Someone Who Cares for Us
“A friend doesn’t keep up appearances with us at all costs — he brings us face-to-face with the truth about ourselves.”
Pierluigi Banna - A lunchtime question—is anyone taking care of you?—opens onto what friendship means.
A few days ago I was having lunch with two friends, a married couple, and at one point the wife asked me, "Is there anyone who takes care of you?" My first thought was shallow: I assumed she was offering to do my housekeeping. But she immediately showed me how much deeper the question went: "Is there anyone in your life to whom you matter—someone for whom it makes a difference whether you're there or not?" What she was really asking was, "Is there anyone who cares for you?"
It's a very real question, and we know that living under the same roof with someone isn't enough to answer it. Neither is scrolling through our contacts. Who understands us? Who understands the reason behind what we feel—and behind our limitations—before judging us or putting us on the defensive? I think every one of today's readings circles back to that question: Who cares for us?
The prophet Nathan, as we heard in the first reading, took care of King David. He wasn't worried about protecting his own reputation in front of a king who could easily have put him to death for what he was about to say. He didn't play it safe; he took real care of David by confronting him with his sin: "Look, you had all the women you wanted, and yet you went and took the one who wasn't yours." That's a friend—not someone who keeps up appearances with us at all costs, but someone who doesn't pull his punches, someone willing to make us uncomfortable because he brings us face-to-face with the truth about ourselves.
Nathan can show David this kind of care not because he is better than the sinful king, or has fewer flaws. He can treat David this way because he brings him before the One who already knows his sin and can forgive him. Being a friend, then, isn't simply shining a spotlight on someone's limitations in order to back him into a corner and keep our own hands clean. Caring for someone goes further: it means taking him by the hand and leading him before the One who can forgive him.
Seen this way, we can understand the great act of friendship performed by the four men in the Gospel who carry their paralyzed friend on his mat. They don't make him feel guilty for his sin; they don't rub his fault in his face; and they don't tell him he's fine just as he is. Instead they do the greatest thing a friend can do: they pick him up and tear open the roof—that is, they break through the social conventions that usually keep our friendships merely formal—they tear open the roof for one reason only: to bring this friend's limitation face-to-face with the One who can heal him, the One who can forgive him, Jesus. This is what it means to care for us. It isn't going along with our limitations, and it isn't rubbing our noses in our mistakes; it's taking us by the hand and leading us to the One who can forgive us.
There is a sign of this care, and it comes in the last line we heard in the Gospel. When we find friends like these, we are amazed together and say, "We have never seen anything like this." What have we never seen? A Friend greater than we are, who has helped us discover that yes, we are poor souls, full of limitations—and forgiven, and loved. That wonder marks every true friendship, and Paul puts it into words in the second reading—words that would go on to shape the entire history of Christianity, words that describe what it looks like to face your own limitations as a friend: "We are afflicted—let's admit it—but not crushed; perplexed, but not driven to despair; persecuted, but not abandoned; struck down, yes, but not destroyed." Why? How is that even possible? "Because we always and everywhere"—even inside this limitation—"carry the death of Jesus in our body, so that the life of Jesus may also be revealed in our bodies."
Jesus reached out to those men and renewed their friendship by way of that paralysis; and through that very limitation, what life, what resurrection filled their eyes with wonder! Maybe, over these summer weeks, we can ask to find someone who truly takes care of us. Then we'll be able to answer my friend's question. We'll know we've found someone who cared for us if, when the summer ends, we find ourselves standing beside someone and saying, in wonder, "We've never seen anything like this!" And we'll say it not because you were good or I was good. We'll say, "We've never seen anything like this!" because we didn't make excuses for our limitations, and yet, right inside those limitations, we came to recognize the most incredible thing of all: the One we can ask for forgiveness, the one true God who, from within our limitations, always finds a way to give us new life.
