Nothingness and the Quest for More Life

Nothingness is the sensation that everything you lack will never come. Everyone knows when it manifests — before the first cup of coffee.
— Fernando DeHaro

Fernando De Haro - Easter is a good time to reflect on what nothingness really is — and on what stands in the way of our encountering it honestly.

The word "nihilism" is everywhere today: in politics, in economics, across the internet. And it is almost always misused. Months ago, when the "six-seven" meme went viral, some interpreted it as proof that our digital lives are in search of meaningless expression. They call the inability of young people to access housing "economic nihilism." But this, too, has nothing to do with nothingness. It is the consequence of disastrous housing policy, a lack of social housing, and a long series of mistakes.

For some time now, most politicians have given little thought to the medium and long term. Polarization prevents them from reaching agreements on anything that requires patience. People speak of "political nihilism" to explain the crisis of trust, the weakness of democracy, the endless conflict, authoritarianism, the claim that whoever wins elections should control all institutions. All of this is negative. But these are merely consequences.

The adjective "nihilist" is often deployed as an ethical verdict. The fact that certain behaviors of elites, voters, or tech executives are reprehensible — even constituting forms of exploitation that deserve the harshest condemnation — does not mean we are sinking into nothingness. Even the fact that we are becoming hopelessly skeptical under a barrage of fake news is a bad thing: a disinterest bordering on nothingness. But it remains, nonetheless, a consequence.

Nothingness is something completely different. It is an endless yawn, an insurmountable indifference, a lack of energy fed by the perception that moments pass — sometimes at dizzying speed, sometimes with excruciating slowness — plunging into a desert of emptiness, into a tomb of forgetting.

Nothingness is the sensation that all the movements of the soul obey the same law that governs physics: gravity. The spirit inevitably collapses under its own weight. Nothingness is the sensation that everything you lack — and you always lack everything — will never come. No need for elaborate language. It is simpler than that. Everyone knows when true nothingness manifests itself: when, before drinking the first cup of coffee in the morning, one is already drowning in a sea of irrelevant worries. Everyone knows how much they would wish, with their last remaining breath of energy, that it were not so.

We have been taught that this experience — this moment of rebellion — has nothing to do with history. This almost unconscious revolt against the idea that everything is nothing has become the blind spot of science, economics, history, morality, religion, and a Christianity that has betrayed its own origins.

Scientists, politicians, religious preachers, and moralists have broken down this indivisible experience in order to write general, immutable, universal laws. Everyone fears the experience itself — that crossroads between being and nothingness that each of us embodies. Everyone wants us to think, feel, and evaluate the world from an objective point of view. Everyone wants us to look at ourselves from "nowhere."

This means condemning ourselves to nothingness. Without The I, there is no crossroads between nothingness and being. With The I silenced by universal history, universal science, universal morality, and universal Christianity, life is not intercepted when it manifests itself — with all the grace that characterizes it.

Life, when it manifests at the intersection, is easy to recognize. It does not destroy gravity, but makes it graceful. The law of decay is abrogated. Life, at the crossroads, is unmistakable: there are no more blind spots, only life that desires more life. No one desires what they do not have. And when life has conquered death, another life appears; you are marked, unable to stop seeking more life. You know that all the being you lack is coming toward you.

It is very simple. It does not require poetry. It does not take many words. For Mary Magdalene, one word was enough: "Master!" Happy Easter.

  • Il nulla e la ricerca di più vita

    Fernando De Haro

    La Pasqua può essere un buon momento per riflettere su cosa sia davvero il nulla e che cosa ci impedisca di fare

    Parlano del nichilismo su internet, nella politica, nell’economia. Mi sembra che la parola sia usata in modo improprio. Si parlava di nichilismo mesi fa, quando il meme “six-seven” è diventato virale. Non significa nulla e alcuni l’hanno interpretato come la prova che le nostre vite digitali sono alla ricerca di espressioni prive di senso. Definiscono “nichilismo economico” il fatto che i giovani non riescano ad accedere a un alloggio. Ma mi sembra che anche questo non abbia a che fare con il nulla: è la conseguenza di una disastrosa politica abitativa, della mancanza di alloggi sociali e di una lunga serie di errori.

