“This is what unifies a fragmented life: not a thousand rules, but a memory that accompanies every moment, from the time we open our eyes in the morning until we close them at night.”
Julián Carrón - Before any commandment comes a memory: we were loved first. Everything starts from there.
“Teacher, which commandment in the law is the greatest?” It’s not an idle question. According to Jewish tradition, the Torah—the Law—contains no fewer than 613 precepts. Without a clear sense of what truly mattered, it was easy to get lost. We run the same risk: scattering ourselves across a thousand duties, a thousand rules, a thousand things to do. And instead of coming together, life breaks apart even further. We can be busy people and remain scattered.
So where do we begin?
Scripture gives a surprising answer. There is a beautiful passage in Deuteronomy where Moses imagines a son one day asking his father, “What do these decrees and statutes and ordinances mean?” The father doesn’t answer with a list of rules. He tells the story of his people: “We were once slaves of Pharaoh in Egypt, but the Lord brought us out of Egypt with a strong hand” (Dt 6:20–21). We heard the same thing in today’s first reading: “You were once aliens yourselves in the land of Egypt.” To know where to begin, we need only go back to the origin: to the most powerful thing God did for them—and so for us.
By bringing Israel out of Egypt, God showed a people of slaves—people who counted for nothing in the world’s eyes—what He would later say through the prophet Isaiah: “You are precious in my eyes and honored, and I love you” (Is 43:4). No pharaoh, no power, and nothing the world can offer comes close to the way God looks at each one of us.
This is what the Shema expresses—the prayer Jesus quotes in the Gospel: “Hear, O Israel! The Lord is our God, the Lord alone! Therefore, you shall love the Lord, your God, with all your heart, and with all your soul, and with all your strength” (Dt 6:4–5). Notice the first word: hear. The first thing to do is listen—that is, remember the most important thing that has ever happened to us, and let ourselves be reached by the One who loved us first.
For Jews, it is the first prayer a child learns and the last one spoken at the hour of death. A whole life fits inside these words. Deuteronomy tells us to “recite them when you are at home and when you are away, when you lie down and when you get up,” to “bind them on your arm as a sign,” and to “write them on the doorposts of your houses” (Dt 6:7–9). This is what unifies a fragmented life: not a thousand rules, but a memory that accompanies every moment, from the time we open our eyes in the morning until we close them at night.
When someone favors us like this, what is the most reasonable response? To yield to this preference and let it carry us. That’s what happens when we discover that someone loves us: we don’t need a rulebook to love them back—it comes naturally. And so we discover what matters most in life: never to lose this love and always to live from it.
Those who know they are loved like this can’t look at their neighbor except with the eyes of that love. That is why Jesus adds, “The second is like it: You shall love your neighbor as yourself.” This isn’t a second duty stacked on the first, one more burden to carry. It is the same love, overflowing toward everyone we meet along the way.
And not only toward our neighbor. Out of the overflow of this preference springs a new way of being present to everything: waking up in the morning, an unexpected circumstance, our daily work, weariness, illness, and relationships. Things fall into place not because we control them better, but because there is a center from which we look at everything. This is how a fragmented life becomes a unified one.
Jesus doesn’t just point to the center—He is the center. Who has favored me so much that He gave me life and filled it with His love, to the point of giving His own life for me? He has. He told His disciples at the Last Supper, “No one has greater love than this, to lay down one’s life for one’s friends. You are my friends…” (Jn 15:13–14). In Him, God’s preference is no longer just a memory of Egypt. It is a face, a presence, a friend.
The Christians of Thessalonica understood this well. In the second reading, Saint Paul praises them because they turned from idols “to serve the living and true God.” And from them the word of the Lord rang out everywhere. They didn’t proselytize; their changed lives spoke for themselves.
In answering the scholar of the law, Jesus shows us what we can start from again each day, whenever we feel we’re falling to pieces: the love that is always there for us.
Notes not reviewed by the author.
