What Would Have Been the Point of Being Born?
“Christian hope is not optimism: optimism is a psychological disposition that depends on temperament. Hope is a certainty grounded in a historical event—someone who, tonight, left the tomb empty.”
Julián Carrón - What would have been the point of being born if we had not been redeemed?” Notes from the homily by Julián Carrón April 4, 2026.
“Let the choir of angels rejoice, let the heavenly assembly rejoice […], let the earth, flooded with such great splendor, rejoice […], let Mother Church rejoice, resplendent with the glory of her Lord”[1].
On this night, every reality—angels, heaven, earth, and the Church—rejoices, because “Christ, breaking the bonds of death, rises victorious from the tomb.” And nothing seems too much to rejoice. “This is the night in which you have conquered the darkness of sin with the splendor of the pillar of fire. This is the night that saves all believers in Christ throughout the earth from the darkness of sin and the corruption of the world.” “O truly glorious night,” in which “Christ, your Son, risen from the dead, makes his serene light shine upon mankind.”
Filled with this exultation, with a consciousness overflowing with this fact, the Church is able to look the human condition in the face. Without compromise. Without sugarcoating. And without fear of asking the most dramatic question man has ever posed: “What is the point of being born?”[2] It is the most alive and burning question of all time, but especially of our own. It is the question that millions of people around us—and perhaps even we ourselves—ask, often without words. It would be dishonest, tonight, to pretend that this question belongs only to the past. We know this well. Our experience constantly documents it.
“The more we discover our needs, the more we realize that we cannot resolve them on our own, nor can others, people like us. A sense of powerlessness accompanies every serious experience of humanity. It is this sense of powerlessness that generates loneliness. True loneliness does not stem from being physically alone, but from the discovery that a fundamental problem of ours cannot find an answer in ourselves or in others. One might well say that the sense of loneliness arises at the very heart of every serious engagement with one’s own humanity. Anyone who has believed they had found the solution to a major need in something or someone—and then sees it vanish, disappear, or prove incapable—can understand this well. We are alone with our needs, with our need to be and to live intensely.”[3]
Given this condition, one understands why the question “What is the point of being born?” is so burning.
Aware of this condition, what can we do? “Like someone alone in the desert, the only thing one can do is wait for someone to come. And it will certainly not be man who resolves it; for it is precisely man’s needs that must be resolved.”[4]
Only those who possess this awareness of themselves can understand the reason for such exultation on this night. This night is so unique and luminous because in it the question “What is the point of being born?” finds its answer. The Church does not answer this question with easy consolation. She does not say, “Keep your chin up—things will get better.” She offers neither resilience techniques nor promises of success. She offers something more radical and true: a God who has shared our human condition, who has known abandonment and death, and who emerged alive from that death.
This is the heart of the question. Christian hope is not optimism: optimism is a psychological disposition that depends on temperament. Hope is a certainty grounded in a historical event—someone who, tonight, left the tomb empty.
For those who find themselves in a precarious balance, for those who have stopped hoping, for those who ask themselves every morning whether it is worth getting up—the announcement of this night is not an emotional response. It is a fact. Something happened in history that changes the meaning of every birth, every life, every death.
That is why it is worth being born. Not because life is easy. Not because there is no pain. But because we have been redeemed. Because we are not alone when we feel fragile and powerless. Someone has shown, through his life and his resurrection, that every human being is worth far more than the world recognizes. And we—even more aware tonight of our worth, which Christ’s resurrection reveals to us—can exult in wonder and gratitude: “O immensity of Your love for us!
1 - Exulted, Easter Proclamation
2 - Ibid.: “Nihil enim masci profuit, nisi redimi profuisset (No advantage for us to have been born, had He not redeemed us”.)
3 L.Giussani, The Journey to Truth is an ecperience, McGill Queen’s University Press, 2006, pp 85-86
4 - Ibid. p.86
-
VEGLIA PASQUALE «A che cosa sarebbe servito nascere, se non fossimo stati redenti?» Appunti dall'omelia di Julián Carrón 4 aprile 2026
«Esulti il coro degli angeli, esulti l'assemblea celeste [...], gioisca la terra inondata da così grande splendore [...], gioisca la madre Chiesa, splendente della gloria del suo Signore»¹.
In questa notte, ogni realtà – angeli, cielo, terra e Chiesa – esulta, perché «Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro». E tutto sembra poco per esultare. «Questa è la notte in cui hai vinto le tenebre del peccato con lo splendore della colonna di fuoco. Questa è la notte che salva su tutta la terra tutti i credenti in Cristo dalla oscurità del peccato e dalla corruzione del mondo». «O notte veramente gloriosa», in cui «Cristo, tuo Figlio, risuscitato dai morti, fa risplendere sugli uomini la sua luce serena».