    Da tempo ormai la maggior parte dei politici pensa poco al medio e lungo termine e la polarizzazione impedisce di raggiungere accordi tra loro su qualcosa che richiede tempo. Si parla di nichilismo politico per spiegare la crisi di fiducia, la debolezza della democrazia, lo scontro senza fine, l’autoritarismo, la pretesa che chi vince le elezioni controlli tutte le istituzioni. E tutto ciò è negativo. Ma queste sono solo conseguenze.

    L’aggettivo “nichilista” viene spesso usato per enfatizzare un giudizio etico. Il fatto che certi comportamenti delle élite, degli elettori o dei dirigenti delle aziende tecnologiche siano riprovevoli o costituiscano una forma di sfruttamento meritevole della più severa condanna non significa che stiamo sprofondando nel nulla. Anche il fatto che siamo prossimi a diventare scettici senza speranza a causa del bombardamento di fake news è un male. Si tratta di un disinteresse prossimo al nulla. Ma resta comunque una conseguenza.

    Il nulla è qualcosa di completamente diverso: è uno sbadiglio senza fine, un’indifferenza insormontabile, una mancanza di energia alimentata dalla percezione che i momenti passino, a volte a un ritmo vertiginoso e altre volte molto lentamente, precipitando in un deserto di vuoto, in una tomba di oblio.

    Il nulla è la sensazione che tutti i movimenti dell’anima siano governati dalla stessa legge che regola la fisica (o che la regolava prima della teoria della relatività): quella della gravità. Lo spirito inevitabilmente crolla sotto il proprio peso. Il nulla è la sensazione che tutto ciò che ti manca – perché ti manca sempre tutto – non si manifesterà mai. Non c’è bisogno di dilungarsi o di usare un linguaggio poetico. È più semplice: tutti sanno quando si manifesta il vero nulla, quando, al mattino, prima ancora di aver bevuto il primo caffè, si è già annegati in un mare di preoccupazioni irrilevanti. Tutti sanno quanto desidererebbero, con l’ultimo respiro di energia rimasto, che non fosse così.

    Ci è stato insegnato che questa esperienza, questo momento di ribellione, non ha nulla a che fare con la storia. Questa esperienza, questa ribellione quasi inconscia contro l’idea che tutto sia nulla, è diventata il punto cieco della scienza, dell’economia, della storia, della morale, della religione e di un cristianesimo che ha tradito le proprie origini.

    Scienziati, politici, predicatori religiosi e moralisti hanno scomposto questa esperienza indivisibile per scrivere leggi generali, immutabili e universali. Tutti hanno paura dell’esperienza, di quel crocevia tra l’essere e il nulla che ognuno di noi rappresenta. Tutti vogliono che pensiamo, sentiamo e valutiamo il mondo, ciò che ci accade, da un punto di vista oggettivo. Tutti vogliono che guardiamo il mondo e noi stessi da “nessun luogo”.

    Questo significa condannarci al nulla: senza l’io non esiste più un incrocio tra il nulla e l’essere. Ridotto l’io al silenzio dalla storia universale, dalla scienza universale, dalla morale universale e dal cristianesimo universale, la vita non viene intercettata quando si manifesta con quella grazia che la caratterizza.

    La vita, quando si manifesta all’incrocio, è facile da riconoscere. Non distrugge la gravità, ma la rende aggraziata. La legge della decadenza viene abrogata. La vita, al crocevia, è facilmente riconoscibile perché non ci sono più punti ciechi, solo vita che desidera altra vita. Nessuno desidera ciò che non ha. E quando la vita ha vinto la morte, appare un’altra vita; resti segnato, incapace di smettere di cercare più vita: sai che tutto l’essere che ti manca sta arrivando.

    È molto semplice. Non c’è bisogno di essere poetici. Non servono molte parole per spiegarlo. Per Maria Maddalena ne bastò una: “Maestro!”. Buona Pasqua!

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  • La nada y la búsqueda de más vida

    Fernando De Haro

    La Semana Santa puede ser un buen momento para reflexionar sobre qué es realmente la nada y qué nos impide actuar

    Se habla de nihilismo en Internet, en la política, en la economía. Me parece que la palabra se utiliza de forma impropia. Se hablaba de nihilismo hace meses, cuando el meme «six-seven» se hizo viral. No significa nada y algunos lo han interpretado como la prueba de que nuestras vidas digitales buscan expresiones sin sentido. Definieron como «nihilismo económico» el hecho de que los jóvenes no consigan acceder a una vivienda. Pero me parece que tampoco esto tiene que ver con la nada: es la consecuencia de una política de vivienda desastrosa, de la falta de viviendas sociales y de una larga serie de errores.