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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Appunti dall’omelia di don Julián Carrón
25 ottobre 2026
(Prima lettura: Es 22,20-26; Salmo 17 (18); Seconda lettura: 1Ts 1,5c-10; Vangelo: Mt 22,34-40)
«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Non è una domanda oziosa. Secondo la tradizione ebraica, la Torah, la Legge, contiene ben 613 precetti; senza avere le idee chiare su cosa fosse davvero importante, il rischio di perdersi era alto. Anche noi corriamo lo stesso rischio: quello di disperderci in mille doveri, mille regole e mille cose da fare. E la vita, invece di unificarsi, si frammenta ancora di più. Si può essere persone impegnate e restare comunque disperse.
Da dove partire allora?
La Scrittura ci offre una risposta spiazzante. Nel libro del Deuteronomio c’è una pagina bellissima. Mosè immagina che un giorno un figlio chieda al padre: «Che cosa significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore, nostro Dio, vi ha dato?». Il padre non risponde elencando le regole, racconta invece la storia del suo popolo: «Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente» (Dt 6,20-21). Anche nella prima lettura di oggi abbiamo ascoltato: «Voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». Per capire da dove partire, basta tornare all’origine: al gesto più potente che Dio ha compiuto con loro, e quindi con noi.
Facendo uscire Israele dall’Egitto, Dio ha mostrato a quel popolo di schiavi, che agli occhi del mondo non contavano nulla, ciò che più tardi avrebbe detto per bocca del profeta Isaia: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Is 43,4). Nessun faraone, nessun potere, nulla di ciò che il mondo può offrire è paragonabile allo sguardo che Dio ha su ognuno di noi.
È ciò che esprime lo Shemà, la preghiera citata da Gesù nel Vangelo: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Notate la prima parola: ascolta. La prima cosa da fare è ascoltare, cioè fare memoria di ciò che di più importante ci è accaduto nella vita, lasciarci raggiungere da Colui che ci ha amati per primo.
Per un ebreo, questa è la prima preghiera che un bambino impara, e l’ultima che si pronuncia in punto di morte. Tutta la vita sta dentro queste parole. Il Deuteronomio chiede di ripeterle “seduti in casa, per strada, quando ci si corica e quando ci si alza; di legarle alla mano, di tenerle davanti agli occhi, di scriverle sugli stipiti delle porte” (Dt 6,7-9). Ecco che cosa unifica una vita a pezzi: non mille regole, ma una memoria che accompagna ogni momento, da quando apriamo gli occhi la mattina a quando li chiudiamo la sera.
Quando qualcuno ci preferisce in modo così speciale, qual è la reazione più ragionevole? Assecondare questa preferenza e lasciarsi prendere da essa. È ciò che accade quando scopriamo di essere amati da qualcuno: non serve un regolamento per ricambiarne l’amore, viene spontaneo. Così scopriamo qual è la cosa più importante della vita: non perdere questo amore e vivere sempre a partire da esso.
Chi si sa preferito in questo modo, non riesce a guardare il prossimo se non attraverso la lente di quella preferenza. Per questo, Gesù aggiunge: «Il secondo [comandamento] è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”». Non si tratta di un secondo dovere che si aggiunge al primo, quasi fosse un altro peso da portare. È lo stesso amore che trabocca verso chiunque troviamo per la strada.
E non solo verso il prossimo. Dal traboccare di questa preferenza nasce un modo nuovo di stare dentro tutto: il risveglio del mattino, la circostanza imprevista, il lavoro di ogni giorno, la fatica, la malattia, le relazioni. Le cose non si ordinano perché le controlliamo meglio, ma perché c’è un centro da cui tutto viene guardato. È così che una vita a pezzi diventa una vita unificata.
Gesù non indica soltanto il centro: è Lui il centro. Chi mi ha preferito tanto da darmi la vita e da riempirla del Suo amore fino a dare la Sua vita per me? È Lui. Lo ha detto ai Suoi nell’ultima cena: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici» (Gv 15,13-14). In Lui la preferenza di Dio non è più soltanto un ricordo dell’Egitto, ma un volto, una presenza, un amico.