Invasa da questa esultanza, con la coscienza traboccante di questo fatto, la Chiesa è in grado di guardare in faccia la condizione umana. Senza sconti. Senza edulcorare. E senza paura di farsi la domanda più drammatica che l'uomo si sia mai posto: «A che cosa serve essere nati?»². È la domanda più viva e bruciante di tutti i tempi, ma in particolare del nostro. È la domanda che si pongono, spesso senza parole, milioni di persone intorno a noi – e forse anche noi. Sarebbe disonesto, stanotte, fingere che questa domanda appartenga solo al passato. Noi lo sappiamo bene. La nostra esperienza ce lo documenta costantemente.
«Più scopriamo le nostre esigenze, più ci accorgiamo che non le possiamo risolvere da noi, né lo possono gli altri, uomini come noi. Il senso di impotenza accompagna ogni seria esperienza di umanità. È questo senso dell'impotenza che genera la solitudine. La solitudine vera non è data dal fatto di essere soli fisicamente, quanto dalla scoperta che un nostro fondamentale problema non può trovare risposta in noi o negli altri. Si può benissimo dire che il senso della solitudine nasce nel cuore stesso di ogni serio impegno con la propria umanità. Può capire bene tutto ciò chi abbia creduto di aver trovato la soluzione di un suo grosso bisogno in qualcosa o in qualcuno: e questo gli sparisce, se ne va, o si rivela incapace. Siamo soli coi nostri bisogni, col nostro bisogno di essere e di intensamente vivere»³.
In queste condizioni, si capisce perché è così bruciante la domanda: «A che serve essere nati?».
Coscienti di questa nostra condizione, cosa possiamo fare? «Come uno, solo, nel deserto, l'unica cosa che possa fare è aspettare che qualcuno venga. E a risolvere non sarà certo l'uomo; perché da risolvere sono proprio i bisogni dell'uomo»⁴.
Solo chi ha questa consapevolezza di sé potrà comprendere il motivo di tanta esultanza in questa notte. Questa notte è così unica e luminosa perché in essa trova risposta la domanda: «A che cosa serve nascere?». La Chiesa non risponde a questa domanda con un incoraggiamento a buon mercato. Non dice: "Stai su, coraggio, vedrai che andrà meglio". Non offre tecniche di resilienza né promesse di successo. Offre qualcosa di più radicale e vero: un Dio che ha condiviso la nostra condizione umana, che ha conosciuto l'abbandono e la morte, e da quella morte è uscito vivo.
Questo è il nocciolo della questione. La speranza cristiana non è ottimismo: l'ottimismo è una disposizione psicologica che dipende dal temperamento. La speranza è una certezza che poggia su un fatto accaduto nella storia: qualcuno che stanotte ha lasciato il sepolcro vuoto.
Per chi si trova in un equilibrio precario, per chi ha smesso di sperare, per chi si chiede ogni mattina se valga la pena alzarsi, l'annuncio di questa notte non è una risposta emotiva. È un fatto. È successo qualcosa nella storia che cambia il senso di ogni nascita, di ogni vita, di ogni morte.
Ecco perché vale la pena nascere. Non perché la vita sia facile. Non perché non ci sia il dolore. Ma perché siamo stati redenti. Perché non siamo soli quando ci sentiamo fragili e impotenti. Qualcuno ha detto, con la propria vita e con la propria risurrezione, che ogni essere umano vale molto di più di quanto il mondo riconosce. E noi – ancor più consapevoli questa notte del nostro valore, che la resurrezione di Cristo ci svela – possiamo esultare stupiti e grati: «O immensità del Tuo amore per noi!».
-
VIGILIA PASCUAL «¿De qué habría servido nacer, si no hubiéramos sido redimidos?» Apuntes de la homilía de Julián Carrón 4 de abril de 2026
«Que se regocije el coro de los ángeles, que se regocije la asamblea celestial [...], que se alegre la tierra inundada de tan gran esplendor [...], que se alegre la Madre Iglesia, resplandeciente de la gloria de su Señor»¹.