    Desde hace tiempo, la mayoría de los políticos piensan poco en el medio y largo plazo, y la polarización les impide llegar a acuerdos entre ellos sobre algo que requiere tiempo. Se habla de «nihilismo político» para explicar la crisis de confianza, la debilidad de la democracia, el enfrentamiento sin fin, el autoritarismo, la pretensión de que quien gane las elecciones controle todas las instituciones. Y todo eso es negativo. Pero estas son solo consecuencias.

    El adjetivo «nihilista» se utiliza a menudo para enfatizar un juicio ético. El hecho de que ciertos comportamientos de las élites, de los votantes o de los directivos de las empresas tecnológicas sean censurables o constituyan una forma de explotación merecedora de la más severa condena no significa que nos estemos hundiendo en la nada. También es malo que estemos a punto de convertirnos en escépticos sin esperanza debido al bombardeo de noticias falsas. Se trata de un desinterés cercano a la nada. Pero sigue siendo, en cualquier caso, una consecuencia.

    La nada es algo completamente diferente: es un bostezo sin fin, una indiferencia insuperable, una falta de energía alimentada por la percepción de que los momentos pasan, a veces a un ritmo vertiginoso y otras muy lentamente, precipitándose en un desierto de vacío, en una tumba de olvido.

    La nada es la sensación de que todos los movimientos del alma están regidos por la misma ley que rige la física (o que la regía antes de la teoría de la relatividad): la de la gravedad. El espíritu se derrumba inevitablemente bajo su propio peso. La nada es la sensación de que todo lo que te falta —porque siempre te falta todo— nunca se manifestará. No hay necesidad de extenderse ni de usar un lenguaje poético. Es más sencillo: todos saben cuándo se manifiesta la verdadera nada, cuando, por la mañana, antes incluso de haber tomado el primer café, ya te has ahogado en un mar de preocupaciones irrelevantes. Todos saben cuánto desearían, con el último aliento de energía que les queda, que no fuera así.

    Nos han enseñado que esta experiencia, este momento de rebelión, no tiene nada que ver con la historia. Esta experiencia, esta rebelión casi inconsciente contra la idea de que todo es nada, se ha convertido en el punto ciego de la ciencia, la economía, la historia, la moral, la religión y un cristianismo que ha traicionado sus propios orígenes.

    Científicos, políticos, predicadores religiosos y moralistas han descompuesto esta experiencia indivisible para escribir leyes generales, inmutables y universales. Todos temen la experiencia, esa encrucijada entre el ser y la nada que cada uno de nosotros representa. Todos quieren que pensemos, sintamos y valoremos el mundo, lo que nos sucede, desde un punto de vista objetivo. Todos quieren que miremos el mundo y a nosotros mismos desde «ningún lugar».

    Esto significa condenarnos a la nada: sin el yo ya no existe un cruce entre la nada y el ser. Reducido el yo al silencio por la historia universal, la ciencia universal, la moral universal y el cristianismo universal, la vida no es captada cuando se manifiesta con esa gracia que la caracteriza.

    La vida, cuando se manifiesta en la encrucijada, es fácil de reconocer. No destruye la gravedad, sino que la hace agraciada. La ley de la decadencia queda derogada. La vida, en la encrucijada, es fácilmente reconocible porque ya no hay puntos ciegos, solo vida que desea otra vida. Nadie desea lo que no tiene. Y cuando la vida ha vencido a la muerte, aparece otra vida; quedas marcado, incapaz de dejar de buscar más vida: sabes que todo el ser que te falta está llegando.

    Es muy sencillo. No hace falta ser poético. No se necesitan muchas palabras para explicarlo. A María Magdalena le bastó una: «¡Maestro!». ¡Feliz Pascua!

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  • Le néant et la quête d’une vie plus riche

    Fernando De Haro

    Pâques peut être un bon moment pour réfléchir à ce qu’est réellement le néant et à ce qui nous empêche d’agir

    On parle de nihilisme sur Internet, en politique, en économie. Il me semble que ce mot est utilisé à tort. On parlait de nihilisme il y a quelques mois, lorsque le mème « six-seven » est devenu viral. Cela ne signifie rien et certains l’ont interprété comme la preuve que nos vies numériques sont à la recherche d’expressions dénuées de sens. On qualifie de « nihilisme économique » le fait que les jeunes ne parviennent pas à accéder à un logement. Mais il me semble que cela non plus n’a rien à voir avec le néant : c’est la conséquence d’une politique du logement désastreuse, du manque de logements sociaux et d’une longue série d’erreurs.