Lo hanno capito bene i cristiani di Tessalonica: nella seconda lettura san Paolo li loda perché si sono convertiti dagli idoli «per servire il Dio vivo e vero». E da loro, la parola del Signore si è diffusa ovunque. Non hanno fatto propaganda, la loro vita cambiata parlava da sé.
Gesù, rispondendo al dottore della legge, ci indica da dove possiamo ricominciare ogni giorno, ogni volta che ci troviamo “a pezzi”: da quell’amore che rimane sempre presente per noi.
Appunti non rivisti dall’autore
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Domingo XXX del Tiempo Ordinario (Ciclo A)
Apuntes de la homilía de don Julián Carrón
25 de octubre de 2026
(Primera lectura: Éxodo 22,20-26; Salmo 17 [18]; Segunda lectura: 1 Tesalonicenses 1,5c-10; Evangelio: Mateo 22,34-40)
«Maestro, ¿cuál es el mandamiento más importante de la Ley?». No es una pregunta ociosa. Según la tradición judía, la Torá —la Ley— contiene nada menos que 613 preceptos; si no se tenía claro qué era lo realmente importante, el riesgo de perder el norte era grande. También nosotros corremos ese riesgo: el de dispersarnos en mil obligaciones, mil normas y mil cosas que hacer. Y la vida, en lugar de unificarse, se fragmenta aún más. Se puede ser una persona muy ocupada y, aun así, seguir dispersa.
¿Por dónde empezar, entonces?
La Escritura nos ofrece una respuesta sorprendente. En el libro del Deuteronomio hay una página preciosa. Moisés imagina el día en el que un hijo le pregunte a su padre: «¿Qué significan estas instrucciones, estas leyes y estas normas que el Señor, nuestro Dios, os ha dado?». El padre no responde enumerando las normas, sino que cuenta la historia de su pueblo: «Éramos esclavos del faraón en Egipto, y el Señor nos sacó de Egipto con mano poderosa» (Dt 6,20-21). También en la primera lectura de hoy hemos escuchado: «Fuisteis extranjeros en tierra de Egipto». Para entender por dónde empezar, basta con volver al origen: al gesto más poderoso que Dios realizó por ellos y, por tanto, por nosotros.
Al sacar a Israel de Egipto, Dios mostró a aquel pueblo de esclavos —que a los ojos del mundo no valía nada— lo que más tarde diría por boca del profeta Isaías: «Eres precioso a mis ojos, porque eres digno de estima y yo te amo» (Is 43,4). Ningún faraón, ningún poder, nada de lo que el mundo pueda ofrecer es comparable a la mirada de Dios sobre cada uno de nosotros.
Es lo que expresa el Shemá, la oración que Jesús cita en el Evangelio: «Escucha, Israel: el Señor es nuestro Dios, único es el Señor. Amarás al Señor, tu Dios, con todo tu corazón, con toda tu alma y con todas tus fuerzas» (Dt 6,4-5). Fijémonos en la primera palabra: «escucha». Lo primero que hay que hacer es escuchar, es decir, recordar lo más importante que nos ha sucedido en la vida y dejarnos alcanzar por Aquel que nos amó primero.
Para los judíos, es la primera oración que aprende un niño y la última que se pronuncia en el lecho de muerte. En estas palabras cabe toda una vida. El Deuteronomio pide que se repitan en casa y por el camino, al acostarse y al levantarse; que se aten a la mano, que se tengan siempre ante los ojos y que se escriban en las jambas de las puertas (cf. Dt 6,7-9). Esto es lo que unifica una vida fragmentada: no mil normas, sino una memoria que acompaña cada momento, desde que abrimos los ojos por la mañana hasta que los cerramos por la noche.