En esta noche, toda realidad —ángeles, cielo, tierra e Iglesia— exulta, porque «Cristo, rompiendo las ataduras de la muerte, resucita victorioso del sepulcro». Y todo parece poco para exultar. «Esta es la noche en la que venciste las tinieblas del pecado con el resplandor de la columna de fuego. Esta es la noche que salva en toda la tierra a todos los creyentes en Cristo de la oscuridad del pecado y de la corrupción del mundo». «Oh noche verdaderamente gloriosa», en la que «Cristo, tu Hijo, resucitado de entre los muertos, hace resplandecer sobre los hombres su luz serena».
Invadida por esta exultancia, con la conciencia desbordada por este hecho, la Iglesia es capaz de mirar de frente la condición humana. Sin concesiones. Sin edulcorar. Y sin miedo a plantearse la pregunta más dramática que el hombre se haya hecho jamás: «¿Para qué sirve haber nacido?»². Es la pregunta más viva y candente de todos los tiempos, pero en particular de la nuestra. Es la pregunta que se plantean, a menudo sin palabras, millones de personas a nuestro alrededor —y quizá también nosotros. Sería deshonesto, esta noche, fingir que esta pregunta pertenece solo al pasado. Lo sabemos bien. Nuestra experiencia nos lo demuestra constantemente.
«Cuanto más descubrimos nuestras necesidades, más nos damos cuenta de que no podemos resolverlas por nosotros mismos, ni tampoco pueden hacerlo los demás, hombres como nosotros. La sensación de impotencia acompaña a toda experiencia seria de humanidad. Es esta sensación de impotencia la que genera la soledad. La verdadera soledad no viene dada por el hecho de estar físicamente solos, sino por el descubrimiento de que un problema fundamental nuestro no puede encontrar respuesta en nosotros ni en los demás. Se puede decir perfectamente que el sentido de la soledad nace en el corazón mismo de todo compromiso serio con la propia humanidad. Puede comprender bien todo esto quien haya creído haber encontrado la solución a una de sus grandes necesidades en algo o en alguien: y esto desaparece, se va, o se revela incapaz. Estamos solos con nuestras necesidades, con nuestra necesidad de ser y de vivir intensamente»³.
En estas condiciones, se comprende por qué es tan acuciante la pregunta: «¿Para qué sirve haber nacido?».
Conscientes de nuestra condición, ¿qué podemos hacer? «Como alguien que está solo en el desierto, lo único que puede hacer es esperar a que venga alguien. Y quien resuelva el problema no será ciertamente el hombre; porque lo que hay que resolver son precisamente las necesidades del hombre»⁴.
Solo quien tenga esta conciencia de sí mismo podrá comprender el motivo de tanta alegría en esta noche. Esta noche es tan única y luminosa porque en ella encuentra respuesta la pregunta: «¿Para qué sirve nacer?». La Iglesia no responde a esta pregunta con un ánimo de pacotilla. No dice: «Ánimo, valiente, ya verás que todo irá mejor». No ofrece técnicas de resiliencia ni promesas de éxito. Ofrece algo más radical y verdadero: un Dios que ha compartido nuestra condición humana, que ha conocido el abandono y la muerte, y de esa muerte ha salido vivo.
Este es el quid de la cuestión. La esperanza cristiana no es optimismo: el optimismo es una disposición psicológica que depende del temperamento. La esperanza es una certeza que se basa en un hecho ocurrido en la historia: alguien que esta noche ha dejado el sepulcro vacío.
Para quien se encuentra en un equilibrio precario, para quien ha dejado de esperar, para quien se pregunta cada mañana si vale la pena levantarse, el anuncio de esta noche no es una respuesta emotiva. Es un hecho. Ha sucedido algo en la historia que cambia el sentido de cada nacimiento, de cada vida, de cada muerte.
Por eso vale la pena nacer. No porque la vida sea fácil. No porque no haya dolor. Sino porque hemos sido redimidos. Porque no estamos solos cuando nos sentimos frágiles e impotentes. Alguien ha dicho, con su vida y con su resurrección, que cada ser humano vale mucho más de lo que el mundo reconoce. Y nosotros —aún más conscientes esta noche de nuestro valor, que la resurrección de Cristo nos revela— podemos exultar asombrados y agradecidos: «¡Oh inmensidad de tu amor por nosotros!».
-
VEILLE DE PÂQUES « À quoi aurait servi de naître, si nous n’avions pas été rachetés ? » Notes tirées de l’homélie de Julián Carrón 4 avril 2026
« Que le chœur des anges exulte, que l’assemblée céleste exulte [...], que la terre inondée d’une si grande splendeur se réjouisse [...], que la Mère Église se réjouisse, resplendissante de la gloire de son Seigneur »¹.