    Depuis longtemps déjà, la plupart des politiciens ne pensent guère au moyen et au long terme, et la polarisation les empêche de parvenir à des accords entre eux sur des sujets qui demandent du temps. On parle de nihilisme politique pour expliquer la crise de confiance, la faiblesse de la démocratie, les affrontements sans fin, l’autoritarisme, la prétention selon laquelle celui qui remporte les élections contrôle toutes les institutions. Et tout cela est négatif. Mais ce ne sont là que des conséquences.

    L’adjectif « nihiliste » est souvent utilisé pour souligner un jugement éthique. Le fait que certains comportements des élites, des électeurs ou des dirigeants des entreprises technologiques soient répréhensibles ou constituent une forme d’exploitation méritant la condamnation la plus sévère ne signifie pas que nous sombrons dans le néant. Le fait même que nous soyons sur le point de devenir des sceptiques sans espoir à cause du déluge de fausses informations est également un mal. Il s’agit d’un désintérêt proche du néant. Mais cela reste néanmoins une conséquence.

    Le néant est quelque chose de complètement différent : c’est un bâillement sans fin, une indifférence insurmontable, un manque d’énergie alimenté par la perception que les instants s’écoulent, tantôt à un rythme vertigineux, tantôt très lentement, précipitant dans un désert de vide, dans une tombe d’oubli.

    Le néant est le sentiment que tous les mouvements de l’âme sont régis par la même loi qui régit la physique (ou qui la régissait avant la théorie de la relativité) : celle de la gravité. L’esprit s’effondre inévitablement sous son propre poids. Le néant est le sentiment que tout ce qui te manque – parce que tout te manque toujours – ne se manifestera jamais. Inutile de s’étendre ou d’utiliser un langage poétique. C’est plus simple : tout le monde sait quand le vrai néant se manifeste, quand, le matin, avant même d’avoir bu son premier café, on est déjà noyé dans une mer de préoccupations insignifiantes. Tout le monde sait à quel point on souhaiterait, avec le dernier souffle d’énergie qui reste, que ce ne soit pas ainsi.

    On nous a enseigné que cette expérience, ce moment de rébellion, n’a rien à voir avec l’histoire. Cette expérience, cette rébellion presque inconsciente contre l’idée que tout est néant, est devenue le point aveugle de la science, de l’économie, de l’histoire, de la morale, de la religion et d’un christianisme qui a trahi ses origines.

    Scientifiques, politiciens, prédicateurs religieux et moralistes ont décomposé cette expérience indivisible pour rédiger des lois générales, immuables et universelles. Tous ont peur de l’expérience, de ce carrefour entre l’être et le néant que chacun de nous représente. Tous veulent que nous pensions, ressentions et évaluions le monde, ce qui nous arrive, d’un point de vue objectif. Tous veulent que nous regardions le monde et nous-mêmes depuis « nulle part ».

    Cela revient à nous condamner au néant : sans le moi, il n’y a plus de croisement entre le néant et l’être. Le moi étant réduit au silence par l’histoire universelle, la science universelle, la morale universelle et le christianisme universel, la vie n’est pas saisie lorsqu’elle se manifeste avec cette grâce qui la caractérise.

    La vie, lorsqu’elle se manifeste au carrefour, est facile à reconnaître. Elle ne détruit pas la gravité, mais la rend gracieuse. La loi de la décadence est abrogée. La vie, au carrefour, est facilement reconnaissable car il n’y a plus de points aveugles, seulement la vie qui désire une autre vie. Personne ne désire ce qu’il n’a pas. Et quand la vie a vaincu la mort, une autre vie apparaît ; tu en restes marqué, incapable de cesser de rechercher davantage de vie : tu sais que tout l’être qui te manque est en train d’arriver.

    C’est très simple. Pas besoin d’être poétique. Pas besoin de beaucoup de mots pour l’expliquer. Pour Marie-Madeleine, un seul a suffi : « Maître ! ». Joyeuses Pâques !

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Fernando De Haro

Fernando de Haro is a Spanish journalist, academic, and radio director at COPE. With degrees in journalism, law, and a PhD in information science, he's known for documentaries on Christian persecution. De Haro explores religion's role in society through his media work and publications, including a book on Don Giussani's life.

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