Homily by Fr. Pigi Banna
Ninth Sunday after Pentecost
Milan, Parish of Santa Maria Segreta
July 26, 2026
2 Sam 12:1–13; Ps 31 (32); 2 Cor 4:5b–14; Mk 2:1–12
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Qualcuno che si prende cura di noi
Pierluigi Banna
Qualche giorno fa mi sono trovato a pranzo da una coppia di amici e a un certo punto la moglie ha posto una domanda: “Ma c’è qualcuno che si prende cura di te?”. All’inizio io con molta superficialità pensavo che lei si stesse candidando a farmi da perpetua, ma in realtà subito dopo questa amica ha specificato la profondità della sua domanda: “C’è qualcuno nella tua vita per cui tu sei importante, per il quale fa la differenza che tu ci sia o non ci sia?» In questo senso, mi chiedeva “C’è qualcuno che si prende cura di te?”
Questa è una domanda molto vera e sappiamo che non basta vivere in casa con qualcuno per potervi rispondere, non basta neanche scorrere le rubriche dei nostri contatti per rispondere facilmente a questa domanda. Chi è che ci comprende? Chi è che comprende la ragione delle nostre emozioni, persino i nostri limiti, prima ancora di giudicarci o di farci sentire sotto attacco? Credo che attorno a questa questione (“chi si prende cura di noi?”) girino tutte le letture che abbiamo ascoltato.
Il profeta Natan, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, si è preso cura del re Davide, perché non aveva il problema di difendere la sua reputazione davanti al re che poteva benissimo metterlo a morte per quanto gli avrebbe detto. Non ha il problema di difendere il suo ruolo, ma davvero si prende cura di Davide mettendolo davanti al suo peccato e dicendogli: “Guarda avevi tutte le donne che volevi, eppure sei andato a prendere quella non tua”. Questo è un amico, non uno che a tutti i costi preserva con noi la forma, ma uno che sa risultare persino scomodo con la sua schiettezza, perché ci mette davanti alla verità di noi stessi.
Natan può avere questa cura di Davide, non tanto perché lui è migliore del re peccatore, ha meno difetti di lui. In realtà Natan può trattare così Davide perché lo mette davanti all’Unico che già conosce il suo male e lo può perdonare. Essere amici, allora, non è semplicemente accendere un riflettore sui nostri limiti per metterci al muro, evitando qualsiasi forma di complicità. Prendersi cura di noi è, ancora di più, prenderci per mano e condurci davanti all’Unico che ci può perdonare.
Possiamo comprendere così il grande gesto di amicizia compiuto da questi quattro barellieri nei confronti del loro amico paralitico, di cui ci parla il Vangelo. Senza farlo sentire in colpa per questo suo peccato, senza farlo sentire in difetto, ma neanche dicendogli che era perfetto, fanno il più grande gesto di amicizia che potevano compiere: lo prendono e scoperchiano persino il tetto – cioè rompono le condizioni sociali per cui abitualmente noi siamo soliti essere formalmente amici – rompono il tetto pur di far incontrare il limite di questo amico con l’Unico che lo può guarire, con l’Unico che lo può perdonare: Gesù. Questo è prendersi cura di noi, non è essere complici con il nostro limite, non è neanche spiattellarci in faccia i nostri errori, ma prenderci per mano e condurci dall’Unico che può perdonarci.
C’è un segno di questa cura ed è espresso dall’ultima frase che abbiamo ascoltato nel vangelo. Quando si trovano degli amici così, insieme si resta stupiti a dire “Non abbiam mai visto nulla di simile”. Cosa non abbiamo mai visto? Lo spettacolo di un Amico più grande di noi che ci ha fatto scoprire sì poveretti, pieni di limiti, ma perdonati, amati. Questo stupore che distingue ogni vera amicizia si esprime nelle parole bellissime di Paolo della seconda lettura, parole che segneranno tutta la storia del cristianesimo, che descrivono che cosa vuol dire guardare con amicizia i propri limiti: “siamo tribolati – ammettiamolo – ma non schiacciati, siamo sconvolti ma non disperati, perseguitati, ma non abbandonati, colpiti, sì, ma non uccisi – perché? Come si fa ad essere così? – Perché portiamo sempre e dovunque (anche in questo limite) la morte di Gesù, ma perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”.