En cette nuit, toute réalité – anges, ciel, terre et Église – exulte, car « le Christ, brisant les liens de la mort, ressuscite vainqueur du tombeau ». Et tout semble bien peu pour exulter. « C’est la nuit où tu as vaincu les ténèbres du péché par la splendeur de la colonne de feu. C’est la nuit qui sauve sur toute la terre tous les croyants en Christ de l’obscurité du péché et de la corruption du monde ». « Ô nuit vraiment glorieuse », en laquelle « le Christ, ton Fils, ressuscité d’entre les morts, fait resplendir sur les hommes sa lumière sereine ».
Enveloppée de cette exultation, la conscience débordant de ce fait, l’Église est capable de regarder en face la condition humaine. Sans concession. Sans édulcorer. Et sans craindre de se poser la question la plus dramatique que l’homme se soit jamais posée : « À quoi sert d’être né ? »². C’est la question la plus vivante et la plus brûlante de tous les temps, mais en particulier de la nôtre. C’est la question que se posent, souvent sans mots, des millions de personnes autour de nous – et peut-être nous aussi. Il serait malhonnête, ce soir, de prétendre que cette question n’appartient qu’au passé. Nous le savons bien. Notre expérience nous le confirme sans cesse.
« Plus nous découvrons nos besoins, plus nous nous rendons compte que nous ne pouvons y répondre par nous-mêmes, pas plus que les autres, des hommes comme nous. Le sentiment d’impuissance accompagne toute expérience sérieuse de l’humanité. C’est ce sentiment d’impuissance qui engendre la solitude. La véritable solitude ne tient pas au fait d’être physiquement seul, mais à la découverte qu’un de nos problèmes fondamentaux ne peut trouver de réponse en nous ou chez les autres. On peut très bien dire que le sentiment de solitude naît au cœur même de tout engagement sérieux envers sa propre humanité. Quiconque a cru avoir trouvé la solution à un de ses grands besoins dans quelque chose ou quelqu’un peut bien comprendre tout cela : et cela lui disparaît, s’en va, ou se révèle incapable. Nous sommes seuls avec nos besoins, avec notre besoin d’être et de vivre intensément »³.
Dans ces conditions, on comprend pourquoi la question « À quoi sert d’être né ? » est si brûlante.
Conscients de notre condition, que pouvons-nous faire ? « Comme quelqu’un, seul, dans le désert, la seule chose qu’il puisse faire est d’attendre que quelqu’un vienne. Et ce n’est certainement pas l’homme qui résoudra le problème ; car ce sont précisément les besoins de l’homme qui doivent être résolus »⁴.
Seul celui qui a cette conscience de soi pourra comprendre la raison d’une telle exultation en cette nuit. Cette nuit est si unique et lumineuse parce qu’en elle trouve sa réponse la question : « À quoi sert de naître ? ». L’Église ne répond pas à cette question par des encouragements à bon marché. Elle ne dit pas : « Tiens bon, courage, tu verras que ça ira mieux ». Elle n’offre ni techniques de résilience ni promesses de succès. Elle offre quelque chose de plus radical et de plus vrai : un Dieu qui a partagé notre condition humaine, qui a connu l’abandon et la mort, et qui est sorti vivant de cette mort.
C’est là le cœur du sujet. L’espérance chrétienne n’est pas de l’optimisme : l’optimisme est une disposition psychologique qui dépend du tempérament. L’espérance est une certitude qui repose sur un fait qui s’est produit dans l’histoire : quelqu’un qui, cette nuit, a laissé le tombeau vide.
Pour ceux qui se trouvent dans un équilibre précaire, pour ceux qui ont cessé d’espérer, pour ceux qui se demandent chaque matin si cela vaut la peine de se lever, l’annonce de cette nuit n’est pas une réponse émotionnelle. C’est un fait. Il s’est passé quelque chose dans l’histoire qui change le sens de chaque naissance, de chaque vie, de chaque mort.
Voilà pourquoi cela vaut la peine de naître. Non pas parce que la vie est facile. Non pas parce qu’il n’y a pas de souffrance. Mais parce que nous avons été rachetés. Parce que nous ne sommes pas seuls lorsque nous nous sentons fragiles et impuissants. Quelqu’un a dit, par sa vie et par sa résurrection, que chaque être humain vaut bien plus que ce que le monde reconnaît. Et nous – encore plus conscients cette nuit de notre valeur, que la résurrection du Christ nous révèle – pouvons nous réjouir, émerveillés et reconnaissants : « Ô immensité de ton amour pour nous ! ».