il Dio dei viventi.
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    Il cammino della Quaresima ha un unico grande scopo, come la liturgia ci ha detto fin dall’inizio: «Crescere nella conoscenza del mistero di Cristo». In queste domeniche lo abbiamo seguito passo dopo passo: lo abbiamo contemplato nella luce della Trasfigurazione, lo abbiamo visto rispondere alla sete della Samaritana, lo abbiamo visto ridare la vista al cieco nato.

    Oggi, questo percorso raggiunge il suo culmine nel segno della risurrezione di Lazzaro. Qui il mistero si svela in tutta la sua potenza: Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Il profeta Ezechiele ci aveva già preparato a questo annuncio, come abbiamo sentito nella prima lettura: Dio promette di aprire i nostri sepolcri e di riempirli del suo Spirito di vita. Perché? Perché finalmente sappiamo che: «Io sono il Signore».

    Nel Vangelo di oggi colpisce il contrasto tra la reazione degli uomini e quella di Gesù. I discepoli, le sorelle Marta e Maria, gli amici: sono tutti schiacciati dal dolore e dal senso di perdita. Gesù, invece, dice qualcosa di sconcertante: «Sono contento di non essere stato là».

    La sua non è indifferenza. Gesù non è insensibile: lo vediamo commuoversi profondamente, fino alle lacrime, davanti alla tomba dell’amico. Allora, perché è “contento”? Perché quella malattia e quella morte non sono l’ultima parola. Gesù vuole persuadere i suoi amici, e noi oggi, che ciò che sta accadendo è un’occasione per mostrare chi è Lui e per introdurci ancora di più alla conoscenza del mistero della Sua persona.

    Ai discepoli che relativizzano dicendo: «Se si è addormentato, si salverà», Gesù parla chiaro: «No, Lazzaro è morto […] affinché voi crediate».

    Alle sorelle, che piangono il suo “ritardo” («Se tu fossi stato qui, non sarebbe morto»), Gesù apre una prospettiva eterna: «Io sono la risurrezione e la vita», svelando finalmente la profondità del Suo mistero.

    Anche noi, come Lazzaro, siamo fatti di carne, e dunque destinati alla morte. Ma san Paolo ci ricorda una verità sconvolgente: «Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito». Se lo Spirito di colui che ha risuscitato dai morti Gesù abita in noi, la morte non ha più l’ultima parola sui nostri corpi mortali. La risurrezione di Lazzaro è un segno, ma la vera notizia che ci porterà la Pasqua è che Cristo è risorto. Lazzaro, dopo qualche anno, è dovuto morire di nuovo. La sua risurrezione non aveva risolto il problema della morte, che si sarebbe

    ripresentato qualche tempo dopo. Solo con la risurrezione di Cristo – quella che la morte non può più sconfiggere –, Lazzaro e noi possiamo affrontare ogni perdita con una speranza diversa.

    Davanti alla tomba, Gesù prega il Padre: «Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano». La sua preghiera non è un tentativo di convincere Dio, ma una testimonianza viva per noi. Gesù vuole mostrarci che Dio è capace di rovesciare situazioni umanamente impossibili. Uno che vive investito da questa Presenza non ha più paura. Non ha paura dei nemici, come i discepoli che non vogliono andare a Gerusalemme perché possono finire come Gesù. Non ha paura del fallimento. Non ha paura della morte. Ogni difficoltà diventa una “provocazione” per Gesù, per vivere il rapporto con il Padre.

    Gesù ci mostra una strada a portata di mano per tutti noi. Ci insegna che un’amicizia e un affetto, come quelli che lui aveva con l’amico Lazzaro e le sue sorelle, se non sfociano in un rapporto più grande con il Padre, non potranno reggere quando la vita si fa dura.

    Con la Sua presenza, invece, possiamo entrare in qualsiasi circostanza, nelle avversità, nella perdita delle persone care, persino nel tunnel della morte. Ogni cosa diventa occasione, come dice tutto il brano del Vangelo di oggi, per vedere la gloria di Dio, quello splendore della Sua verità che toglie ogni paura e ci permette, finalmente, di abbandonarci nelle mani di un Padre che ci vuole vivi.

    V Domenica di Quaresima - Anno A

    Appunti dall’omelia di don Julián Carrón 22 marzo 2026

    (Prima lettura: Ez 37,12-14; Salmo: 129 (130); Seconda lettura: Rm 8,8-11; Vangelo: Gv 11,1-45)

  • Julián Carrón - El camino de la Cuaresma tiene un único gran objetivo, tal y como nos ha dicho la liturgia desde el principio: «Crecer en el conocimiento del misterio de Cristo». A lo largo de estos domingos lo hemos seguido paso a paso: lo hemos contemplado a la luz de la Transfiguración, lo hemos visto saciar la sed de la samaritana, lo hemos visto devolver la vista al ciego de nacimiento.