Gesù ha raggiunto e ha fatto nuova la loro amicizia attraverso il limite di quella paralisi, eppure attraverso quel limite, che vita, che risurrezione riempiva i loro occhi di stupore! Forse potremmo chiedere per queste vacanza di trovare davvero qualcuno che si prenda cura di noi. E così potremo rispondere alla domanda di quell’amica: abbiamo trovato qualcuno che si è preso cura di noi, se alla fine di queste vacanze ci troviamo con qualcuno a dire con stupore “non abbiamo mai visto nulla di simile!”. Lo diremo non perché tu sei stato bravo o io sono stato bravo. No, diremo “non abbiamo mai visto nulla di simile!” perché non ci siamo fatti uno sconto dei nostri limiti, eppure proprio nei nostri limiti ci siamo accompagnati a riconoscere la cosa più incredibile, l’Unico a cui poter chiedere perdono, l’Unico Dio che dal nostro limite, trova sempre occasione di darci vita nuova.
Omelia don Pigi Banna
IX domenica dopo Pentecoste
Milano, Parrocchia di Santa Maria Segreta
26 Luglio 2026
2Sam 12, 1-13 Sal 31 (32) 2Cor 4, 5b-14 Mc 2, 1-12
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Alguien que se preocupe por nosotros
Pierluigi Banna
Hace unos días fui a comer a casa de una pareja de amigos y, en un momento dado, la mujer me hizo una pregunta: «¿Hay alguien que se preocupe por ti?». Al principio, de forma bastante superficial, pensé que se estaba ofreciendo para hacerme de ama de llaves, pero, en realidad, justo después, esta amiga aclaró el significado profundo de su pregunta: «¿Hay alguien en tu vida para quien seas importante, para quien marque la diferencia que estés ahí o no?» En este sentido, me preguntaba: «¿Hay alguien que cuide de ti?»
Esta es una pregunta muy cierta y sabemos que no basta con vivir en casa con alguien para poder responderla, ni tampoco basta con repasar nuestra agenda de contactos para responder fácilmente a esta pregunta. ¿Quién nos comprende? ¿Quién comprende el motivo de nuestras emociones, incluso nuestras limitaciones, antes incluso de juzgarnos o hacernos sentir atacados? Creo que en torno a esta cuestión («¿quién cuida de nosotros?») giran todas las lecturas que hemos escuchado.
El profeta Natán, como hemos escuchado en la primera lectura, se ocupó del rey David, porque no tenía el problema de defender su reputación ante el rey, quien perfectamente podría haberlo condenado a muerte por lo que le dijera. No tiene el problema de defender su papel, sino que realmente se ocupa de David enfrentándole a su pecado y diciéndole: «Mira, tenías todas las mujeres que querías y, sin embargo, fuiste a por la que no era tuya». Esto es un amigo, no alguien que a toda costa mantenga las apariencias con nosotros, sino alguien que sabe resultar incluso incómodo con su franqueza, porque nos pone ante la verdad de nosotros mismos.
Natan puede cuidar así de David, no tanto porque sea mejor que el rey pecador o tenga menos defectos que él. En realidad, Natán puede tratar así a David porque lo pone ante el Único que ya conoce su mal y puede perdonarlo. Ser amigos, pues, no es simplemente poner de relieve nuestras limitaciones para acorralarnos, evitando cualquier forma de complicidad. Cuidarnos es, más aún, tomarnos de la mano y llevarnos ante el Único que puede perdonarnos.
Así podemos comprender el gran gesto de amistad que realizaron estos cuatro portadores de camilla hacia su amigo paralítico, del que nos habla el Evangelio. Sin hacerle sentir culpable por su pecado, sin hacerle sentir que estaba en falta, pero tampoco diciéndole que era perfecto, realizan el mayor gesto de amistad que podían llevar a cabo: lo cogen e incluso descubren el tejado —es decir, rompen las condiciones sociales por las que habitualmente solemos ser amigos de forma formal—; rompen el tejado con tal de que la limitación de este amigo se encuentre con el Único que puede sanarlo, con el Único que puede perdonarlo: Jesús. Esto es cuidar de nosotros, no es ser cómplices de nuestra limitación, ni tampoco es echarnos en cara nuestros errores, sino tomarnos de la mano y llevarnos ante el Único que puede perdonarnos.