Cuando alguien nos prefiere de una manera tan especial, ¿cuál es la reacción más razonable? Secundar esa preferencia y dejarnos llevar por ella. Es lo que ocurre cuando descubrimos que alguien nos ama: no hace falta un reglamento para corresponder a ese amor; nos sale del alma. Así descubrimos qué es lo más importante de la vida: no perder ese amor y vivir siempre partiendo de él.
Quien sabe qué se prefiere de esta manera no puede mirar al prójimo sino a través del prisma de esa preferencia. Por eso, Jesús añade: «El segundo es semejante a este: “Amarás a tu prójimo como a ti mismo”». No se trata de un segundo deber que se suma al primero, como si fuera otra carga que llevar. Es el mismo amor que se desborda hacia cualquiera con quien nos crucemos en el camino.
Y no solo hacia el prójimo. Del desbordamiento de esta preferencia nace una nueva forma de estar en todo: el despertar de la mañana, la circunstancia imprevista, el trabajo de cada día, el cansancio, la enfermedad, las relaciones. Las cosas no se ordenan porque las controlemos mejor, sino porque hay un centro desde el que lo miramos todo. Así es como una vida fragmentada se convierte en una vida unificada.
Jesús no solo señala el centro: Él es el centro. ¿Quién me ha preferido tanto como para darme la vida y llenarla de su amor, hasta el punto de dar su vida por mí? Es Él. Así se lo dijo a los suyos en la Última Cena: «Nadie tiene mayor amor que este: dar la vida por sus amigos. Vosotros sois mis amigos […]» (Jn 15,13-14). En Él, la preferencia de Dios ya no es solo un recuerdo de Egipto, sino un rostro, una presencia, un amigo.
Los cristianos de Tesalónica lo entendieron bien: en la segunda lectura, san Pablo los elogia porque abandonaron los ídolos y se convirtieron a Dios «para servir al Dios vivo y verdadero». Y desde ellos la palabra del Señor resonó por todas partes. No hicieron proselitismo: su vida transformada hablaba por sí sola.
Jesús, al responder al doctor de la ley, nos indica desde dónde podemos volver a empezar cada día, cada vez que nos sentimos hechos pedazos: desde ese amor que siempre está ahí para nosotros.
Apuntes no revisados por el autor.
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XXXe dimanche du temps ordinaire – Année A
Notes tirées de l’homélie de don Julián Carrón
25 octobre 2026
(Première lecture : Ex 22, 20-26 ; Psaume 17 (18) ; Deuxième lecture : 1 Th 1, 5c-10 ; Évangile : Mt 22, 34-40)
« Maître, dans la Loi, quel est le plus grand commandement ? ». Ce n’est pas une question futile. Selon la tradition juive, la Torah, la Loi, contient pas moins de 613 préceptes ; sans avoir les idées claires sur ce qui était vraiment important, le risque de se perdre était grand. Nous courons nous aussi le même risque : celui de nous disperser dans mille devoirs, mille règles et mille choses à faire. Et la vie, au lieu de s’unifier, se fragmente encore davantage. On peut être une personne engagée et rester malgré tout dispersé.
Par où commencer alors ?
L’Écriture nous offre une réponse surprenante. Dans le livre du Deutéronome, il y a une très belle page. Moïse imagine qu’un jour, un fils demande à son père : « Que signifient ces instructions, ces lois et ces règles que le Seigneur, notre Dieu, vous a données ? ». Le père ne répond pas en énumérant les règles, mais en racontant l’histoire de son peuple : « Nous étions esclaves du pharaon en Égypte et le Seigneur nous a fait sortir d’Égypte d’une main puissante » (Dt 6, 20-21). Dans la première lecture d’aujourd’hui, nous avons également entendu : « Vous avez été étrangers en terre d’Égypte ». Pour comprendre d’où partir, il suffit de revenir à l’origine : au geste le plus puissant que Dieu ait accompli avec eux, et donc avec nous.