    Hoy, este camino alcanza su culmen en el signo de la resurrección de Lázaro. Aquí el misterio se revela en toda su potencia: Dios no es el Dios de los muertos, sino de los vivos. El profeta Ezequiel ya nos había preparado para este anuncio, como hemos escuchado en la primera lectura: Dios promete abrir nuestras tumbas y llenarlas de su Espíritu de vida. ¿Por qué? Porque por fin sabemos que: «Yo soy el Señor».

    En el Evangelio de hoy llama la atención el contraste entre la reacción de los hombres y la de Jesús. Los discípulos, las hermanas Marta y María, los amigos: todos están abrumados por el dolor y la sensación de pérdida. Jesús, en cambio, dice algo desconcertante: «Me alegro de no haber estado allí».

    La suya no es indiferencia. Jesús no es insensible: lo vemos conmoverse profundamente, hasta las lágrimas, ante la tumba de su amigo. Entonces, ¿por qué está «contento»? Porque esa enfermedad y esa muerte no son la última palabra. Jesús quiere convencer a sus amigos, y a nosotros hoy, de que lo que está sucediendo es una ocasión para mostrar quién es Él y para introducirnos aún más en el conocimiento del misterio de su persona.

    A los discípulos que relativizan diciendo: «Si se ha dormido, se salvará», Jesús les habla claro: «No, Lázaro ha muerto […] para que creáis».

    A las hermanas, que lamentan su «retraso» («Si hubieras estado aquí, no habría muerto»), Jesús les abre una perspectiva eterna: «Yo soy la resurrección y la vida», revelando por fin la profundidad de su misterio.

    También nosotros, como Lázaro, estamos hechos de carne y, por tanto, destinados a la muerte. Pero san Pablo nos recuerda una verdad impactante: «No estáis bajo el dominio de la carne, sino del Espíritu». Si el Espíritu de aquel que resucitó a Jesús de entre los muertos habita en nosotros, la muerte ya no tiene la última palabra sobre nuestros cuerpos mortales. La resurrección de Lázaro es una señal, pero la verdadera noticia que nos traerá la Pascua es que Cristo ha resucitado. Lázaro, al cabo de unos años, tuvo que morir de nuevo. Su resurrección no había resuelto el problema de la muerte, que se

    volvería a presentar algún tiempo después. Solo con la resurrección de Cristo —esa que la muerte ya no puede vencer—, Lázaro y nosotros podemos afrontar cada pérdida con una esperanza diferente.

    Ante el sepulcro, Jesús reza al Padre: «Sabía que siempre me escuchas, pero lo he dicho por la gente que me rodea, para que crean». Su oración no es un intento de convencer a Dios, sino un testimonio vivo para nosotros. Jesús quiere mostrarnos que Dios es capaz de revertir situaciones humanamente imposibles. Quien vive investido de esta Presencia ya no tiene miedo. No teme a los enemigos, como los discípulos que no quieren ir a Jerusalén porque pueden acabar como Jesús. No teme al fracaso. No teme a la muerte. Cada dificultad se convierte en una «provocación» para Jesús, para vivir la relación con el Padre.

    Jesús nos muestra un camino al alcance de todos nosotros. Nos enseña que una amistad y un afecto, como los que él tenía con su amigo Lázaro y sus hermanas, si no desembocan en una relación más grande con el Padre, no podrán resistir cuando la vida se vuelve dura.

    Con su presencia, en cambio, podemos adentrarnos en cualquier circunstancia, en las adversidades, en la pérdida de seres queridos, incluso en el túnel de la muerte. Todo se convierte en una ocasión, como dice todo el pasaje del Evangelio de hoy, para ver la gloria de Dios, ese esplendor de su verdad que quita todo temor y nos permite, por fin, abandonarnos en las manos de un Padre que nos quiere vivos.

    V Domingo de Cuaresma - Año A

    Apuntes de la homilía de don Julián Carrón 22 de marzo de 2026

    (Primera lectura: Ez 37,12-14; Salmo: 129 (130); Segunda lectura: Rm 8,8-11; Evangelio: Jn 11,1-45)

  • Julián Carrón - Le cheminement du Carême n’a qu’un seul et unique but, comme la liturgie nous l’a dit dès le début : « Grandir dans la connaissance du mystère du Christ ». Au cours de ces dimanches, nous l’avons suivi pas à pas : nous l’avons contemplé à la lumière de la Transfiguration, nous l’avons vu étancher la soif de la Samaritaine, nous l’avons vu rendre la vue à l’aveugle de naissance.