Hay un signo de este cuidado y se expresa en la última frase que hemos escuchado en el Evangelio. Cuando se encuentran amigos así, juntos nos quedamos asombrados y decimos: «Nunca hemos visto nada semejante» . ¿Qué es lo que nunca hemos visto? El espectáculo de un Amigo más grande que nosotros que nos ha hecho descubrir que, sí, somos pobres, estamos llenos de limitaciones, pero somos perdonados y amados. Este asombro que caracteriza a toda verdadera amistad se expresa en las hermosas palabras de Pablo de la segunda lectura, palabras que marcarán toda la historia del cristianismo, que describen lo que significa mirar con amistad nuestras propias limitaciones: «Estamos atribulados —admitámoslo—, pero no abatidos; estamos angustiados, pero no desesperados; perseguidos, pero no abandonados; heridos, sí, pero no muertos. ¿Por qué? ¿Cómo es posible ser así? —Porque llevamos siempre y en todas partes (incluso en esta limitación) la muerte de Jesús, para que también la vida de Jesús se manifieste en nuestro cuerpo».
Jesús alcanzó y renovó su amistad a través del límite de aquella parálisis; y, sin embargo, ¡qué vida, qué resurrección llenaba de asombro sus ojos a través de ese límite! Quizá podríamos pedir, para estas vacaciones, encontrar de verdad a alguien que cuide de nosotros. Y así podremos responder a la pregunta de aquella amiga: habremos encontrado a alguien que ha cuidado de nosotros, si al final de estas vacaciones nos encontramos con alguien con quien decir, llenos de asombro: «¡Nunca hemos visto nada parecido!». Lo diremos no porque tú hayas sido bueno o yo haya sido bueno. No, diremos «¡Nunca hemos visto nada semejante!» porque no nos hemos subestimado a nosotros mismos ni a nuestras limitaciones, y, sin embargo, precisamente en nuestras limitaciones nos hemos acompañado para reconocer lo más increíble: al Único al que podemos pedir perdón, al Único Dios que, desde nuestra limitación, siempre encuentra la ocasión de darnos vida nueva.
Homilía del padre Pigi Banna
IX domingo después de Pentecostés
Milán, Parroquia de Santa María Segreta
26 de julio de 2026
2 Sam 12, 1-13 Sal 31 (32) 2 Cor 4, 5b-14 Mc 2, 1-12
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Quelqu’un qui prend soin de nous
Pierluigi Banna
Il y a quelques jours, je déjeunais chez un couple d’amis et, à un moment donné, la femme m’a posé une question : « Mais y a-t-il quelqu’un qui prend soin de toi ? ». Au début, j’ai pensé, de manière très superficielle, qu’elle se proposait pour devenir ma femme de ménage, mais en réalité, juste après, cette amie a précisé la profondeur de sa question : « Y a-t-il quelqu’un dans ta vie pour qui tu es important, pour qui ta présence ou ton absence fait une différence ? » En ce sens, elle me demandait : « Y a-t-il quelqu’un qui prend soin de toi ? »
C’est une question très pertinente et nous savons qu’il ne suffit pas de vivre sous le même toit que quelqu’un pour y répondre, pas plus qu’il ne suffit de parcourir notre répertoire de contacts pour y répondre facilement. Qui nous comprend ? Qui comprend la raison de nos émotions, voire nos limites, avant même de nous juger ou de nous donner l’impression d’être attaqués ? Je crois que toutes les lectures que nous avons entendues tournent autour de cette question (« qui prend soin de nous ? »).
Le prophète Nathan, comme nous l’avons entendu dans la première lecture, a pris soin du roi David, car il n’avait pas à se soucier de défendre sa réputation devant le roi, qui aurait très bien pu le mettre à mort pour ce qu’il allait lui dire. Il n’a pas à défendre son rôle, mais il prend véritablement soin de David en lui faisant prendre conscience de son péché et en lui disant : « Écoute, tu avais toutes les femmes que tu voulais, et pourtant tu es allé prendre celle qui ne t’appartenait pas. » Voilà ce qu’est un ami : non pas quelqu’un qui préserve à tout prix les apparences avec nous, mais quelqu’un qui sait se montrer même dérangeant par sa franchise, car il nous confronte à la vérité sur nous-mêmes.