En faisant sortir Israël d’Égypte, Dieu a montré à ce peuple d’esclaves, qui ne comptait pour rien aux yeux du monde, ce qu’il dirait plus tard par la bouche du prophète Isaïe : « Tu es précieux à mes yeux, car tu es digne d’estime et je t’aime » (Is 43, 4). Aucun pharaon, aucun pouvoir, rien de ce que le monde peut offrir n’est comparable au regard que Dieu porte sur chacun de nous.
C’est ce qu’exprime le Shema, la prière citée par Jésus dans l’Évangile : « Écoute, Israël : le Seigneur est notre Dieu, le Seigneur est unique. Tu aimeras le Seigneur, ton Dieu, de tout ton cœur, de toute ton âme et de toutes tes forces » (Dt 6, 4-5). Remarquez le premier mot : écoute. La première chose à faire est d’écouter, c’est-à-dire de se souvenir de ce qui nous est arrivé de plus important dans la vie, de nous laisser atteindre par Celui qui nous a aimés le premier.
Pour un juif, c’est la première prière qu’un enfant apprend, et la dernière qu’il prononce à l’heure de la mort. Toute la vie tient dans ces mots. Le Deutéronome demande de les répéter « quand on est assis dans sa maison, quand on marche sur la route, quand on se couche et quand on se lève ; de les attacher à la main, de les garder devant les yeux, de les écrire sur les montants des portes » (Dt 6, 7-9). Voilà ce qui unifie une vie en morceaux : non pas mille règles, mais un souvenir qui accompagne chaque instant, depuis que nous ouvrons les yeux le matin jusqu’à ce que nous les fermions le soir.
Quand quelqu’un nous préfère d’une manière si particulière, quelle est la réaction la plus raisonnable ? Se laisser aller à cette préférence et s’y abandonner. C’est ce qui se passe lorsque nous découvrons que nous sommes aimés par quelqu’un : nul besoin d’un règlement pour lui rendre son amour, cela vient spontanément. C’est ainsi que nous découvrons ce qui est le plus important dans la vie : ne pas perdre cet amour et toujours vivre à partir de lui.
Celui qui se sait ainsi préféré ne peut regarder son prochain qu’à travers le prisme de cette préférence. C’est pourquoi Jésus ajoute : « Le deuxième [commandement] lui est semblable : “Tu aimeras ton prochain comme toi-même” ». Il ne s’agit pas d’un deuxième devoir qui s’ajoute au premier, comme s’il s’agissait d’un fardeau supplémentaire à porter. C’est le même amour qui déborde vers tous ceux que nous croisons sur notre chemin.
Et pas seulement envers le prochain. De ce débordement de cette préférence naît une nouvelle manière d’être au cœur de tout : le réveil du matin, l’imprévu, le travail quotidien, la fatigue, la maladie, les relations. Les choses ne s’ordonnent pas parce que nous les contrôlons mieux, mais parce qu’il y a un centre d’où tout est contemplé. C’est ainsi qu’une vie en morceaux devient une vie unifiée.
Jésus ne se contente pas d’indiquer le centre : c’est Lui le centre. Qui m’a tant préféré au point de me donner la vie et de la remplir de Son amour, jusqu’à donner Sa vie pour moi ? C’est Lui. Il l’a dit aux Siens lors de la Cène : « Nul n’a un amour plus grand que celui-ci : donner sa vie pour ses amis. Vous êtes mes amis » (Jn 15, 13-14). En Lui, la préférence de Dieu n’est plus seulement un souvenir de l’Égypte, mais un visage, une présence, un ami.
Les chrétiens de Thessalonique l’ont bien compris : dans la deuxième lecture, saint Paul les loue parce qu’ils se sont détournés des idoles « pour servir le Dieu vivant et vrai ». Et grâce à eux, la parole du Seigneur s’est répandue partout. Ils n’ont pas fait de propagande, leur vie transformée parlait d’elle-même.
Jésus, en répondant au docteur de la loi, nous indique par où nous pouvons recommencer chaque jour, chaque fois que nous nous sentons « en miettes » : par cet amour qui reste toujours présent pour nous.
Notes non révisées par l’auteur