    Aujourd’hui, ce cheminement atteint son apogée sous le signe de la résurrection de Lazare. Ici, le mystère se dévoile dans toute sa puissance : Dieu n’est pas le Dieu des morts, mais des vivants. Le prophète Ézéchiel nous avait déjà préparés à cette annonce, comme nous l’avons entendu dans la première lecture : Dieu promet d’ouvrir nos tombeaux et de les remplir de son Esprit de vie. Pourquoi ? Parce que nous savons enfin que : « Je suis le Seigneur ».

    Dans l’Évangile d’aujourd’hui, le contraste entre la réaction des hommes et celle de Jésus est frappant. Les disciples, les sœurs Marthe et Marie, les amis : tous sont accablés par la douleur et le sentiment de perte. Jésus, au contraire, dit quelque chose de déconcertant : « Je suis content de ne pas avoir été là ».

    Ce n’est pas de l’indifférence. Jésus n’est pas insensible : nous le voyons s’émouvoir profondément, jusqu’aux larmes, devant le tombeau de son ami. Alors, pourquoi est-il « content » ? Parce que cette maladie et cette mort ne sont pas le dernier mot. Jésus veut persuader ses amis, et nous aujourd’hui, que ce qui se passe est une occasion de montrer qui Il est et de nous faire entrer encore davantage dans la connaissance du mystère de Sa personne.

    Aux disciples qui relativisent en disant : « S’il s’est endormi, il sera sauvé », Jésus répond clairement : « Non, Lazare est mort […] afin que vous croyiez ».

    Aux sœurs, qui pleurent son « retard » (« Si tu avais été là, il ne serait pas mort »), Jésus ouvre une perspective éternelle : « Je suis la résurrection et la vie », dévoilant enfin la profondeur de son mystère.

    Nous aussi, comme Lazare, nous sommes faits de chair, et donc destinés à la mort. Mais saint Paul nous rappelle une vérité bouleversante : « Vous n’êtes pas sous la domination de la chair, mais de l’Esprit ». Si l’Esprit de celui qui a ressuscité Jésus d’entre les morts habite en nous, la mort n’a plus le dernier mot sur nos corps mortels. La résurrection de Lazare est un signe, mais la véritable nouvelle que nous apportera Pâques, c’est que le Christ est ressuscité. Lazare, quelques années plus tard, a dû mourir à nouveau. Sa résurrection n’avait pas résolu le problème de la mort, qui allait

    se poser à nouveau quelque temps après. Ce n’est qu’avec la résurrection du Christ – celle que la mort ne peut plus vaincre – que Lazare et nous pouvons affronter toute perte avec une espérance différente.

    Devant le tombeau, Jésus prie le Père : « Je savais que tu m’écoutes toujours, mais je l’ai dit pour la foule qui m’entoure, afin qu’elle croie ». Sa prière n’est pas une tentative de convaincre Dieu, mais un témoignage vivant pour nous. Jésus veut nous montrer que Dieu est capable de renverser des situations humainement impossibles. Celui qui vit imprégné de cette Présence n’a plus peur. Il n’a pas peur des ennemis, comme les disciples qui ne veulent pas aller à Jérusalem de crainte de finir comme Jésus. Il n’a pas peur de l’échec. Il n’a pas peur de la mort. Chaque difficulté devient une « provocation » pour Jésus, pour vivre sa relation avec le Père.

    Jésus nous montre un chemin à la portée de chacun d’entre nous. Il nous enseigne qu’une amitié et une affection, comme celles qu’il avait avec son ami Lazare et ses sœurs, si elles ne débouchent pas sur une relation plus grande avec le Père, ne pourront pas tenir lorsque la vie devient dure.

    Grâce à sa présence, en revanche, nous pouvons affronter n’importe quelle circonstance, les épreuves, la perte d’êtres chers, voire le tunnel de la mort. Tout devient une occasion, comme le dit tout le passage de l’Évangile d’aujourd’hui, de voir la gloire de Dieu, cette splendeur de sa vérité qui dissipe toute peur et nous permet, enfin, de nous abandonner entre les mains d’un Père qui nous veut vivants.

    V Dimanche de Carême - Année A

    Notes tirées de l’homélie de don Julián Carrón, 22 mars 2026

    (Première lecture : Ez 37,12-14 ; Psaume : 129 (130) ; Deuxième lecture : Rm 8,8-11 ; Évangile : Jn 11,1-45)

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