Natan peut prendre ainsi soin de David, non pas tant parce qu’il est meilleur que le roi pécheur ou qu’il a moins de défauts que lui. En réalité, Nathan peut traiter David ainsi parce qu’il le place face à l’Unique qui connaît déjà son mal et qui peut lui pardonner. Être amis, alors, ce n’est pas simplement braquer un projecteur sur nos limites pour nous acculer au mur, en évitant toute forme de complicité. Prendre soin de nous, c’est, bien plus encore, nous prendre par la main et nous conduire devant l’Unique qui peut nous pardonner.
C’est ainsi que nous pouvons comprendre le grand geste d’amitié accompli par ces quatre porteurs envers leur ami paralytique, dont nous parle l’Évangile. Sans lui faire ressentir de culpabilité pour son péché, sans lui faire sentir qu’il est en tort, mais sans non plus lui dire qu’il était parfait, ils accomplissent le plus grand geste d’amitié qu’ils pouvaient faire : ils le prennent et vont même jusqu’à enlever la toiture – c’est-à-dire qu’ils brisent les conventions sociales qui nous poussent habituellement à n’être que des amis de forme – ils enlèvent la toiture pour que la limite de cet ami puisse rencontrer le Seul qui peut le guérir, le Seul qui peut lui pardonner : Jésus. C’est cela, prendre soin de nous : ce n’est pas être complices de nos limites, ce n’est pas non plus nous jeter nos erreurs à la figure, mais nous prendre par la main et nous conduire vers le Seul qui peut nous pardonner.
Il y a un signe de cette sollicitude, et il est exprimé par la dernière phrase que nous avons entendue dans l’Évangile. Quand on trouve des amis comme ceux-là, on s’émerveille ensemble en disant : « Nous n’avons jamais rien vu de pareil » . Qu’est-ce que nous n’avons jamais vu ? Le spectacle d’un Ami plus grand que nous qui nous a fait découvrir que, certes, nous sommes des pauvres, pleins de limites, mais pardonnés, aimés. Cet émerveillement qui caractérise toute véritable amitié s’exprime dans les très belles paroles de Paul dans la deuxième lecture, des paroles qui marqueront toute l’histoire du christianisme, qui décrivent ce que signifie regarder ses propres limites avec amitié : « Nous sommes dans la détresse – admettons-le –, mais non écrasés ; nous sommes bouleversés, mais non désespérés ; persécutés, mais non abandonnés ; frappés, certes, mais non tués – pourquoi ? Comment peut-on être ainsi ? – Parce que nous portons toujours et partout (même dans cette limite) la mort de Jésus, mais aussi pour que la vie de Jésus se manifeste dans notre corps ».
Jésus a rejoint et renouvelé leur amitié à travers la limite de cette paralysie, et pourtant, à travers cette limite, quelle vie, quelle résurrection remplissait leurs yeux d’émerveillement ! Peut-être pourrions-nous demander, pour ces vacances, de trouver vraiment quelqu’un qui prenne soin de nous. Et ainsi, nous pourrons répondre à la question de cette amie : nous aurons trouvé quelqu’un qui a pris soin de nous, si, à la fin de ces vacances, nous nous retrouvons avec quelqu’un pour dire avec émerveillement : « Nous n’avons jamais rien vu de tel ! ». Nous le dirons non pas parce que tu as été bon ou que j’ai été bon. Non, nous dirons « nous n’avons jamais rien vu de tel ! » parce que nous n’avons pas minimisé nos limites, et pourtant, c’est précisément au sein de nos limites que nous nous sommes accompagnés pour reconnaître la chose la plus incroyable, l’Unique à qui demander pardon, le Dieu unique qui, à partir de notre limite, trouve toujours l’occasion de nous donner une vie nouvelle.
Homélie du père Pigi Banna
IXe dimanche après la Pentecôte
Milan, paroisse de Santa Maria Segreta
26 juillet 2026
2 S 12, 1-13 Ps 31 (32) 2 Co 4, 5b-14 Mc 2, 1-12